Il Bel Paese porta a tavola il mondo: la cucina italiana diventa patrimonio dell’umanità, dall’Unesco disco verde al gusto originale
Giuseppe Botti, Roma
Quando nella sala di New Delhi il verdetto dell’Unesco è stato proclamato, l’applauso ha travolto ogni formalità, come se per un attimo la comunità internazionale avesse riconosciuto ciò che milioni di italiani sanno da sempre: la cucina non è solo nutrimento, ma un linguaggio. Con la decisione unanime del Comitato intergovernativo, l’Italia conquista un primato assoluto: è il primo Paese al mondo a vedere riconosciuta l’intera propria tradizione culinaria come patrimonio culturale immateriale dell’umanità.
(TurismoItaliaNews) Una vittoria che supera il mero orgoglio gastronomico e che rimette al centro la cucina come gesto, rito e relazione. L’Unesco parla di “miscela culturale e sociale di tradizioni”, di un modo per prendersi cura di sé e degli altri, di una forma di amore che attraversa ingredienti e ricette. È un riconoscimento che ingloba la ritualità della domenica in famiglia, la sapienza delle nonne che non misurano mai nulla ma indovinano ogni sapore, la convivialità che trasforma un piatto semplice in un atto di memoria collettiva.
Non era un dossier qualunque quello italiano. Tra i 60 in valutazione provenienti da 56 Paesi, quello curato dal giurista Pier Luigi Petrillo ha mostrato con chiarezza come dietro ogni sugo, ogni impasto e ogni taglio di verdura ci siano sessant’anni di impegno da parte di comunità, associazioni e istituzioni culturali. La Cucina Italiana, l’Accademia Italiana della Cucina, la Fondazione Casa Artusi: nomi che raccontano un Paese che studia, tramanda e difende il proprio patrimonio culinario con la stessa dedizione riservata agli affreschi e alle architetture.
L’Unesco ha voluto premiare soprattutto ciò che accade intorno al piatto. Cucinare, in Italia, è un gesto inclusivo: si impara copiando le mani di chi cucina accanto, si cresce in un passaggio continuo di conoscenze tra generazioni, si costruiscono relazioni che superano barriere sociali e culturali. La cucina italiana è radicata in pratiche anti-spreco e in una sostenibilità che affonda le sue radici nella povertà contadina, trasformata nel tempo in creatività gastronomica. Ed è un rito collettivo in cui i ruoli sono intercambiabili: uomini, donne, bambini, anziani, tutti possono essere custodi di un sapere che non appartiene a nessuno perché appartiene a tutti.
Con questo riconoscimento, l’Italia raggiunge un altro record: è il Paese con più patrimoni immateriali legati all’agroalimentare in rapporto al numero totale di riconoscimenti ottenuti. Su 21 tradizioni italiane iscritte nella Lista Unesco, ben nove parlano di cibo, terra, allevamento, conoscenza rurale: dall’arte dei pizzaiuoli napoletani alla transumanza, dai muretti a secco alla dieta mediterranea, dalla cava e cerca del tartufo alla vite ad alberello dello zibibbo di Pantelleria. E adesso, sopra tutti, la cucina italiana nella sua interezza.
È come se il mondo avesse finalmente certificato ciò che per l’Italia è un fatto quotidiano: la tavola è un luogo di identità, memoria e futuro. E questo riconoscimento non arriva soltanto ai grandi chef, ai prodotti Dop o alle ricette codificate, ma soprattutto a chi, ogni giorno, accende un fornello e rinnova un gesto antico. In quell’attimo in cui un profumo riempie la cucina, e una storia — personale e collettiva — si mette in moto ancora una volta.
"Oggi la cucina italiana diventa Patrimonio Unesco. Un riconoscimento che, celebrando la cucina italiana, riconosce anche la straordinaria agrobiodiversità che ne è la base - commenta Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia - una biodiversità su cui Slow Food lavora, valorizzandola, attraverso progetti come i Presìdi e l'Arca del Gusto, da quasi 40 anni. Il riconoscimento va anche all'artigianalità di contadine e contadini, cuoche e cuochi che con competenza e creatività hanno reso possibili le ricette conosciute in tutto il mondo, motivo di orgoglio, che continueremo a raccontare, tutelare e valorizzare" conclude Nappini.




