Paesaggi montani di Alpi e Appennini a rischio: i cambiamenti climatici accelerano i mutamenti della scenografia territoriale italiana

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Giovanni Bosi, Santa Giustina / Belluno

I cambiamenti climatici stanno seriamente compromettendo il paesaggio italiano. E’ urgente una radicale trasformazione dei nostri stili di vita per gli impatti dell’azione umana sugli equilibri degli ecosistemi, ma anche l’esigenza di una profonda rivisitazione dei modelli di comunicazione della crisi climatica per una opinione pubblica più informata e consapevole. Ma nessun luogo del mondo è indenne… Ecco perché.

 

(TurismoItaliaNews) Il ricercatore dell’Istituto di Scienze Polari del Cnr Jacopo Gabrieli, tra i protagonisti del Forum “Riabitare la montagna” promosso da Greenaccord nel Centro Papa Luciani di Santa Giustina (Belluno) è categorico: “I paesaggi montani delle Alpi e degli Appennini, entro il 2050, potrebbero essere cancellati dalla scenografia territoriale italiana per l’accelerazione esponenziale degli eventi estremi indotti dai cambiamenti climatici. La perdita delle montagne, con la contestuale perdita dei ghiacciai e crescita dei volumi d’acqua con il pericolo di avere città sempre più inondate, va seriamente contrastata con misure incrementali di adattamento per evitare il definitivo spopolamento delle aree interne e dei borghi che ospitano boschi e foreste dall’inestimabile biodiversità”.

Jacopo Gabrieli

Paesaggi montani dei Alpi e Appennini a rischio: i cambiamenti climatici accelerano i mutamenti della scenografia territoriale italiana

Paesaggi montani dei Alpi e Appennini a rischio: i cambiamenti climatici accelerano i mutamenti della scenografia territoriale italiana

“Non si possono confondere ancora i concetti di meteo e clima – ha proseguito Jacopo Gabrieli – né reiterare l’idea di un dibattito sulla crisi climatica equidistante tra negazionisti e scienziati, quando il 99% degli scienziati mondiali è unanime nei pronunciamenti e, ancor più, in un pianeta sempre più vulnerabile in cui la concentrazione di anidride carbonica ha raggiunto valori mai sfiorati negli ultimi 800mila anni (quasi 420 parti per milioni) e, dunque, davvero non si può pensare di rimanere sani in un mondo malato, come più volte sottolinea Papa Francesco”.

Il tema – inquietante quanto inevitabile da affrontare ai fini dell’acquisizione di una consapevolezza collettiva – è stato affrontato in termini di tutela locale. “Nel territorio delle Dolomiti bellunesi, soprattutto dopo la catastrofe della tempesta Vaia, sta maturando una nuova e più robusta coscienza sulle foreste – ha sottolineato il comandante del gruppo Carabinieri Forestale di Belluno, Riccardo Corbini – tali che possano essere attraversate da processi strategici di gestione sostenibile e manutenzione virtuosa scanditi dai criteri della prevenzione e programmazione. La superficie boschiva in Italia e in Veneto (con 460mila ettari) – ha proseguito Corbini – negli ultimi anni è aumentata per l’inedita desertificazione sociale dei paesaggi montani, determinando, conseguentemente, un maggiore rischio geoidrologico, pur a fronte dei numerosi servizi ecosistemici, ossia i benefici multipli che le foreste sono in grado di assicurare all’uomo”.

Il tenente colonnello Riccardo Corbini

Paesaggi montani dei Alpi e Appennini a rischio: i cambiamenti climatici accelerano i mutamenti della scenografia territoriale italiana

I boschi, oltre a fornire legno per le centinaia di imprese del territorio che lo impiegano in numerosi ambiti artigianali e produttivi come ha ricordato il consigliere del Consorzio del Legno del Veneto Enzo Bozza, sono sempre più rilevanti per la transizione energetica e la conversione ecologica, come ha sottolineato anche il ricercatore di Eurac Research Luca Cetara, riprendendo e rilanciando le osservazioni del collega del Cnr Gabrieli.

“Nelle Alpi – ha evidenziato Cetara – vivono 14 milioni di abitanti, distribuiti su quasi 191mila chilometri quadrati che impattano sugli equilibri di questi delicati ecosistemi e, dunque, attraverso progetti di cooperazione internazionale e la rivisitazione del trattato trentennale della Convenzione delle Alpi, ci proponiamo di proteggerne l’identità e la natura, per una loro matura protezione e possibile valorizzazione. Anche in montagna, e non solo nelle città, va sollevata la questione dell’uso dei suoli, infatti, che non sempre sono considerati come driver essenziali per il contrasto ai cambiamenti climatici. Ne deriva, pertanto, il nostro impegno in originali percorsi di educazione alla montagna, come particolare forma di educazione ambientale, nella convinzione che le nuove generazioni possano diventare Sentinelle del Creato e custodi delle montagne come, sin dagli anni ’70 del secolo scorso, ci ha insegnato Papa Luciani”.

 

Tra 25-30 anni il ghiacciaio della Marmolada non ci sarà più

In soli 10 anni il ghiacciaio della Marmolada, montagna iconica delle Dolomiti, ha ridotto il suo volume del 30%, mentre la diminuzione areale è stata del 22%. A rivelarlo, uno studio condotto da un team di ricercatori dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar), delle Università di Genova e Trieste, dell’Università gallese di Aberystwyth e dall’Arpa Veneto, che ha messo a confronto due rilievi geofisici sul ghiacciaio effettuati nel 2004 e nel 2015. Il lavoro “Recent evolution of Marmolada glacier (Dolomites, Italy) by means of ground and airborne GPR surveys” è pubblicato su Remote Sensing of the Environment.
“Il primo rilievo - spiega Renato Colucci del Cnr-Ismar . è stato acquisito usando un ‘ground penetrating radar’ (Gpr) terrestre, una tecnologia non invasiva utilizzata in geofisica, basata sul segnale elettromagnetico riflesso e trasmesso dal terreno a seconda delle caratteristiche, creando sezioni dettagliate. Il secondo, invece, usando dati raccolti in volo con GPR da elicottero. In questo modo è stato possibile ricostruire due modelli 3D del ghiacciaio che hanno permesso di misurare con precisione non solo le caratteristiche interne e morfologiche, ma anche l’evoluzione recente nel corso del decennio, quantificato in termini volumetrici”.

Il ghiacciaio, un tempo massa glaciale unica, è ora frammentato e suddiviso in varie unità, dove in diversi punti affiorano masse rocciose sottostanti. I terreni carsici, come la Marmolada, sono irregolari e costituiti da dossi e rilievi. Se il ghiaccio fonde gradualmente, le aree in rilievo affiorano, diventando fonti di calore interne al ghiacciaio stesso. “Questo aspetto, unito al cambio di albedo (la neve e il ghiaccio sono bianchi e riflettono molta radiazione solare, mentre la roccia, più scura, ne riflette di meno)”, aggiunge Colucci, “sta ulteriormente minando la ‘salute’ della Marmolada accelerandone la già forte e rapida fusione”.

La ricerca ha inoltre evidenziato che, se il tasso di riduzione continuerà di pari passo come nel decennio analizzato, nel giro dei prossimi 25-30 anni il ghiacciaio sarà praticamente scomparso, lasciando il posto solo a piccole placche di ghiaccio e nevato, alimentate dalle valanghe e protette dall’ombra delle pareti rocciose più elevate, non più dotate di crepacci e di movimento. “Il ghiaccio, quindi, non esisterà più. E se, come da scenari climatici, la temperatura nei prossimi decenni dovesse aumentare a ritmo più accelerato, questa previsione potrebbe essere addirittura sottostimata e la scomparsa del ghiacciaio potrebbe avvenire anche più rapidamente. In ogni caso - conclude Colucci - anche se la temperatura restasse com’è, il ghiacciaio è già in totale disequilibrio con il clima attuale e quindi il suo destino appare comunque segnato”.

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