Il pallido sole di Buchenwald: un viaggio in Turingia è come fare un passo nella storia

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Giovanni Bosi, Buchenwald / Turingia

Arrivare in una mattinata in cui un pallido sole fa brillare la distesa di ghiaccio sulle campagne che circondano Weimar e la collina dell’Ettersberg ricca di boschi, o piuttosto in una giornata estiva in cui l’amenità della natura trasmette sicurezza e pace, non cambia il valore della visita a Buchenwald, uno fra più grandi campi di concentramento della Germania nazista, i cui resti sono lì come ammonimento per l’intera umanità.

 

(TurismoItaliaNews) La strada che per otto chilometri corre lungo campi coltivati con perizia, in uno scenario suggestivo della Turingia, non lascia intendere davanti a cosa ci si sta per trovare. I boschi nascondono abilmente quello che è stato parte integrante dell’apparato di sterminio del nazionalsocialismo. E così quando si arriva la sensazione di orrore prevale al pari a quella del rifiuto. Rifiuto per quel che vi è stato commesso, rifiuto per quello che l’uomo riesce a fare.

Il primo segnale di questo luogo, visibile a chilometri di distanza, è il gigantesco monumento voluto a partire dal 1954 dal governo della Repubblica democratica tedesca al posto della torre Bismarck fatta saltare nel 1949. Qui ci troviamo nel territorio della ex Ddr e molti elementi lo fanno ancora intuire, compreso il fatto che – per vari motivi – la conservazione dei borghi storici è stata probabilmente più serrata. La concezione didattica del monumento (dove è consigliabile fermarsi dopo la visita al campo vero e proprio) conduce il visitatore attraverso un percorso che va dalla morte alla vita, vale a dire dal crematorio, venendo dal campo di concentramento, il cammino porta giù a tre grandi fosse comunale e infine in alto alla torre, simbolo di libertà e di luce.
Oggi sono coperte dalla vegetazione, ma un tempo transitando si sarebbero viste le autorimesse delle truppe Ss e delle officine Gustloff II, una ex fabbrica di armi.

Poi si raggiunge la vecchia stazione ferroviaria di Buchenwald, che dal 1943 è servita per il trasbordo di uomini provenienti da tutta l’Europa utilizzati nelle fabbriche di armamenti, punto di partenza per trasporti diretti ai campi di sterminio di prigionieri ormai inadatti al lavoro e, dal 1945, stazione finale dei trasporti che evacuavano i lager dell’est. L’accesso diretto dalla strada e dalla stazione al Lager passava per il Carachoweg, polo degli edifici dell’amministrazione del lager, dei quali sono conservati la stazione di rifornimento, le autorimesse e resti della sede del Comando. Quelli che adesso sono il parcheggio e la fermata degli autobus un tempo erano la piazza d’armi delle Ss. Alcuni edifici che servivano da caserme sono conservati e vengono utilizzati dalla Fondazione Memoriali di Buchenwald e Mittelbau-Dora, sostenuta dal governo federale e dalla Regione Turingia e si occupa della memoria e della conoscenza di Buchenwald.

Inizialmente destinato agli oppositori politici del regime nazista, ai pregiudicati recidivi e ai cosiddetti asociali, agli ebrei, ai testimoni di Geova e agli omosessuali, a poco a poco, con l'inizio della seconda guerra mondiale, a Buchenwald vennero condotti sempre più stranieri. Al momento della liberazione, 95% degli internati non erano tedeschi. Soprattutto dopo il 1943, a Buchenwald e nei suoi complessivi 136 distaccamenti esterni, vennero brutalmente sfruttati nell’industria bellica i detenuti del campo di concentramento e, a partire dal 1944, anche le donne.

Stride ancor più il fatto che ci troviamo ad una manciata di chilometri dalla splendida Weimar, patria di Johann Wolfgang Goethe e di moltissimi altri letterati e che qui ha trovato la sua patria ideale l’illuminismo tedesco del XVIII secolo. “Pur non essendo stato concepito come luogo di sterminio organizzato – ci spiegano durante la visita – in questo campo ebbero luogo uccisioni in massa di prigionieri di guerra e molti internati morirono in seguito ad esperimenti medici e agli abusi delle Ss”. All’inizio del 1945 il Lager divenne l’ultima stazione dei trasporti per l’evacuazione di Auschwitz e Groß-Rosen. Poco prima della liberazione, le Ss cercarono di sgomberare il Lager mandando a morire 28.000 internati facendoli marciare fino allo sfinimento. Circa 21.000 prigionieri - tra cui più di 900 bambini e ragazzi - rimasero nel lager. L’11 aprile 1945 alcune unità della terza armata americana raggiunsero l’Ettersberg: le Ss fuggirono e i prigionieri membri dell’organizzazione clandestina di resistenza aprirono il Lager dall’interno.

Dal 1937 al 1945 vi furono internate complessivamente oltre 250.000 persone, di queste più di 50.000 morirono. Dal 1943 al 1945 sono stati internati nel campo di concentramento di Buchenwald e nei suoi distaccamenti circa 3500 prigionieri italiani; di 1044 che morirono nel Lager si conoscono i nomi. In una baracca d’isolamento all'esterno del campo fu tenuta prigioniera la figlia del re d’Italia, la principessa Mafalda di Savoia, moglie del principe Filippo d’Assia. Morì il 28 agosto 1944 in seguito alle ferite riportate durante un bombardamento avvenuto il 24 agosto.

Va detto che dal 1945 al 1950 le forze di occupazione sovietiche hanno utilizzato l’area dell’ex lager come campo d’internamento (campo speciale n.2) per membri del partito nazionalsocialista o persone che in qualche modo erano state vicine al regime nazista, ma anche persone arrestate arbitrariamente. Dei circa 28.000 internati, oltre 7.000 vi sono morti soprattutto in conseguenza dell’abbandono e della denutrizione. I morti sono stati seppelliti in fosse comuni a nord del lager e nei pressi della stazione ferroviaria.

A partire dal 1951 il lager è stato in gran parte demolito, ma quanto resta in piedi è comunque efficace per mostrare le atrocità che vi sono state commesse. Nell’edificio d’ingresso si individuano la torre principale di guardia; sul portone d’ingresso c’è la scritta “A ciascuno il suo”, mentre lungo il recinto del lager sono rimaste in piedi solo 2 torri di guardia delle 22 che esistevano. Negli edifici laterali si trovavano le celle per gli arresti e gli uffici della direzione delle Ss, mentre nel cortile d’appello ogni giorno, al mattino e alla sera, si svolgeva l’appello per contare i prigionieri e dove avvenivano punizioni ed esecuzioni. Sono anche visibili le fondazioni del laboratorio nel quale si svolgevano gli esperimenti dell’istituto di igiene delle Waffen Ss su esseri umani. Quello che era l’edificio per la disinfestazione, nel quale i prigionieri dovevano spogliarsi dei loro abiti per essre rapati e disinfettati, dal 1990 ospita mostre d’arte con spazi per esposizioni temporanee. Su tutta l’area del campo si trovano numerose tabelle con informazioni e lapidi che ricordano luoghi o avvenimenti significativi.
Degli impianti del campo speciale sovietico (utilizzato fra il 1945 e il 1950) allestito essenzialmente negli edifici del campo di concentramento di Buchenwald, non è rimasto quasi nulla: nella Rdt il campo speciale non veniva ricordato.

Oggi Buchenwald conserva l’archivio e una raccolta di oggetti e materiali che riguardano il campo di concentramento, il campo speciale e la storia del Memoriale. Per quanto possibile, vengono fornite notizie sul destino dei prigionieri, assiste progetti di ricerca e, insieme alla biblioteca, appoggia il lavoro pedagogico della Fondazione. Nella biblioteca si trovano pubblicazioni relative alla storia del sistema dei campi di concentramento, del nazionalsocialismo e alla storia dei campi d'internamento. Comode sale di lettura e consultazione offrono buone possibilità di lavoro. Archivio e biblioteca sono accessibili al pubblico, previo accordo, in qualsiasi momento per ricerche. Le aree che un tempo costituivano il campo di concentramento, la zona delle Ss, le necropoli dei campi d’internamento come pure il Memoriale possono essere visitate tutti i giorni fino al tramonto.

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