Nepal: a caccia di emozioni nel Chitwan National Park fra rinoceronti unicorni, coccodrilli gaviali e albe straordinarie sull’Annapurna

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Giovanni Bosi, Kathmandu / Nepal

Vive qui una delle ultime popolazioni di rinoceronti unicorno e questo è anche uno degli ultimi rifugi della tigre del Bengala. Se il Nepal è conosciutissimo per essere il Paese dell’Himalaya e dell’Everest, il punto più alto della Terra, è anche lo scrigno prezioso del Chitwan National Park, ultimo esempio superstite degli ecosistemi naturali della regione del Terai. Un luogo affascinante dove vivere esperienze e grandi suggestioni. Siamo andati a vedere… passando per l’alba sull’Annapurna.

 

(TurismoItaliaNews) Dici Nepal e pensi subito all’Himalaya, alla grande montagna, alle grandi sfide. E assistere all’alba guardando le vette coperte da ghiacciai (quasi) eterni, è un’esperienza affascinante e straordinaria. Così come sorvolare la catena montuosa con un piccolo aereo alla ricerca di scorci altrimenti imperscrutabili del Sagaramāthā (come chiamano l’Everest i nepalesi, piuttosto che “dio del cielo” in sanscrito) ripensando alle imprese di Reinhold Messner e di Apa Sherp, l’uomo salito ben ventuno volte sulla montagna.

Come è altrettanto affascinante svegliarsi nel cuore della notte per mettersi al cospetto dell’Annapurna. Da Pokhara, sulle sponde del lago Phewa, con un pulmino abbiamo raggiunto in piena notte Sarangkot, il forte da cui si ha una delle più belle vedute sulla catena dell’Himalaya: dal Dhaulagiri (8.167 metri) fino all’Annapurna, al Machapuchare e al Manaslu. Una sfilata di montagne la cui bellezza è indescrivibile, così come sono indescrivibili le sensazioni che abbiamo provato quando il cielo ha cominciato a schiarire. Intorno a noi tante altre persone giunte da ogni angolo della Terra per assistere allo spettacolo dell’alba che rende dorati i ghiacciai. E quando il sole sorge, rendendo cangiante il paesaggio infinito che si estende davanti a noi, l’atmosfera diventa quasi mistica e l’energia sembra impossessarti di te. Vorresti non staccare mai lo sguardo da quella palla di fuoco, prima arancione e poi giallo intenso, che sale in alto secondo un rito che avviene da sempre. E che invece tu guardi come se fosse la prima volta. Il silenzio religioso osservato da tutti è spezzato solo dai click delle macchine fotografiche, anche se i più preferiscono lo smartphone per selfies in tutte le salse. 

Qui a Pokhara siamo arrivati dalla capitale Kathmandu dopo aver percorso in pullman 200 chilometri  lungo una strada incredibile, fatta di curve e controcurve, con un traffico indescrivibile e sorpassi azzardati di autocarri stracarichi di merce (perché è su questa arteria fondamentale che si svolge il traffico commerciale del Paese), strapiombi e soste per concederci una “passeggiata” su arditi ponti sospesi sul grande fiume Trishuli, come quello del villaggio di Kurintar. Un viaggio nel viaggio, anche questo da raccontare. Siamo nel Nepal centrale, con l’Annapurna inserito nella top ten mondiale dei monti più alti, e di fatto trampolino di lancio per il Chitwan e del suo parco nazionale, il più antico del Paese asiatico esteso su un’area di 932 kmq.

Da Pokhara si spostiamo poi nel cuore del Parco Nazionale di Chitwan. O meglio: nel cuore della giungla. E qui davvero fra te e i grandi animali selvatici non c’è più alcun filtro. Come punto di riferimento nel parco abbiamo scelto il Tigerland Safari Resort, lungo il fiume Rapti, la cui architettura si fonde perfettamente con l’ambiente circostante grazie all’uso del bambù locale, il legno sostenibile nell’arredamento e nella decorazione evidenziati con interni eleganti. La prima esperienza è proprio la passeggiata nella giungla guidati e scortati dai rangers, a “caccia” di loro: gli “inquilini” indiscussi come gaur, sambar, muntjac indiani, cervi chital, cervi porcini, sirau di Sumatra, antilopi quadricorne e un’infinità di specie di uccelli (ben 450). Prima a piedi, quindi in elefante, infine con una canoa tradizionale, scavata nel tronco di un albero di kapok.

Avvistare una tigre del Bengala è quasi una chimera (ma c’è chi vi riesce) e allora bisogna concentrarsi su due abitanti del posto altrettanto unici: il coccodrillo gaviale e il rinoceronte unicorno. Che non ci deludono. Quando accoccolati sul dorso di un elefante indiano ci inoltriamo nella giungla fino ad arrivare al fiume, il “rino” ce lo troviamo a due passi, tranquillo in acqua per un bagno ristoratore. Le sue dimensioni sono inferiori solo a quelle del rinoceronte bianco africano (è alto tra i 173 ed i 204 centimetri, può misurare 396 centimetri di lunghezza e pesare mediamente circa 1600 kg) e la sua particolarità sta nel suo unico piccolo corno. Bello, tozzo, a suo modo elegante, si concede ai nostri “scatti” senza preoccuparsi troppo. Ma ovviamente non ci si può avvicinare più di tanto, perché nonostante la stazza può correre alla velocità di 40 km/h per brevi tratti ed è anche un buon nuotatore. Dunque meglio non urtare la sua suscettibilità o mettere alla prova le sue abilità. Piuttosto vigilare, per quanto possibile, sulla sicurezza: il bracconaggio per il commercio illegale del suo corno è una minaccia pressante affrontata dalle autorità del parco, nonostante gli enormi sforzi per la protezione del territorio.

Ma nel fiume c’è anche dell’altro da cui è meglio tenersi alla larga, la cui presenza ci viene segnalata da alcuna paia di occhietti che spuntano dal pelo dell’acqua. E’ il coccodrillo gaviale: micidiale e curioso. L’identikit? Fra i 2,7 e i 4,5 metri di lunghezza, per un peso che oscilla fra il quintale e mezzo e i due quintali e mezzo. E una bocca stretta e allungata che non fa complimenti con i suoi oltre cento denti appuntiti, alla cui estremitàc’è una protuberanza chiamata ghara. In realtà questo micidiale rettile sta rischiando seriamente l’estinzione, complici una caccia indiscriminata, pratiche di pesca non sostenibili e l’inquinamento dei sistemi fluviali in cui vive. Problemi persistenti che devono essere riconciliati coinvolgendo le comunità locali nella conservazione, insieme a una rigorosa applicazione delle leggi e dei regolamenti sulle zone umide.

Così grazie al National Trust for nature conservation è sorto nel Chitwan National Park, con il sostegno internazionale, il Gharial Conservation Breeding Center in cui si consente la riproduzione di questo coccodrillo attraverso un programma di allevamento. Siamo andati a vivere la struttura, con la possibilità di vedere molto da vicino centinaia di esemplari in diversi stadi di crescita. “Le uova di ghavial vengono cercate nelle rive del fiume, dove le madri ghavial le hanno nascoste e portate al centro per l’incubazione in sicurezza in cattività, al fine di aumentare la popolazione di questo raro coccodrillo - ci spiegano - qui le uova vengono posizionate sotto lampade riscaldanti per mantenere una temperatura adeguata. Dopo circa 3 mesi, i minuscoli coccodrilli rompono i loro gusci per iniziare una nuova vita. Rimangono nelle piscine del centro fino a quando non raggiungono l’età di circa 4 anni, dopodiché vengono rilasciati in natura”. L’attività, oltre al monitoraggio della crescita dei piccoli, contempla anche un controllo post-rilascio. Azioni alle quali si affianca una campagna di educazione ed informazione della popolazione, perché comunque la pelle dei rettili rappresenta ancora una risorsa economica non indifferente… Il centro ha dato un contributo significativo per la rinascita dei gharials nei fiumi del Nepal: dal 1981 al 2017, sono stati rilasciati 1.246 rettili nei fiumi Rapti, Narayani, Kaligandanki, Koshi, Karnali e Babai anche se l’alta mortalità dei piccoli in cattività è una delle sfide chiave del centro.

In gioco c’è il futuro di questa vasta porzione del Nepal che l’Unesco ha iscritto fra i Patrimoni dell’umanità: il paesaggio spettacolare - coperto da una vegetazione lussureggiante e l’Himalaya come sfondo - fa di questo parco una zona di eccezionale bellezza naturale. Le colline boscose e i mutevoli paesaggi fluviali fanno di Chitwan una delle aree affascinanti delle pianure del Nepal. Situata in una conca fluviale e caratterizzato da ripide scogliere sui pendii rivolti a sud e un mosaico di foresta fluviale e praterie, è il suo paesaggio a rendere il territorio una delle destinazioni turistiche più visitate del suo genere nella regione.

Il parco comprende il fiume Narayani (Gandaki), il terzo fiume più grande del Nepal, che ha origine nell’alta catena himalayana per gettarsi nel Golfo del Bengala, offrendo spettacolari vedute. Ma qui ci sono anche due famosi centri religiosi: Bikram Baba a Kasara e Balmiki Ashram a Tribeni, luoghi di pellegrinaggio per gli indù dalle aree vicine e l’India. E questa è pure la terra della comunità indigena di Tharu, che ha abitato l’area per secoli e ben nota per le pratiche culturali uniche.

Dunque è anche questo il Nepal che non ti aspetti. Non solo trekking, non solo scalate, ma anche un territorio fragile e straordinario assolutamente da scoprire.

 

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