ARCHEOLOGIA | Pompei, il ritorno del Canone di Policleto: il bronzo restituisce vita a un capolavoro perduto
Viaggio tra archeologia, arte e tecnologia per riscoprire l'ideale di bellezza dell'antica Grecia
Pompei aggiunge l’ennesimo tassello al suo straordinario patrimonio culturale e invita i visitatori a vivere un'esperienza che va ben oltre la scoperta degli scavi archeologici. Il Parco Archeologico presenta infatti la ricostruzione scientifica in bronzo del celebre Canone di Policleto, una delle opere più iconiche della scultura classica, riportata alla luce grazie alle storiche matrici della ex Fonderia Chiurazzi.
(TurismoItaliaNews) Un progetto che unisce ricerca, rigore filologico e maestria artigianale, offrendo al pubblico l'opportunità di osservare da vicino la rinascita di un simbolo universale dell'armonia e delle proporzioni perfette. L'iniziativa rappresenta molto più della semplice riproduzione di una statua antica. È il recupero di una memoria artistica che attraversa i secoli, valorizzando uno dei più prestigiosi patrimoni della tradizione fusoria italiana. Le matrici conservate dalla storica Fonderia Chiurazzi, per decenni punto di riferimento nella realizzazione di copie fedeli dei grandi capolavori dell'antichità, diventano così lo strumento attraverso cui la scienza e l'archeologia ricostruiscono un'opera destinata a raccontare ancora oggi il linguaggio della perfezione classica.
La ricostruzione del Canone di Policleto restituisce al pubblico un modello fondamentale della storia dell'arte occidentale, attraverso un progetto che rappresenta un dialogo virtuoso tra tutela del patrimonio, innovazione tecnologica e valorizzazione delle eccellenze artigianali italiane. Per chi visita Pompei, questa novità amplia ulteriormente il fascino di un sito che continua a sorprendere anche i frequentatori più assidui. Accanto alle domus, agli affreschi e ai reperti che raccontano la vita della città romana prima dell'eruzione del Vesuvio, prende forma un nuovo itinerario dedicato alla grande scultura classica, capace di mostrare come il passato possa essere restituito con precisione scientifica e straordinaria forza evocativa.
Il Parco Archeologico di Pompei riporta così in vita un’antica pratica che nel mondo romano contribuì alla diffusione dei grandi capolavori dell’arte greca: la realizzazione di copie attraverso matrici in grado di conservarne e tramandarne le forme. Prende così avvio il progetto di valorizzazione delle storiche matrici della ex Fonderia Chiurazzi, acquisite dal Parco per sottrarle al rischio di dispersione all’estero e restituirle alla fruizione pubblica.
Ad inaugurare il percorso è uno dei simboli assoluti della scultura classica, il Canone di Policleto, oggi presentato in una nuova ricostruzione scientifica realizzata in bronzo. L’opera rappresenta il primo risultato concreto di un’iniziativa che unisce tutela, ricerca e valorizzazione, restituendo attualità a un patrimonio unico di modelli e calchi che per oltre un secolo hanno contribuito alla diffusione dell’arte antica nel mondo.
ll Canone di Policleto, realizzato intorno al 440 a.C. in Grecia, è forse l’opera più iconica dell’arte classica. Ma l’opera originale non è conservata, come accade per gran parte dei capolavori greci del periodo classico, vale a dire dei secoli V e IV a.C. I grandi capolavori dei maestri greci, come Policleto e Fidia, sono conosciuti oggi soprattutto attraverso le copie di età romana. Molte delle copie romane provengono dall’Italia, con una concentrazione nel Lazio e in Campania, tra Baia e l’area vesuviana. Proprio dallo studio comparato di queste copie nacque quella disciplina che sarebbe stata definita “critica delle copie”. E non è un caso che uno dei momenti fondativi di questo metodo risalga all’intuizione dello studioso Karl Friedrichs, che nel 1863 identificò l’opera più iconica di Policleto in una copia romana rinvenuta nella Palestra Sannitica di Pompei.
Su queste basi, tra il 1910 e il 1912, in Germania venne realizzata la prima ricostruzione filologica in bronzo dell’originale greco, assemblando elementi provenienti da diverse copie antiche e utilizzando la stessa tecnica della fusione a cera persa impiegata oltre 2.500 anni fa dagli scultori greci. Oggi, a più di un secolo da quella pionieristica operazione, il Parco Archeologico di Pompei presenta una nuova ricostruzione del Canone, frutto di oltre cento anni di studi e di una collaborazione internazionale che ha coinvolto istituzioni e studiosi in Italia, Grecia e Germania. Un progetto che conferma Pompei non solo come luogo di conservazione della propria storia, ma come centro di ricerca capace di contribuire alla comprensione dell’intera eredità del mondo classico. La nuova ricostruzione si distingue da quella dei primi del Novecento per due aspetti fondamentali. Il primo riguarda la policromia: le statue classiche non erano infatti bianche come siamo abituati a immaginarle, ma presentavano colori destinati a riprodurre fedelmente la natura, dalla capigliatura alle labbra, fino agli incarnati.
Il secondo elemento innovativo riguarda l’attributo impugnato dalla figura. L’indagine archeologica suggerisce che il personaggio reggesse un giavellotto (akontion in greco) piuttosto che una lancia (dory). Questa interpretazione, fondata sullo studio delle riproduzioni antiche della statua, induce a riconsiderare la tradizionale identificazione del Canone con il Doriforo (doryphoros), il celebre “portatore di lancia” di Policleto. Le fonti antiche e le evidenze iconografiche sembrano infatti suggerire che si trattasse di due opere distinte, e non di una sola, come è stato a lungo sostenuto e come si legge, inoltre, in molti libri di scuola.
Per la nuova ricostruzione del Canone sono stati usati due calchi diversi: mentre per il corpo è stato usato come modello la statua di marmo trovata nel 1793 nella Palestra Sannitica di Pompei – la più completa delle oltre cinquanta copie romane note finora –, per la testa è stato usato un busto bronzeo dalla villa dei Papiri a Ercolano, considerato di eccellente qualità e più vicino all’originale. Il giavellotto tenuto in mano dalla statua è stato realizzato in legno, cuoio e metallo.
Questo importante risultato è stato reso possibile anche grazie all’acquisizione, attraverso l’esercizio del diritto di prelazione, della collezione dell’ex Fonderia Chiurazzi, storica fonderia napoletana, un patrimonio straordinario che il Parco sta progressivamente valorizzando. La storia di questa ricostruzione si intreccia così con quella della rinascita produttiva della collezione stessa, primo passo di un percorso che oggi punta alla riattivazione delle attività di fusione e commercializzazione dei manufatti.
”Ho chiesto se una ripresa della produzione, in misura limitata e controllata ovviamente, potesse danneggiare le matrici in gesso, considerando che rappresentano un bene culturale tutelato - racconta il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel - ma è al contrario: si danneggiano non utilizzandole, poiché il gesso si polverizza. Questa la trovo una bellissima metafora del nostro patrimonio classico, che si distrugge se non lo utilizziamo, nelle scuole, nei musei e nella nostra vita culturale. C'è chi considera il mondo classico un bagaglio morto che può tranquillamente essere abbandonato. Noi invece siamo convinti che il classico è vivo e può generare crescita, non solo culturale, ma anche economica e sociale”.
L’obiettivo è duplice: da un lato ampliare le attività di valorizzazione del Parco, dall’altro sostenere una tradizione artigianale unica, creando nuove opportunità di sviluppo e occupazione. A Napoli, infatti, sopravvivono ancora fonderie che utilizzano la medesima tecnica della fusione a cera persa praticata ai tempi di Policleto nel V secolo a.C., mantenendo vivo un sapere che unisce arte, archeologia e manifattura. La riproduzione della statua antica, così, è stata anche occasione di un progetto di archeologia sperimentale per comprendere meglio i processi artistici e produttivi alla base dell’arte classica.
”Il motivo per cui abbiamo scelto di iniziare la valorizzazione della Chiurazzi con questa statua è semplice – aggiunge il direttore Zuchtriegel – volevamo dimostrare come la conoscenza dell’arte greca del periodo classico non possa prescindere dall’archeologia romana, dallo studio dei contesti come quelli vesuviani che hanno restituito diverse copie del Canone, tra cui una ritrovata negli anni ‘70 a Castellammare di Stabia e oggi al museo di Minneapolis. Al di là di ogni considerazione giuridica, che è competenza del Procuratore Fragliasso che ha ripreso il dossier del cosiddetto Doriforo di Stabia, si tratta di un dato scientifico: senza i contesti, vale a dire le case e gli spazi pubblici che ospitavano le statue, non comprendiamo il fenomeno delle copie”.





