E’ nel Cilento uno dei più grandi monasteri del mondo: la Certosa di Padula, Patrimonio dell’Umanità

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Angelo Benedetti, Padula / Campania

In passato è stato il confine tra le colonie della Magna Grecia ed Etruschi e Lucani. Ma al di là del periodo classico che ha donato ai posteri testimonianze artistiche straordinarie, che insieme al paesaggio costituiscono un unicum irripetibile, ci sono anche altri tesori unici in cui perdersi piacevolmente. Come la Certosa di Padula. Siamo in Campania, ovviamente.

 

(TurismoItaliaNews) Basta dire che è uno dei più grandi monasteri del mondo. E che dal 1998 è stata dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Ma per rendersi conto di quale sia il suo valore, di quali suggestioni sia in grado di evocare e di quali emozioni sappia suscitare con le sue architetture, le sue decorazioni e la miriade di piccoli, preziosi dettagli, bisogna esserci.

E a dirla lunga è il cartiglio che sormonta il portale d’ingresso al Chiostro grande: “Qui c’è la pace sicura, qui l’ingresso al cielo. Rimani qui tranquillo, ti attende la vera pace”. La Certosa dedicata a San Lorenzo - fondata nel 1306 da Tommaso Sanseverino, Conte di Marsico e Connestabile del Regno di Napoli, che la donò all’Ordine dei Certosini - è un insieme infinito di stanze e chiostri in cui si è scritta la storia per circa 450 anni. Intanto siamo nel Cilento, un territorio che non basterebbe una vita per apprezzarlo tutto. E poi, più in particolare, in una zona interna a 700 metri di quota tra i picchi della Serra Longa (1.053 metri) e del Rifugio sui Monti della Maddalena (1.075 metri) al limite sud-orientale del Vallo di Diano, la grande conca dominata dai Monti Alburni e dal massiccio del Cervati (1.889 metri) e solcata dal Tanagro.

In mezzo c’è lei, la Certosa di San Lorenzo, oggi chiamata di Padula per la vicinanza del paese che la sovrasta. Si dice spesso che entrando in luoghi come questo è come attraversare una stargate ed essere catapultati all’indietro nel tempo. Beh, questa impressione è più vera che mai per questa Certosa, dove tutto sembra essersi cristallizzato. La grandiosità del complesso è il primo elemento che colpisce, a partire dall’enorme chiostro di quasi quindicimila metri quadrati, delimitato da 84 colonne e costruito a partire dal 1583, articolato su due livelli: al piano terra si innestano a pettine le 26 celle dei monaci; sopra, la galleria finestrata utilizzata per la passeggiata settimanale. Qui per secoli hanno pregato i Certosini, anche se alla fondazione della Certosa primordiale hanno contribuito i monaci Basiliani, come documentano la Chiesa di San Nicola alle Donne e i ruderi dell’antico monastero di San Nicola al Torone.

E secondo gli storici dell’arte, il prototipo di questo chiostro potrebbe essere stato il chiostro grande della Certosa romana di Santa Maria degli Angeli, progettato da Michelangelo. Poi ci sono gli altri spazi della Certosa che la delineano come una vera e propria cittadella produttiva. “Era intorno alla corte esterna che si svolgeva gran parte delle attività – ci spiegano durante la visita - c’erano la spezieria, l’abitazione dello speziale e la foresteria, riservata, solo in casi eccezionali, a religiosi e nobili illustri; nel braccio destro si trovavano gli alloggi dei monaci conversi. Era questa la casa bassa che rappresentava il trait d’union tra la Certosa e il mondo esterno”.

Il pezzo forte è tuttavia la parte legata all’espressione di fede, con la parte principale in stile barocco. Nella Chiesa si fanno notare gli altari in scagliola con inserzioni di pietre dure e madreperla, il coro ligneo cinquecentesco e la porta in legno di cedro del Libano risalente al 1374. Nella Chiesa, divisa trasversalmente da una parete, la parte in prossimità del presbiterio era riservata ai padri di clausura, che vi pervenivano attraverso un passaggio interno, i monaci si ritrovavano una volta di notte e due di giorno: interessanti gli altari in scagliola, un tipo di gesso, con inserzioni di pietre dure e madreperla, il coro ligneo cinquecentesco e la porta in legno di cedro del Libano datata al 1374. Nella Cappella del Fondatore si trova il il sarcofago cinquecentesco di Tommaso Sanseverino, morto nel 1324.

Davvero suggestiva è la cucina, dove è tornato alla luce - sotto una scialbatura - un affresco del ’600 con la Deposizione della Croce alla presenza dei Certosini (firmato Anellus Maurus, probabilmente un converso, e datato al 1650). Il dipinto, oggi restaurato, e il fatto che tutte le altre pareti presentino decorazioni riconducibili alla fine del XVIII secolo o agli inizi del secolo successivo, documentano una originaria diversa utilizzazione dell’ambiente, forse l’antico refettorio o l’antico Capitolo, poi riutilizzato come cucina. “Non fu dunque in questo luogo – ci viene spiegato – che i Certosini cucinarono la famosa frittata di mille (o cinquemila) uova che si favoleggia sia stata preparata per l’imperatore Carlo V e la sua armata, fermatosi a Padula di ritorno dall’impresa di Tunisi”.

La Cella del Priore è un altro nucleo architettonico di rilievo: in pratica è un appartamento composto da dieci stanze, oltre a vari locali di servizio, l’archivio, l’accesso diretto alla biblioteca, un giardino con loggia affrescata e la cappella privata. La Biblioteca era un po’ il sancta sanctorum di Padula, dove si conservavano migliaia di libri, codici miniati e manoscritti, di cui solo una piccolissima parte, circa duemila volumi, è oggi conservata nella Certosa.

In fondo c’è uno scalone ellittico a doppia rampa, con otto grandi finestroni, il cui ruolo è quello di collegare i due livelli del Chiostro grande: progettato da Gaetano Barba, allievo del Vanvitelli, dà accesso alla passeggiata coperta, ed è il punto di arrivo di un simbolico percorso che partendo dall’esterno, dal monumento di San Brunone, ambiente dopo ambiente, attraversa la Certosa riconducendo “a composita compostezza - come sottolineano gli esperti - gli effimeri abbandoni degli spazi cenobitici e di rappresentanza”. Lo scalone è in pietra di Padula, costato nientemeno che 64.000 ducati, una cifra iperbolica si dice, testimonianza dell’opulenza dei monaci. L’aspetto attuale del Parco, attraversato da un sistema di viali ortogonali pensati per i padri assorti nella preghiera, riflette sono in minima parte la sistemazione settecentesca.

Nel tempo la situazione di questo straordinario complesso non sempre è stata rispettosa del suo valore e in ogni caso ha conservato soltanto a tratti il suo aspetto trecentesco. Dopo il Concilio di Trento sono state attuate una serie di trasformazioni con la realizzazione del chiostro della foresteria e della facciata principale, impreziosite nel Settecento da sculture e decorazioni opera del Vaccaro, e della torre degli Armigeri. Secenteschi sono gli interventi di doratura degli stucchi della chiesa, opera del converso Francesco Cataldi, mentre sempre al ‘700 risalgono gli affreschi e il riambientamento di alcuni spazi.

Degli arredi originali non resta praticamente nulla. Quando i Certosini hanno lasciato Padula nel 1807, suppellettili e patrimonio artistico e librario sono andati quasi interamente dispersi e per la Certosa è iniziato un lungo periodo di precarietà e abbandono. Durante la prima e la seconda guerra mondiale è stata addirittura usata come campo di concentramento. La situazione ha cominciato a cambiare quando nel 1981 la Soprintendenza per i Beni architettonici di Salerno ha preso in consegna l’immobile, con il successivo avvio nel 1982 dei lavori di restauro di questo complesso architettonico ritenuto tra i più significativi del ’700 nell’Italia meridionale.

L’inserimento nel Patrimonio dell’Umanità ha dato lo scossone finale per la sua valorizzazione. Qui si trova anche il Museo archeologico della Lucania occidentale.

 

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