Tra i fantasmi dei minatori a Cabernardi: l'epopea dello zolfo rivive nella miniera diventata parco archeominerario a Sassoferrato

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Giovanni Bosi, Sassoferrato / Marche

Non ci sono più il vocìo dei minatori, il rumore degli argani che vanno su e giù, lo stridìo dei carrelli che trasportavano lo zolfo nascosto nella roccia, il rumore sordo delle esplosioni nella pancia della terra per mandare avanti gli scavi, l'odore insopportabile che aveva reso sterile la campagna circostante. Eppure la miniera di Cabernardi, a due passi da Sassoferrato, oggi parco archeominerario, racconta tutto questo e lo fa sentire vivo a chi va alla scoperta di questo sito ormai archeologia industriale. Un luogo incredibile da vedere e da conoscere, soprattutto per rendere onore a quegli uomini che fino a 70 anni fa lavoravano in condizioni terribili.

 

(TurismoItaliaNews) Accadeva giusto 70 anni fa lo sciopero dei minatori di Cabernardi per difendere il posto di lavoro nella pur difficile e pericolosa miniera di zolfo gestita dalla Montecatini, nel territorio di Sassoferrato. La protesta dei “sepolti vivi”, come chiamarono le centinaia di lavoratori barricati nelle gallerie nella profondità della terra, avrebbe sortito i suoi effetti. Ma solo per poco, perché di lì a poco la miniera avrebbe chiuso per sempre. Oggi, sul filo della storia, la miniera è un museo, un parco archeominerario e un luogo di attrazione turistica. Per non dimenticare, per conoscere un passato neppure troppo lontano.

Tra i fantasmi dei minatori a Cabernardi: l'epopea dello zolfo a Sassoferrato rivive nella miniera diventata parco archeominerario a Sassoferrato

Tra i fantasmi dei minatori a Cabernardi: l'epopea dello zolfo a Sassoferrato rivive nella miniera diventata parco archeominerario a Sassoferrato

“Questa di Cabernardi dal 1870 al 1959 è stata la più grande d'Europa – ci spiega Patrizia Greci, vice presidente del Parco dello Zolfo delle Marche e dell'Emilia Romagna – la miniera principale era stata aperta nel 1886 e sfruttata da piccole aziende che estraevano lo zolfo in modo artigianale, poi arrivò la Montecatini e prese corpo lo sviluppo del villaggio minerario di Canterino, con la mensa, la cooperativa... Poi la guerra impresse un forte rallentamento alla produzione, ma negli anni Cinquanta ci fu una piccola ripresa, anche se contemporaneamente prendevano corpo altrove tecniche più economiche per l'estrazione, rendendo la miniera di Cabernardi non competitiva. Fu questo che pian piano portò alla chiusura e al trasferimento dei minatori verso altre zone del Paese”. Nel racconto di Patrizia Scotti c'è passione, orgoglio, persino un pizzico di risentimento per la sorte toccata a questa realtà produttiva che aveva trasformato gli agricoltori in minatori. Ma indubbiamente era un lavoro tremendo, rischioso.

Così visitare le strutture della miniera significa compiere un viaggio a ritroso nel tempo. “In un suggestivo scenario naturale, il parco archeominerario offre un’esperienza di visita unico addentrandosi all’interno del sito estrattivo di Cabernardi che, insieme alla mineria di Perticara, è parte del Parco dello Zolfo” ci spiega Gabriele Costantini, presidente di Happennines, la società cooperativa che gestisce con competenza ed entusiasmo la rete delle strutture museali di Sassoferrato. Siamo in provincia di Ancona, in una zona di grande valenza ambientale e con forti attrattori culturali.

Tra i fantasmi dei minatori a Cabernardi: l'epopea dello zolfo a Sassoferrato rivive nella miniera diventata parco archeominerario a Sassoferrato

Tra i fantasmi dei minatori a Cabernardi: l'epopea dello zolfo a Sassoferrato rivive nella miniera diventata parco archeominerario a Sassoferrato

“Oggi sono visibili buona parte delle strutture fuori terra, tra cui i calcaroni, i forni Gil e il Pozzo Denegani, che dava accesso ad oltre 40 km di gallerie sotterranee poste su ben 27 livelli. In prossimità si trova anche il villaggio operaio di Canterino” aggiunge Gabriele. Ma quando la miniera era in esercizio, l'intorno non era così ameno: c'era un paesaggio lunare, l'anidride solforosa bruciava tutto il verde, nelle gallerie sotto terra si combatteva con caldo e umidità.

Muovendosi all'interno del perimetro della miniera – diventata museo archeominerario grazie ad un'intuizione di Ugo Pesciarelli quando era sindaco di Sassoferrato, oggi presidente dell'Unione Montana Esino Frasassi, e altrettanto valorizzata dall'attuale primo cittadino Maurizio Greci – si comprende bene come si lavorava e cosa si rischiava, soprattutto quando per qualche decina di metri si percorre una delle gallerie messa in sicurezza. “I pani di zolfo in prima fusione, prodotti dalle miniere di Cabernardi e Percozzone, in località Vallotica, nei primi tempi erano trasportati alla raffineria di Bellisio Solfare per mezzo di birocci. Nel 1906 venne terminata la teleferica azionata da motori elettrici – ci dice Gabriele Costantini mentre guardiamo le antiche strutture industriali - la lunghezza della teleferica, che a metà del percorso Cabernardi-Bellisio riceveva il ramo proveniente dalla miniera di Percozzone, era in totale di 3.450 metri ed era composta da 35 vagoncini, ognuno dei quali trasportava 4 pani di zolfo da 50 kg l'uno. Quando incrociava una strada di una certa importanza, vi si costruiva sopra una tettoia in legno, per proteggere i passanti dall’eventuale caduta del materiale”.

Tra i fantasmi dei minatori a Cabernardi: l'epopea dello zolfo a Sassoferrato rivive nella miniera diventata parco archeominerario a Sassoferrato

Tra i fantasmi dei minatori a Cabernardi: l'epopea dello zolfo a Sassoferrato rivive nella miniera diventata parco archeominerario a Sassoferrato

C'è qualcosa tuttavia che attira l'attenzione: è il Pozzo Donegani, considerato il monumento più suggestivo di Cabernardi. E' la struttura fuori terra che ha mantenuto ancora oggi le sue caratteristiche tipologiche e architettoniche: il “Pozzo Nuovo” era stato costruito a partire dal 1904, prendendo in seguito il nome di “Pozzo Donegani” dall'ingegnere della Montecatini, Guido Donegani. L'originaria struttura in legno venne sostituita nel 1922 dal castello in cemento armato che si vede oggi e che svetta con i suoi 18 metri di altezza.

“L'arganista muoveva i meccanismi che permettevano alle 'gabbie', i due ascensori che funzionavano a bilancia, di scendere e salire movimentando sia le persone (12 alla volta), che i materiali. Il pozzo raggiungeva il 13° livello, ovvero la quota di 442 metri dal suolo” aggiunge Gabriele. Impressionante. Soprattutto se si considera qual era il lavoro vero e proprio. Erano quattro erano le fasi del lavoro in sotterranea: l'abbattimento della roccia dal banco mineralizzato; la costruzione di armature in legno per stabilizzare le gallerie; il caricamento su vagonetti della roccia solfifera; il trasporto su linea ferrata dei vagonetti sino ai cantieri esterni.

Tra i fantasmi dei minatori a Cabernardi: l'epopea dello zolfo a Sassoferrato rivive nella miniera diventata parco archeominerario a Sassoferrato

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“Nella prima fase si praticavano dei fori nella roccia mediante barramina, asta d'acciaio con punta a scalpello, all'interno del quale si introduceva l’esplosivo – sottolinea Gabriele - la sostituzione delle barramine con martelli pneumatici e della polvere nera con dinamite aumento notevolmente l’efficienza del lavoro. In tutto erano 27 i livelli a Cabernardi, ma l’estrazione avveniva fino al 21°. Il 13° livello, la "galleria di base", si congiungeva con la miniera di Percozzone. Le gallerie erano collegate tra loro con traverse o, se poste su quote diverse, con discenderie. Allo stato attuale nessuna delle gallerie è accessibile, tranne la piccola parte messa in sicurezza”.

Le sue efficaci parole ci trasportano indietro di decenni e decenni e ci sembra davvero di sentire il vocìo dei minatori, il rumore degli argani che vanno su e giù, lo stridìo dei carrelli che trasportano lo zolfo, il rumore sordo delle esplosioni nella pancia della terra per mandare avanti gli scavi, l'odore insopportabile che grava come una cappa sulla zona. Altrettanto suggestivi sono i “calcaroni”, quelli che praticamente consentivano l'ottenimento delle zolfo puro in tandem con i forni Gill. La pendenza del calcarone oscillava fra 30-35 gradi e l'altezza variava da 1/7 a 1/5 del diametro. Nella parte centrale della base del cono si mettevano i pezzi più grossi di minerale; il tutto veniva poi coperto con i residui delle precedenti fusioni (“rosticci” o “cinese”). Completata la copertura, si procedeva con l'accensione utilizzando legname imbevuto di zolfo posto sulla sommità, creando così una combustione the lentamente si diffondeva verso il basso, alimentata dai canali trasversali di areazione. La cattiva stagione incideva notevolmente sul buon andamento della fusione: freddo e pioggia potevano spegnere il calcarone provocando l’“intronata”. Non pochi erano gli inconvenienti del calcarone: bassa resa, lungo periodo di fusione, anidride solforosa e calore dispersi nell'ambiente.

Tra i fantasmi dei minatori a Cabernardi: l'epopea dello zolfo a Sassoferrato rivive nella miniera diventata parco archeominerario a Sassoferrato

Tutto questo fino al 1952, alle proteste dei minatori e poi sino alla definitiva chiusura. Tre anni per smantellare tutto, con Canterino che si spopolò, diventando un villaggio fantasma. E' emblematico questo racconto reso da chi visse quel periodo complicato: “Inizia alla fine di un lungo periodo di lotte, di miasmi sulfurei quasi tuciferini, di lavoro massacrante, di schiene ricurve, di buio delle gallerie. Il viaggio, o meglio, il trasferimento collettivo inizia con la chiusura dell'attività della miniera di zolfo di Cabernardi di proprietà delta Montecatini. Novanta anni di scavi, di esplosioni per avanzare nelle gatterie, di carrelli stracolmi di minerali spinti a forza di braccia, di muli ciechi, di minatori sudati e sporchi. Tutto finì il 5 luglio 1952. Lo sciopero dei 'sepolti vivi', nonostante l'accordo sottoscritto, non raggiunse lo scopo del mantenimento dell'occupazione e dell'attività produttiva di estrazione. La società Montecatini iniziò così a trasferire centinaia di persone, in particolare gli scioperanti, verso paesi e luoghi, ai più, sconosciuti. E soprattutto lontani, per quell'epoca. Distanti centinaia, anche migliaia di chilometri dalla propria abitazione. Lontani dai propri cari. Un esodo biblico. Così la gente sciamò verso la Toscana, il Trentino, la Sicilia, l’Emilia-Romagna. Ma anche in Belgio, in Francia, in Lussemburgo. Tutti via. Via dalla miniera di Cabernardi e via dal paese. Con le poche cose che potevano stare in una piccola valigia di cartone. Il paese di Pontelagoscuro, in provincia di Ferrara, accolse quasi 250 famiglie”.

Per il 70 anniversario dell'occupazione della miniera, la visita al parco archeominerario di Cabernardi diventa dunque un'esperienza decisamente emozionale. Per non dimenticare.

Per saperne di più
www.parcozolfomarcheromagna.it
www.sassoferratoturismo.it

 

Benvenuti all’inferno: nel villaggio di Canterino e nella miniera di Cabernardi fra storia, lavoro, sacrifici e speranze

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