Libano: per la bellezza di Baalbek la sapienza dei restauratori italiani, tra Fenici e Romani lo splendore del sito Unesco

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Giovanni Bosi, Baalbek / Libano

Imponente, meraviglioso, sorprendente. Non bastano gli aggettivi per descrivere Baalbek, il sito archeologico in Libano che racconta quella che era la più imponente delle città fenicie, a pieno titolo nella World Heritage List dell’Unesco per la grande importanza della sua storia attraverso le epoche e delle antiche vestigia conservate. Ed è qui che gli esperti italiani sono al lavoro per il restauro dell’imponente colonnato del Tempio di Giove. Siamo andati a vedere.

 

(TurismoItaliaNews) Siamo nella valle della Bekaa, a nord-est del Libano, a non troppa distanza dal confine con la Siria. Quando si arriva nel Paese dei cedri, forse lo si fa sottovalutando le bellezze che attendono di essere viste da vicino, complice la percezione che si continua ad avere dall’esterno di questa nazione. Del resto, guerra civile, invasioni e una convivenza equilibrista tra le sue mille anime gettano ancora un’ombra sinistra su questa terra che invece ha molto da offrire per farsi apprezzare dal punto di vista del turismo.

Baalbek è tra queste eccellenze, anzi è molto di più. L’emozione ti assale quando ti muovi tra le tante costruzioni che costellano il sito e inevitabilmente ti vengono in mente altre analoghe ma purtroppo martoriate bellezze in Libia e Siria quali Palmira, Sabrata o Leptis Magna. Questa antica città libanese serviva da luogo di culto per una triade di divinità e durante l’epoca romana è servita ancora per un’importante funzione religiosa, con migliaia di pellegrini che vi accorrevano. Ad oggi, quello che rimane sono le strutture colossali della città antica, strutture notevoli anche per la loro capacità di esibire l’antica architettura romana imperiale.

Collocata all’incrocio di due storiche strade commerciali, era nota anche come Heliopolis, la “città del Sole”, ed era il principale deposito di grano della regione. Fu verso la fine del primo secolo avanti Cristo, nel periodo romano, che i templi di Baalbek vennero costruiti sui resti di un tempio fenicio risalente al terzo millennio a.C. Talmente bella e dunque ambita, anche perché strategica, dopo la presenza romana si sono avvicendati nel tempo Arabi, Ommiadi, Abbasidi, Fatimidi e molti altri, con i templi trasformati in fortificazioni durante il Medioevo. Tanto da richiedere in tempi più recenti un grande sforzo filologico per restituire al sito la sua fisionomia originaria  grazie agli archeologi ed architetti tedeschi, francesi e libanesi.

Ma adesso è l’Italia ad avere un ruolo di primo piano nella restituzione della bellezza al Tempio di Giove, o meglio alle sei colonne corinzie che svettano con l’altezza di 22 metri e che di fatto accolgono i visitatori che arrivano qui. Queste colonne formavano una parte del peristilio del tempio costituito in origine da 54 colonne e con dimensioni gigantesche: 88 metri di lunghezza e 48 di larghezza su una base che sovrasta il cortile di 7 metri e il piano di campagna di ben 20 metri. Senza farsi mancare nulla nella tecnica costruttiva, come l’utilizzo di tre pietre del peso di mille tonnellate ciascuna, il cosiddetto Trilithon. Tanto bastava (e tanto basta) per non farlo passare inosservato.

Così sono proprio i restauratori italiani al lavoro sull’altrettanto gigantesca impalcatura che temporaneamente riveste le colonne, per ridare al Tempio il suo antico smalto attraverso la ripulitura dei fregi del frontone e la rimozione delle incrostazioni depositatesi nel corso dei secoli, oltre alla realizzazione di quegli interventi finalizzati a garantire la tutela del monumento. Il tutto attraverso l’Italian Agency for development cooperation d’intesa con la Direzione generale delle Antichità libanesi e gli esperti Unesco. “L’impalcatura che abbiamo realizzato – ha spiegato Renzo Broggi dell’impresa italiana che si occupa dei lavori – è un piccolo gioiello di ingegneria, perché non ha nessun punto di contatto con il monumento. La struttura ci permette di lavorare su tutta la superficie del colonnato e di realizzare studi approfonditi sulle reali condizioni, anche statiche, del monumento”.

“Il Libano è conosciuto come un Paese ‘con un’alta densità di beni culturali’ – ci spiegano dall’Ufficio di Beirut dell’Agenzia italiana per lo sviluppo e la cooperazione in Libano e Siria - con 5 siti del Patrimonio mondiale secondo la classificazione Unesco, distribuiti su una superficie di 10.452 kmq. Un territorio che presenta un numero di cimeli, siti e monumenti che testimoniano i successi artistici di vari civiltà lungo i secoli, a partire dall’età del bronzo (con i Fenici) attraverso lo splendore dell’Impero Romano e fino alla dominazione araba. La guerra civile e il conflitto del 2006 hanno causato gravi danni al patrimonio libanese, peggiorando il degrado dei monumenti e siti archeologici. Nel dopoguerra sono state avviate diverse iniziative a favore della conservazione del patrimonio culturale, tra le quali è importante menzionare il programma Patrimonio Culturale e Sviluppo Urbano - Chud, realizzato dalla Cooperazione Italiana allo Sviluppo in collaborazione con la Francia (Afd) e la Banca mondiale e il Consiglio libanese per lo sviluppo e la ricostruzione”.

Il settore culturale, così come il settore turistico, è influenzato dalla debolezza istituzionale del Paese. “In un contesto di grave instabilità, non è possibile procedere con politiche efficaci volte a rafforzare il patrimonio culturale, sia dal punto di vista legislativo che gestionale” osservano ancora dall’Ufficio di Beirut - a rendere più complesso il quadro c’è la mancata attuazione di moderni regolamenti nella pianificazione urbana, che sta causando una gestione ambigua delle aree urbane, portando a una dispersione delle risorse disponibili, distruzione e decadimento degli edifici storici a favore di nuove costruzioni con un impatto ambientale significativo”. Eppure un viaggio in Libano può rivelarsi un'esperienza di grande efficacia, pur tra le mille contraddizioni. Ma il fascino mediorientale è quello di sempre.

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