Salento, ecco la gemma di Nardò: il Parco naturale regionale di Portoselvaggio e Palude del Capitano

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Giovanni Bosi, Nardò / Puglia

Un luogo di grande fascino, praticamente un libro aperto sulla natura e sulla storia di questo lembo di Salento. Siamo nei pressi di Nardò, in provincia di Lecce: è qui che ben 1.122 ettari di territorio - dei quali 300 di pineta - e 7 chilometri di costa alta e incontaminata, costituiscono il Parco naturale regionale di Portoselvaggio e Palude del Capitano. Pini d’Aleppo, acacie, tamerici e lecci rivestono questa fascia costiera ricca di grotte, anfratti e cavità carsiche.

 

(TurismoItaliaNews) Bella a qualsiasi ora del giorno. Splendida in estate, ma in ogni caso da vedere in qualsiasi periodo dell’anno, perché i colori sono cangianti e la natura sa sempre dare il meglio di sé. In un Salento che non si risparmia nel dare il meglio di sé ad ogni angolo, questo Parco naturale è una gemma ulteriore, al pari del Barocco o della tradizione gastronomica. Del resto la città di riferimento, Nardò, adagiata sul versante ionico del Tavoliere Salentino, con i suoi centri balneari di Santa Maria al Bagno, Santa Caterina e Sant'Isidoro e soprattutto con il suo centro storico, è un’attrazione di prim’ordine.

Nardò, Piazza Salandra

Nardò, Piazza Salandra

Come non partire, per raggiungere il parco, da Piazza Salandra: definita una tra le più belle piazze del sud Italia, testimonia la transizione dallo stile tardo-rinascimentale (manierista) a quello post-barocco (rococò). Al centro della piazza la Guglia dell’Immacolata, eretta nel 1769 in carparo. Il Sedile, di fine ‘500, è l’edificio più antico della piazza e presenta sulla sommità un’aggiunta barocca costituita dalle statue di San Gregorio Armeno, patrono della città, e di Sant’Antonio da Padova e San Michele Arcangelo; alla sinistra del Sedile, la Chiesa di San Trifone (1723), sull’altro lato della piazza il Palazzo di Città (1772), e la Fontana del Toro (1930) dedicata all’animale simbolo di Nardò. Un concentrato di patrimoni artistici che la rendono unica.

Altrettanto unico è il Parco naturale regionale di Portoselvaggio e Palude del Capitano. Ma perché? Intanto per i suoi colori e i suoi profumi. Ce lo spiegano bene gli esperti di “Avanguardie”, che dal 2000 si occupano di ecoturismo ed educazione ambientale mediante viaggi a piedi, visite guidate, escursioni, trekking urbani e naturalistici, percorsi enogastronomici: “Camminando nel parco è possibile scoprire come la macchia mediterranea abbia conquistato gli spazi più soleggiati, sprigionando i suoi colori e diffondendo fragranze nell’aria. Il mirto ha un profumo inconfondibile e spicca nella macchia per le bianche corolle che sembrano a malapena trattenere un’esplosione di stami. La fillirea ha fiori piccolissimi e poco appariscenti, dotati di un profumo molto delicato, e le sue bacche giocano con i colori passando dal porpora al blu fino a raggiungere quasi il nero. Il lentisco è un arbusto resinoso con fiori maschili e femminili che sbocciano su piante distinte, decorando le une di piccole spighe rosso acceso e le altre di spighe giallo pallido. I suoi frutti sono piccole sfere di coloro rosso che maturando diventano nere e brillanti. Sulle rupi spiccano il cappero, con le sua cascate di foglie carnose e i grandi fiori bianchi, insieme alla campanula pugliese, specie ben diffusa in Salento ma assente nel resto d’Italia”.

Salento: ecco la gemma di Nardò: il Parco naturale regionale di Portoselvaggio e Palude del CapitanoSalento: ecco la gemma di Nardò: il Parco naturale regionale di Portoselvaggio e Palude del Capitano

Parco di Portoselvaggio, la torre di Santa Maria dell'Alto

Parco di Portoselvaggio, la torre di Uluzzo

Sin qui l’osservazione naturalistica, ma c’è dell’altro: come vedette emergono dalla pineta le torri cinquecentesche di Santa Maria dell’Alto a sud e di Uluzzo a nord. Un tempo controllavano se dalla distesa azzurra del mare, striata dal colore cangiante delle correnti di acqua dolce, arrivassero navi nemiche. “Oggi rappresentano un momento storico cruciale del Salento e si innalzano oltre il profilo del bosco che, dagli anni Cinquanta del secolo scorso, riempie il cuore del parco – ci spiegano - il paesaggio attuale, infatti, è il risultato di molte trasformazioni che hanno cambiato faccia all’area di Portoselvaggio, trasformando una foresta di querce in una distesa pietrosa e assolata prima e in un bosco di pini d’Aleppo adesso. Di nascosto, camuffati dalla livrea mimetica, i camaleonti di Portoselvaggio osservano tutto questo, come turisti ormai residenti nel parco”.

Il parco naturale ingloba infatti al suo interno siti di interesse comunitario (Sic) come Torre Uluzzo, Torre Inserraglio e Palude del Capitano, oltre a numerose aree di interesse archeologico e paleontologico. Il suo interesse è dunque soprattutto paesaggistico e storico-ambientale, con le torri costiere e le numerose e celebri grotte e ripari utilizzati fin dal Paleolitico, fra cui la Grotta del Cavallo, quella di Capelvenere, il Riparo Zei e il sito di Serra Cicora. La stessa Palude del Capitano è un rilevante fenomeno carsico rappresentato da varie risorgive a forma di doline colme di acqua salmastra, locamente dette “spunnulate”, che rappresentano una caratteristica vegetazione igrofila a Ruppia.

Parco di Portoselvaggio, la Grotta del Cavallo

Salento: ecco la gemma di Nardò: il Parco naturale regionale di Portoselvaggio e Palude del Capitano

Il Parco presenta al suo interno una elevata densità di siti preistorici in grotta. Questa particolare ricchezza di grotte preistoriche (23 grotte di cui almeno 11 di rilevante ed eccezionale importanza archeologica) pare sia dovuta anche ad una particolare combinazione di fattori che favorisce la conservazione dei reperti nel tempo. La Baia di Uluzzo, con le sue grotte, è uno dei siti pugliesi più importanti per l’alta valenza preistorica: dà infatti il nome ad un periodo della preistoria, l’Uluzziano, caratterizzato dalla produzione di strumenti litici realizzati con tecnologia originale dall’uomo di circa 35.000 anni fa. Altri siti, come Torre dell’Alto e Riparo Zei hanno retrodatato la presenza umana a circa 110.000 anni (Paleolitico medio) che si protrae quasi ininterrottamente fino ad oggi. “Ogni sito, con la propria stratigrafia, contribuisce alla composizione di un quadro d’insieme contestualizzato per la ricostruzione di ambienti, culture e tecniche litiche che vanno dal Paleolitico medio, attraversano il Paleolitico superiore fino al Neolitico. La scoperta del sito di Serra Cicoria, risalente al VI millennio a.C., ha apportato un nuovo tassello al percorso evolutivo dell’uomo di Portoselvaggio. Il Parco è l’archivio archeologico della comunità neretina e salentina intera” ci viene spiegato.

Non solo: se il territorio del Parco presenta un complesso di valori culturali, naturalistici e bellezze paesaggistiche davvero straordinari, l’ambiente subacqueo non sorprende meno. Anche qui il fenomeno carsico ha modellato nei calcari cavità spesso più grandi di quelle esterne. Per effetto dell’azione combinata mare-acque di falda, queste antiche foci di fiumi sotterranei assumono notevoli dimensioni. La grotta di Corvine è la più spettacolare per dimensioni e ricchezza di specie biologiche marine. Gli studiosi dell’Università di Lecce hanno effettuato importanti scoperte e individuato specie mai classificate prima. All’esterno, lungo la stessa scarpata sottomarina, altre caverne minori testimoniano un’intensa presenza di sorgenti fossili ed attive di acqua dolce. Le stesse, quando il livello del mare era 40-50 metri più basso di oggi, come testimoniano antiche linee di riva a quelle quote, erano certamente abitate dall’uomo preistorico. Oggi costituiscono meta di escursioni sportive subacquee e di ricerca avanzata nel campo della biologia marina. E il Parco si affaccia sull’Area marina protetta di Porto Cesareo.

Parco di Portoselvaggio: il passaggio nella grotta

Per saperne di più

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Giovanni Bosi, giornalista, ha effettuato reportages da numerosi Paesi del mondo. Da Libia e Siria, a Cina e India, dai diversi Paesi del Sud America agli Stati Uniti, fino alle diverse nazioni europee all’Africa nelle sue mille sfaccettature. Ama particolarmente il tema dell’archeologia e dei beni culturali. Dai suoi articoli emerge una lettura appassionata dei luoghi che visita, di cui racconta le esperienze lì vissute. Come testimone che non si limita a guardare e riferire: i moti del cuore sono sempre in prima linea.
(A.F.)

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