Perù, a Raqchi nel tempio di Wiracocha dio della creazione e della civiltà nel mondo andino: qui parla tutto di Inca
Giovanni Bosi, Raqchi / Perù
E’ il festival del simbolismo. Nel senso che in questo incredibile sito archeologico Inca a poco più di un centinaio di chilometri da Cusco, in Perù, si ritrovano per intero cultura, devozione e modi di fare della civiltà precolombiana sviluppatasi sull’altopiano andino. Raqchi, costruito nel quindicesimo secolo, è un tempio messo su - con un impasto di argilla, sabbia e paglia essiccata su una fondazione di pietra vulcanica - in onore di Wiracocha. Ovvero una delle principali divinità Inca, considerato come lo Splendore Originario, il Maestro del Mondo, dio della creazione e della civiltà. Come perdersi, allora, la visita a questo luogo intriso di storia?
(TurismoItaliaNews) Intanto c’è da dire che la cornice è meravigliosa. Uno spazio infinito circondato da montagne, verde e acqua su cui si riflette il cielo mutevole in un batter di ciglia. E si può pensare che quello che vediamo oggi sia di fatto quello che guardavano gli Inca, pronti a stupire se stessi. Come per la costruzione di Raqchi, a 3.480 metri di quota, lungo il fiume Vilcanota, in una valle nota per i luoghi sacri, su un crinale prominente che fornisce una posizione difensiva naturale. Il posto è strategico perché all’epoca era un punto di controllo fondamentale su un sistema stradale che aveva origine a Cusco e che si è poi ampliato con la contestuale crescita dell’impero Inca.
Mille ettari da esplorare.
La maggior parte delle strutture che compongono il complesso (costituito da diverse aree, ciascuna con una funzione specifica, spalmate su una superficie di un migliaio di ettari) sono delimitate da un muro perimetrale lungo 4 chilometri, con appena al di fuori un recinto con otto edifici rettangolari intorno a un ampio cortile, probabilmente un tampu, cioè un alloggio destinato ai viaggiatori. L’attrazione principale, in sostanza la struttura più importante, è proprio il Tempio di Wiracocha, un’enorme costruzione rettangolare a due piani che misura 92 metri per 25,5 metri; la fascia del basamento ha un’altezza di 4 metri sia per il muro che per le colonne, secondo una classica tipologia Inca. Prima della sua distruzione da parte degli Spagnoli, il tempio aveva quello che si ritiene fosse il più grande tetto a due falde realizzato dagli Inca, appoggiato su un muro centrale di adobe alto dai 18 ai 20 metri con una base di andesite.
L’adobe (il cui termine deriva dall’arabo e significa “cotto”) è l’impasto di argilla, sabbia e paglia essiccata all’ombra, utilizzata da molte popolazioni in ogni epoca per costruire mattoni; mentre l’andesite è la roccia vulcanica il cui nome deriva dalla catena delle Ande. Completano il tempio finestre e porte che consentono il passaggio, e da una fila di undici colonne che lo fiancheggiano su ogni lato. Se la più impressionante copertura a capanna dell’Impero e delle Americhe precolombiane finora conosciuto si trova all’interno del complesso Inkallaqta, questo non ha tuttavia il culmine nel muro centrale come a Raqchi. Tanto che le enormi proporzioni della struttura e la sua preponderanza nel sito inducono a individuare l’intero complesso come il Tempio di Wiracocha.
La cosmologia Inca
E’ affascinante esplorare il parco archeologico, rendersi conto da vicino del metodo di costruzione impiegato e soprattutto cercare di immaginare come doveva essere perfettamente integro e funzionante nel momento del suo massimo splendore, mentre la nostra guida ci fornisce dettagli preziosi su quello che era il ruolo di Raqchi. Anche perché l’articolazione è complessa e ancora oggi alcuni tasselli devono ancora incastrarsi. Come detto, gli Inca volevano stupire se stessi sulla base di una simbologia: la guida ci spiega che “è significativo che il progetto dell’edificio abbia previsto che i devoti dell’epoca (ma a ben guardare questo vale oggi anche per noi) entrando dalle sue due porte conosciute, si trovassero immediatamente di fronte una serie di alti pilastri e ‘costretti’ a camminare tra di loro, muovendosi con un movimento a zig-zag.
E questo avrebbe potuto essere un comportamento deliberatamente voluto dai costruttori del tempio; un modo emblematico della cosmologia Inca, in particolare nel rapporto con Wiracocha”. La personalità, se così si può definire, di Wiracocha (o anche Viracocha) è oltremodo interessante e complessa, visto che viene considerata una rielaborazione della prima divinità degli antichi Tiwanaku, popolazione arrivata dal Lago Titicaca. Secondo la tradizione sarebbe sorto dalle acque e avrebbe creato il cielo e la terra. Un mito racconta che Wiracocha non solo avrebbe creato gli umani, ma li avrebbe anche distrutti per poi ricrearli dalla roccia e gettarli ai quattro angoli del mondo. Dopo aver insegnato agli uomini a sopravvivere, avrebbe preso il mantello, ne avrebbe fatto una barca e sarebbe salpato per l’Oceano Pacifico.
Le qullqas, dispense circolari
Rispetto alla presenza degli altri edifici ci sono diverse interpretazioni di studiosi ed archeologi: c’è chi sostiene che potrebbero essere stati per funzionari religiosi e amministrativi, mentre altri ipotizzano che potrebbero essere stati usati come caserme per ospitare le truppe. Nei pressi ci sono centinaia di costruzioni circolari: sono le qullqas, disposte in linee parallele e ciascuna delle quali misura una decina di metri di diametro, ovvero depositi e luoghi di stoccaggio di cereali come mais e quinoa, che sarebbero stati usati per scopi cerimoniali, nonché ceramiche, tessuti e attrezzature militari. Inoltre sono stati individuati terrazzamenti irrigati sulle vicine colline che servivano probabilmente alla produzione degli approvvigionamenti da conservare nelle qullqas. A Raqchi c’è poi una vasca alimentata da una sorgente attraverso due serie di fontane in pietra finemente costruite con una piattaforma rialzata accanto a una di esse; vasca che potrebbe essere stata utilizzata per i rituali nei quali, secondo la ricostruzione storica, si procedeva al sacrificio di lama allevati nei pressi.
I colori della gente
A poca distanza dal parco archeologico c’è il villaggio di Raqchi, dove si può anche visitare la Cappella costruita nella prima decade del diciannovesimo secolo, con tre immagini sacre: la vergine de Las Nieves che si celebra il 5 agosto, il patrono San Michele Arcangelo e la Vergine del Rosario, la cui ricorrenza si festeggia il terzo sabato e la successiva domenica di ottobre. Il paese è un luogo decisamente pittoresco, dove si può incontrare varia umanità coloratissima nel tradizionale vestiario e dove acquistare prodotti dell’artigianato locale da portare a casa come ricordo del viaggio. Irrinunciabili!
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Giovanni Bosi, giornalista, ha effettuato reportages da numerosi Paesi del mondo. Da Libia e Siria, a Cina e India, dai diversi Paesi del Sud America agli Stati Uniti, fino alle diverse nazioni europee e all’Africa nelle sue mille sfaccettature. Ama particolarmente il tema dell’archeologia e dei beni culturali. Dai suoi articoli emerge una lettura appassionata dei luoghi che visita, di cui racconta le esperienze lì vissute. Come testimone che non si limita a guardare e riferire: i moti del cuore sono sempre in prima linea. E’ autore di libri e pubblicazioni.
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