Centri storici e futuro dell'Italia, la prima indagine realizzata da Ancsa e Cresme: una fotografia imparziale su 109 nuclei antichi

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Da oltre 30 anni non si svolgevano ricerche sulla situazione complessiva dei centri storici italiani. Ora una prima indagine conoscitiva sui centri storici dei 109 capoluoghi di provincia italiani - realizzata da Ancsa Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici con la collaborazione del Cresme - consegna una fotografia imparziale di quei 172 chilometri quadrati (lo 0,06% del territorio italiano) su cui sussistono i 109 centri storici oggetto dell'indagine.

 

(TurismoItaliaNews) Ne emerge, come si legge nelle prime pagine del documento di sintesi, "un quadro complesso, caratterizzato dalla presenza di diverse classi di comportamento, alcune frutto di vocazioni e dinamiche storiche tipiche del nostro Paese, altre emerse come innovative negli anni duemila, ma che alla fine dei conti confermano il carattere profondamente individuale del nostro territorio e di conseguenza dei suoi centri storici”. La ricerca, però, condotta sul piano comparativo dei numeri, rende possibile, rispetto ad alcune questioni chiave, lo sviluppo di considerazioni di sintesi da sottoporre al dibattito, alcune delle quali sembrano poter avere carattere di originalità, e comunque di essere in grado, alla data dei dati disponibile, di fissare alcuni punti fermi sulla questione e, in particolare, su cosa è successo nel recente passato e cosa sta succedendo oggi nei centri storici del Paese.

Per molte delle analisi oggi disponibili lo spopolamento dei centri storici è l’elemento più visibile della crisi attuale, anche se non il solo. E tuttavia, ad una analisi più attenta, il quadro complessivo appare diverso. L’analisi svolta sui 109 centri storici mostra infatti che vi sono da una parte centri storici che stanno attirando popolazione e sono dinamici e in piena trasformazione, mentre altri centri storici sono in crisi profonda, in stato di abbandono, con gravi problemi gestionali e occupazionali. Se il divario tra il centro-nord e il mezzogiorno si è accentuato, la ricerca mostra anche che si sta determinando un drammatico processo di selezione tra chi avanza e chi recede in tutte le parti del territorio nazionale. I dati mostrano una sostanziale stabilizzazione della popolazione complessiva dei centri storici negli anni 2000, ma questo è solo il risultato di una media tra situazioni profondamente polarizzate, tra aree che crescono e aree che decrescono.

Inoltre la crisi - gravissima - del commercio minuto, l’ingresso potente di nuovi attori economici e di nuovi usi turistici, la terziarizzazione del patrimonio, il grande peso dello stock edilizio non occupato, l’assenza di adeguati investimenti per la manutenzione e la gestione, testimoniano una perdita della capacità di governo di queste parti delle città, così importanti e fragili. Una frattura pesante si va aprendo tra centri storici che diventano cuore pulsante della ripresa e centri storici che vivono l’abbandono, la crisi, il degrado. Il 52% delle abitazioni nel centro storico di Frosinone è vuoto, a Ragusa è il 42%, mentre a Lecco il 42,2% delle abitazioni è occupato da non residenti. Nella Città Vecchia di Taranto un edificio su tre è inutilizzato, nel centro storico di Caltanissetta un edificio su cinque è inutilizzato, ad Agrigento, Benevento, Vibo Valentia, Trapani sono uno su dieci.

In molte città del nord gli edifici inutilizzati hanno valori infinitesimali: 0,1% a Firenze, 0,2% a Siena. Confrontando le dinamiche della popolazione del centro storico con quelle del resto della citta, è stato così possibile, individuare quattro tipologie di comportamenti demografici tra i 109 centri analizzati:

Città in crescita. Sono città in cui la popolazione cresce tra 2001 e 2011 sia nei centri storici, sia nell’altra parte della città: le città demograficamente dinamiche sono Prato (+38% la popolazione nel centro storico), Roma (+15%), Torino, Parma, Forlì, Grosseto;

Città a trazione centro storico. Sono i capoluoghi che vedono la popolazione in calo nel resto della città, ma in crescita nei centri storici: come Verbania, che vede crescere la popolazione del centro storico del +44%. In questo gruppo rientrano molte città metropolitane come Genova, Palermo, Messina, Trieste, Firenze;

•Città che crescono senza centri storici. Sono le città che crescono nel resto della città, ma che vedono i centri storici perdere popolazione. Rientrano in questa classe Ragusa, Ferrara, Barletta, Enna, Sassari, Vicenza, Isernia.

Città in calo. Sono le città in cui la variazione della popolazione è negativa nel centro storico e nel resto della città. In questo gruppo rientrano alcune grandi città e i centri storici molto popolati ovvero Napoli, Catania ma anche Venezia. Nella classifica dei primi venti centri storici in crescita di popolazione tra 2001 e 2011, vediamo al primo posto Verbania, con un +44,9%; al secondo Prato + 38,8%; e al terzo Grosseto +33%. La Toscana vede i centri storici di nove città su dieci nella classifica delle prime venti: oltre a Prato e Grosseto compaiono infatti, Livorno (+26,6%), Pistoia (+23,3%), Massa (+22%), Lucca (+21,3%), Arezzo (+17,7%), Firenze (+11%), Pisa (+10,6%). Teramo è al quarto posto, con +29,6% (esito dell’emigrazione dall’Aquila post-terremoto); e Taranto la segue, si tratta della Città Vecchia di Taranto, dove la popolazione è cresciuta del 29% (655 abitanti in più rispetto al 2001). Latina (+27,7%) e Rieti (+12,6%) rappresentano il Lazio; Lecce (+20,6%) e Trani (+13,5%) la Puglia; Biella (+15,1%) e Novara (+10,6%) il Piemonte; Forlì (+12,3%) è l’unica città dell’Emilia-Romagna tra le prime venti; Messina chiude la classifica con +10,6%. Non ci sono tra le prime venti centri storici veneti, lombardi e campani per dire delle regioni più popolate.

Verona, Rovigo e Venezia (-10,8%) compaiono nella classifica dei venti centri storici che perdono più popolazione, così Cremona, Milano, Sondrio (-10,5%); Trapani, Enna, Ragusa e Siracusa (-16,8%) sono i centri storici siciliani che perdono più popolazione; Sassari, Cagliari e Carbonia (-10,8%) quelli sardi; Barletta, Foggia e Brindisi (-15,9%) quelli pugliesi; vi sono anche Pescara e Cosenza, oltre a l’Aquila che mostra gli effetti del terremoto. Come si vede vi sono comportamenti molto diversi, singoli, ma è anche possibile individuare dinamiche regionali sulle quali sarà utile in una seconda fase approfondire l’analisi.

L'indagine costituisce una tappa fondativa di un Osservatorio Nazionale sulle Città Storiche. Un prestigioso punto d'arrivo che viene suggellato dalla firma del protocollo d'intesa tra il ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e Ancsa. I centri storici delle città italiane sono il luogo della concentrazione del patrimonio storico-architettonico del nostro Paese: per questa ragione concentrano opere architettoniche e artistiche, concentrano musei, concentrano cultura. I flussi turistici culturali sono in forte crescita: dal 2010 al 2016 le presenza turistiche sono passate da 94 milioni a 111 nelle città d’arte italiane, pari al 27% delle presenze turistiche in Italia. Gran parte di queste presenze si concentra nei centri storici delle principali città capoluogo. Nel 2015 gli stranieri hanno rappresentato il 60,8% delle presenze, con una spesa per il turismo culturale stimata in 13 miliardi di euro.

Nel 2015 su 10,6 milioni di presenze ben il 69,3% ha riguardato le prime dieci città italiane, con Roma che ha accolto da sola 24,8 milioni di presenze, seguita da Milano con 11,7, Venezia con 10,2, Firenze con 9,1, Torino con 3,4, Napoli con 2,9, Bologna con 2,2, Verona con 1,8, Pisa con 1,7, Genova con 1,6. Se si considera che i dati per il 2016 e del 2017 descrivono un forte scenario di crescita per l’Italia (il fatturato diretto del turismo in Italia nel 2016 è stimato in 70,2 miliardi di euro), ci si rende conto che il turismo rappresenta un volano di risorse importante da sviluppare e indirizzare verso i centri storici, la questione è attraverso quali politiche.

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