Foligno, Umbria: per Santa Lucia le cialde sottili opere d'arte, la tradizione di una festa molto amata
Giovanni Bosi, Foligno / Umbria
Sottili come un’ostia, delicate come un’opera d’arte. A dominarle è l’anice, che non solo ne costruisce il sapore ma ne caratterizza perfino l’aspetto. A Foligno, in Umbria, per la festa di Santa Lucia c'è una tradizione tutta dolce che affonda le proprie origini alla fine del primo millennio.
(TurismoItaliaNews) Sono le cialde di Santa Lucia, quelle che a Foligno, in Umbria – il 13 dicembre di ogni anno – sottolineano la festa in onore della patrona della vista. Una tradizione autentica, che si rinnova da secoli: basti considerare che ancora oggi si preparano così come si faceva nel Cinquecento, con i “ferri” arroventati sul fuoco che la schiacciano e la cuociono praticamente all’istante, “incidendo” sulla sua superficie circolare monogrammi, stemmi di famiglia, motti o addirittura la data o l’anno di fabbricazione della lunghe pinze di ferro (solitamente con i manici lunghi tra i 60 e i 70 centimetri e con due piatti sovrapposti ad una delle estremità, del diametro di circa 15 centimetri) prodotte in modo artigianale, appositamente per confezionare le cialde. E la cui usanza, come ha dimostrato un’interessante ricerca degli studenti della scuola media “Piermarini” di Foligno, risale nientemeno che al IX secolo.
Gustarle o ammirarle è comunque un piacere, perché sono testimonianza tangibile del tempo che fu. Gli ingredienti sono semplici, così come semplice è la loro preparazione: farina, zucchero, vinsanto, olio, ovviamente semi di anice ed acqua, tanta quanta ne basta per produrre un impasto morbido da riporre, una cucchiaiata per volta, tra i ferri ben caldi.
Comprare le cialde di Santa Lucia è come compiere un atto di devozione: prima una visita nella chiesa conventuale che si apre per l’occasione, mostrando la scultura settecentesca dedicata alla santa (altrimenti invisibile nel resto dell’anno) e poi l’acquisto dei dolcetti in una delle tante bancarelle allestite di fronte all’edificio sacro. I folignati amano compiere questo gesto, perché ormai fa parte della ritualità e forse anche perché è segno di buon auspicio per il futuro.
E per chi è a Foligno quel giorno, una visita attenta a quella chiesa conventuale permette di scoprire altri tesori per lo più sconosciuti: punta di un iceberg da novemila metri quadrati vietati agli occhi dei profani, la parte pubblica della struttura (oggetto di un sapiente restauro post-sisma) conserva un pregevolissimo coro ligneo quattrocentesco, la sua particolarità consiste in una serie di figure di apostoli e dottori della chiesa dipinti su carta e applicati su legno. Il coro, in realtà, si trova nella parte non accessibile della chiesa in quanto riservata alla Clarisse, ma dalla grande grata d’acciaio è comunque visibile.
E’ invece pienamente godibile la splendida Crocifissione di Giovanni di Corraduccio: si tratta di un affresco staccato dall’originario monastero del ‘400 che prima del devastante terremoto del 1997 non era più leggibile.





