Una storia piemontese: Giovanni Virginio, l’uomo della “Patata” (quella che piace a tutti)

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Fabrizio Salce

Nessuna retorica, nessuna battuta comica, nessun doppio senso. Piuttosto quanto ci piace la Patata? Molto, decisamente molto e credo a tutti… e a tutte. La cuciniamo in differenti modi e creiamo ricette sfiziose per ogni momento della giornata, da quelle più semplici a quelle più impegnative. In poche parole la nostra “Patata” ci garba e non poco. Ma in Piemonte, e più in particolare a Torino, la sua storia è alquanto singolare. Ecco perché.

 

(TurismoItaliaNews) Teniamo conto che nel mondo esistono oltre 200 varietà del prezioso tubero (Pianta erbacea delle Solanacee, Solanum tuberosum, originaria dell'America, con stoloni sotterranei recanti diversi tuberi, detti anch'essi patate, fusto epigeo, foglie pelose, fiori bianchi, rosa o porpora, in cime terminali.) questa la definizione che trovate comodamente on line, e che arrivò nel Vecchio Continente, in Spagna, nel 1570. Venne poi coltivata in Belgio nel 1587 e l’anno successivo il botanico De Lécluse ne ricevette alcune in dono e iniziò a farle conoscere prima in Austria e in seguito in Germania. Dalla Svizzera varcò il confine nella vicina Francia e fu durante la Guerra dei Trent’anni che diventò prezioso alimento a buon prezzo. Sbarcò poi in Inghilterra e a ruota in Irlanda dove ottenne presto la reputazione di alimento prezioso come il pane durante la carestia del 1663.

Una storia piemontese: Giovanni Virginio, l’uomo della “Patata”

Una storia piemontese: Giovanni Virginio, l’uomo della “Patata”

In Italia si dovette attendere i primi del 1800 momento in cui il veneziano Vincendo Dandolo si attivò per dare inizio ad una vera coltivazione. E in Piemonte? Vi chiederete giustamente, quando si iniziò a capire che quei piacevoli fiori violacei o bianchi nascondo nella profondità della terra un prodotto così buono? Ed ecco che entra in scena Giovanni Virginio, prima di lui nella Regione Sabauda neanche si sapeva che cosa fosse la “Patata”. Il Virginio spese molto del suo tempo per cercare di fare comprendere quanto il tubero fosse buono, ma in contro partita venne generalmente considerato come stravagante, visionario e un tantino matto. La fece assaggiare in piazza cotta, bollita e nel suo intento investì ingenti somme di denaro, a fondo perduto, ereditate dalla famiglia. Non ebbe grandi riconoscimenti ad esclusione di un posto gratuito nella sala degli incurabili dell’spedale Mauriziano, dove si spense, e Torino lo onorò di una lapide andata poi in pezzi e di una corta Via a lui intitolata: una piccola vietta perpendicolare tra le Vie Po e Verdi.

Nell’intento impetuoso di raggiungere il suo scopo legato alla conoscenza della “Patata” dovette combattere soprattutto con i pregiudizi; diede alle stampe, sempre a sue spese, un opuscolo di 50 pagine da distribuire, in modo particolare nelle scuole, con il quale evidenziava le proprietà del tubero. Fu soltanto dopo un’estenuante fatica che l’interesse collettivo iniziò a prendere forma. Virginio era uno dei soci della “Società Centrale di Agricoltura”, fu da questo ente che ottenne un appoggio al suo operato e una parvenza di pubblicità del prodotto. Tra le tante azioni promozionali organizzò delle vere e proprie degustazioni, come si ama dire oggi, nella grande Piazza Castello e i quotidiani dell’epoca, nel segnalarle, lo battezzarono come l’ambasciatore della “Patata”. Ma era la gente che derideva le sue iniziative. I tuberi, da lui coltivati sui suoi terreni, venivano offerti a pochi soli, a volte regalati, ma la retorica dell’epoca si presentò come un grande ostacolo.

Una storia piemontese: Giovanni Virginio, l’uomo della “Patata”

Giovanni Virginio non si perse mai d’animo, tenace e cocciuto crebbe fino alla fine dei suoi giorni nelle potenzialità di quell’alimento che poteva contribuire a sfamare il popolo, soprattutto quello più povero, ovvero quello contadino. Visse sempre con il dubbio amletico: chissà se fosse più importante convincere gli agricoltori a coltivarla o il pubblico a richiederla? Scrisse anche un libro sulla storia della “Patata”, partendo proprio dai conquistadores europei che la portarono a noi dal lontano Perù. Il 5 maggio 1830 Virginio si spense, povero e dimenticato, all’ospedale Mauriziano, solo il tempo gli diede ragione visto che al giorno d’oggi non c’è terra in cui non si coltivi la preziosa pianta. Di lui ne scrisse in modo approfondito, in uno dei suoi tanti libri dedicati a Torino, Renzo Rossotti (1930 – 2014) giornalista, scrittore e autore di saggi e romanzi.

 

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