Ruscio, là dove l’Italia cominciò: storie di memoria e rinascita nel borgo che è stato confine tra Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie
Giovanni Bosi, Ruscio / Umbria
C’è un angolo di Umbria dove la storia non si legge nei libri, ma si respira nell’aria, si sfiora lungo i sentieri, si ascolta tra le voci degli abitanti. È Ruscio, minuscola frazione del comune di Monteleone di Spoleto, a 777 metri tra le colline della Valnerina, là dove un tempo correva il confine tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie. Qui, dove oggi si coltivano farro e lenticchie e dove il silenzio è rotto solo dallo scorrere del torrente Vorga, la memoria si è fatta pietra, archivio, canto e passione civile.
(TurismoItaliaNews) E sì, questo è il borgo della dogana e della storia. Fino al 1861, e cioè sino all’unificazione dell’Italia, Ruscio è stato la sede di un “posto di dogana di bollettone di II classe”, ultimo baluardo del potere temporale del Papa prima della frontiera. Era qui, al margine di un Paese ancora da unificare, che si incrociavano commerci, eserciti e destini. Quando il 17 marzo di quell’anno nacque ufficialmente il Regno d’Italia, a Ruscio si è chiusa simbolicamente una dogana e si è aperta una nuova epoca. La memoria di quel gesto semplice ma dal valore emblematico – la rescissione di un contratto d’affitto per la sede della Finanza – è ancora oggi scolpita nel cuore del borgo e in una targa commemorativa fortemente voluta dalla Pro Ruscio.
Una frontiera diventata simbolo
Nel 2014, proprio a Ruscio è stato rinvenuto il cippo di confine n.499, uno dei 686 posati nel 1846-47 a segnare la linea divisoria tra due mondi. Alto due metri e pesante 880 chili, reca ancora visibile l’incisione con il giglio borbonico e la linea di confine, mentre i simboli papali furono abrasati dopo l’unità d’Italia per “damnatio memoriae”. Quel cippo, oggi restaurato e collocato in paese, è diventato il nuovo simbolo identitario di Ruscio, completato da una suggestiva riproduzione in argilla della rara medaglia che un tempo veniva interrata sotto ogni pietra di confine.
Le pietre per i cippi erano cavate lungo il percorso da una squadra di scalpellini, rese a forma di colonna con punta terminale e incise sui due lati contrapposti: giglio e numero proprio consequenziale del fusto per il Regno delle Due Sicilie; triregno con chiavi decussate e anno di erezione dell’elemento per lo Stato Pontificio. Sulla sommità piramidale era incisa una linea che segnalava l’andamento della frontiera. Quando si posizionava uno di questi “termini”, al di sotto si collocava una sorta di medaglia, una specie di sigillo che rendeva ufficiale il punto di confine; la riproduzione di uno di questi elementi è conservata nella sede della Pro loco.
L’altra faccia della storia: la miniera e la guerra
Ma Ruscio non è solo dogane e cippi. Durante il Novecento, soprattutto negli anni dei conflitti mondiali, il borgo ha conosciuto il volto più duro della storia: quello delle miniere di lignite, della fatica operaia, della deportazione. Nella locale miniera, attiva fino alla zona di Leonessa, si estraeva fino al 30% della lignite italiana. Tra il 1939 e il 1945, nella sola Ruscio erano operativi due cantieri, con un impiego di oltre 500 lavoratori e una produzione quotidiana di oltre 600 tonnellate. Nel 1942, la miniera fu trasformata in campo di prigionia: il campo n. 117 accolse prima prigionieri di guerra jugoslavi, poi internati civili montenegrini. Tra baracche fatiscenti, turni massacranti e condizioni igieniche estreme, si consumarono pagine di storia dimenticate. Grazie all’impegno della Pro Ruscio e alle ricerche dello storico Dino Renato Nardelli, quelle storie sono tornate alla luce, raccontate nel IX Quaderno di Ruscio con la dignità che meritano.
La rinascita della memoria
Oggi, Ruscio è tornato a vivere e a raccontarsi grazie alla passione e alla tenacia della sua comunità. “Dal 1992 la nostra Pro loco – ci racconta Francesco Peroni, segretario dell’associazione - pubblica ‘La Barrozza’, rivista che raccoglie testimonianze, tradizioni, usanze e ricerche. Parallelamente, la collana ‘I Quaderni di Ruscio’ approfondisce temi cruciali della storia locale: dalla Grande Guerra al confine pontificio-borbonico, dall’estrazione del ferro e della lignite al canto in ottava rima dei pastori transumanti”. La Pro loco qui ha un ruolo importante: prima di tutto come soggetto aggregatore, poi come soggetto attivo nel tramandare storie, tradizioni, consuetudini e perfino come centro di documentazione visto che nella sede sono raccolti cimeli di ogni tipo: dagli attrezzi che si usavano in campagna, fino ai reperti del campo di prigionia. Visitarla è come toccare con mano il passato del paese. Sono tanti i custodi appassionati di una memoria che rischiava di svanire: dal presidente Vittorio Ottaviani, al nostro amico Marco Vannozzi, che con i suoi ricordi d’infanzia vissuti qui a Ruscio ci proietta in un’altra dimensione. È grazie ai molti come loro che si conservano diari manoscritti in ottava rima, mappe d’epoca, documenti militari, reperti unici e racconti orali. Un lavoro di archeologia dell’anima, verrebbe da dire, che restituisce al borgo non solo il suo passato, ma anche un futuro.
Ruscio oggi: farro, cammini e resistenza culturale
Chi visita Ruscio oggi, magari lungo il Cammino di San Benedetto che da Norcia giunge fino al Lazio, scopre un borgo autentico, dove i ritmi della natura scandiscono ancora la vita quotidiana. Tra i campi coltivati a farro Dop e lenticchie, nelle stalle dove si producono formaggi, miele e salumi, si respira un’aria antica, fatta di rispetto, silenzio e autenticità. Eppure, in questo silenzio, la storia parla. Parla con voce forte, grazie a chi ha scelto di restare, di ricordare, di tramandare. Ruscio non è solo un luogo. È un racconto vivo, una ferita sanata con l’orgoglio della memoria, un presidio di identità in un mondo che dimentica troppo in fretta.
Il Cammino di San Benedetto, 300 km da fare a piedi o in bici I luoghi che intercetta sono quelli a suo tempo percorsi da San Benedetto da Norcia (480–547), patrono d’Europa. Lungo il tragitto sono transitati personaggi illustri come il cardinale Mastai Ferretti, futuro Papa Pio IX (1831), il generale Giuseppe Garibaldi accompagnato da Nino Bixio e da Andrea Aguya (1849).
Un luogo decisamente da conoscere
Affacciandosi da Monteleone di Spoleto che lo sovrasta, il borgo di Ruscio – in una cornice naturale spettacolare - appare come un piccolo cameo lungo il maxi-letto pressoché asciutto del Corno. Vale sicuramente scendere quaggiù, perché – parafrasando Leonardo Sciascia – questo è uno dei luoghi in cui sentirsi a casa. Anche se poi non si è nati qui.











