Il pane emblema nazionale, simbolo dell’Unità d’Italia a tavola

Stampa

Il pane racconta meglio di qualsiasi altro prodotto agroalimentare i cambiamenti socio-economici che hanno attraversato l’Italia. Nel 1861 se ne mangiava 1,1 kg pro capite al giorno, oggi il consumo è sceso a 120 grammi. Ma la frequenza d’acquisto resta altissima: quattro italiani su cinque lo comprano quotidianamente. Torna la voglia di pane artigianale, con il 57 per cento delle preferenze. A rivelarlo è l’indagine realizzata dalla Confederazione Italiana Agricoltori in occasione dei 150 anni del nostro Paese.

 

(TurismoItaliaNews) Il pane è il prodotto enogastronomico "simbolo" dell’Unità. Quasi un italiano su due lo ha eletto emblema nazionale del Belpaese a tavola: non solo perché rappresenta una delle componenti primarie della nostra alimentazione, ma anche perché nessun altro elemento è in grado di raccontare meglio l’evoluzione e i cambiamenti socio-economici che hanno caratterizzato i 150 anni della storia italiana.

Dalla "rivolta del pane" nel 1898 agli "anni del pane nero" durante la seconda guerra mondiale, dal "pane speciale" che secondo una legge del 1967 poteva essere fatto solo con pochi e determinati ingredienti al pane "liberalizzato" con il Dpr 502/1998 che eliminava qualsiasi restrizione sul processo di preparazione: sono soltanto alcuni degli esempi che spiegano la continuità storica del pane e chiariscono i motivi alla base della scelta compiuta da ben il 48 per cento della popolazione.

 

Negli ultimi trent’anni il trend discendente non si è più fermato - ricorda la Cia - complice il mutamento degli stili di vita e le prescrizioni dei nuovi regimi alimentari. Cambia il fabbisogno energetico giornaliero: all’inizio del 1900 il lavoro manuale (nei campi, nelle fabbriche) richiedeva un apporto di almeno 5mila calorie al giorno, mentre a partire dagli anni ’70-80 si stabilizza sulle 1.500-1.800 calorie giornaliere. Anche per l’incremento esponenziale del numero di impiegati e lo sviluppo di lavori “d’ufficio”, naturalmente più sedentari. La conseguenza è la riduzione progressiva del consumo di pane: nel 1980 si aggira intorno agli 84 kg annui pro capite (e costa 850 lire al kg); nel 1990 si scende a 72 kg (a 1.500 lire al kg); nel 2000 si arriva a 66 kg (a 4.300 lire al kg) e nel 2010 si attesta a 43,8 kg (a 2,50 euro al kg). Con un’incidenza sul totale della spesa alimentare pari al 10 per cento circa.
 

Lo afferma la Cia - Confederazione italiana agricoltori, che a Torino in occasione della sesta Festa nazionale dell’Agricoltura ha presentato l’indagine promossa in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Certo, ogni regione ha il suo pane, le sue ricette, le sue tradizioni, spiega la Cia. Basti pensare al “Cafone” in Campania, alla “Puccia” in Puglia, alla “Michetta” in Lombardia, alla “Ciriola” nel Lazio e alla “Crescia” nelle Marche. E poi c’è la “Carta musica” in Sardegna, la “Focaccia” in Liguria, la “Piadina” in Emilia Romagna, la “Vastedda” in Sicilia, i “Grissini” in Piemonte e la “Pitta” in Calabria. Ma nonostante queste differenze locali, è proprio il pane - per il suo consumo capillare e per la sua omogenea diffusione sull’intero territorio nazionale - a legare tutti gli italiani a tavola.E infatti solo a notevole distanza dalla “medaglia d’oro” - tra i prodotti agroalimentari scelti per rappresentare l’Unità nazionale - si trova la pasta, che si guadagna il secondo posto del podio con il 23 per cento delle preferenze. Seguono a ruota il vino (con l’11 per cento) e il formaggio (con l’8 per cento); infine l’olio extravergine d’oliva e la passata di pomodoro (entrambi con il 5 per cento).

 

Il consumo di pane si trasforma
La "storia" dal 1861 a oggi
Ma com’è cambiato il consumo pro capite di pane in 150 anni? Nel 1861, anno dell’Unità d’Italia, se ne mangiava più di un chilo al giorno (circa 1.100 grammi) spendendo 30 centesimi di lira al kg. Oggi – osserva la Cia - il suo consumo è sceso a 120 grammi a persona al giorno, con un prezzo che tocca in media i 2,50 euro al kg. Nel mezzo ci sono più di un secolo di trasformazioni politiche, economiche e sociali. Ma anche di stili di vita e regimi alimentari. Alla fine dell’Ottocento il pane rappresentava oltre l’80 per cento dell’alimentazione tipica degli italiani: mangiare "pane e acqua" non era solo un modo di dire, ma la metafora per raccontare una dieta composta in larghissima parte dal solo pane accompagnato a cipolle, un pezzo di formaggio, pomodori, fagioli o ceci. Durante la primavera del 1898, proprio il forte rincaro del prezzo del pane fu la causa principale delle agitazioni popolari che si verificarono in varie parti d’Italia, soprattutto a Milano e Luino. Quella che oggi viene ricordata appunto come la "protesta dello stomaco" fu originata dall’improvviso rialzo del costo del pane: in media 46 centesimi di lira al chilo, troppo per un operaio che guadagnava meno di 2 lire al giorno e doveva mantenere una famiglia solitamente numerosa.
 

 

Anche il periodo del secondo conflitto mondiale è stato fortemente condizionato dalla produzione di pane: la dicitura “anni del pane nero” rimanda all’assoluta povertà degli italiani in guerra e all’eroismo delle donne che - rimaste in casa con i figli - combattevano contro la fame, impastando farina non raffinata e usando per la preparazione delle “pagnotte” ingredienti meno pregiati e a più basso costo del frumento, come crusca, segale, farina di castagne. Ma è pure il periodo della “borsa nera” e delle speculazioni sul cibo: per provare a bloccarle nel 1944, cioè molto tempo prima del calmiere dei prezzi contro l’inflazione alta, fu emanata una legge che puniva fino a tre anni di reclusione chi avesse venduto alcuni generi di prima necessità (in primis il pane) a prezzi superiori a quelli stabiliti dall’autorità.

Il “grande salto” avviene negli anni Sessanta, che segnano la prima inversione di tendenza nel consumo di pane. Il “miracolo economico”, infatti, cambia radicalmente le abitudini alimentari degli italiani: nel 1961 si mangia il doppio rispetto al 1951, il quadruplo rispetto a inizio secolo. La generazione del 1900 consumava come quantità circa 380 kg di alimenti pro capite; nel 1961 si sono toccati i 610 kg. Il pane adesso vale il 40 per cento circa del totale della spesa alimentare degli italiani, soppiantato dal consumo nuovo e massiccio di carne, latticini, frutta, verdura e soprattutto zuccheri. E costa anche di più: l’economia del Paese cresce e così si passa bruscamente dalle 45 lire al kg del 1945 alle 150 lire al kg del 1960 alle 450 lire del 1975.

 

Negli ultimi trent’anni il trend discendente non si è più fermato - ricorda la Cia - complice il mutamento degli stili di vita e le prescrizioni dei nuovi regimi alimentari. Cambia il fabbisogno energetico giornaliero: all’inizio del 1900 il lavoro manuale (nei campi, nelle fabbriche) richiedeva un apporto di almeno 5mila calorie al giorno, mentre a partire dagli anni ’70-80 si stabilizza sulle 1.500-1.800 calorie giornaliere. Anche per l’incremento esponenziale del numero di impiegati e lo sviluppo di lavori “d’ufficio”, naturalmente più sedentari. La conseguenza è la riduzione progressiva del consumo di pane: nel 1980 si aggira intorno agli 84 kg annui pro capite (e costa 850 lire al kg); nel 1990 si scende a 72 kg (a 1.500 lire al kg); nel 2000 si arriva a 66 kg (a 4.300 lire al kg) e nel 2010 si attesta a 43,8 kg (a 2,50 euro al kg). Con un’incidenza sul totale della spesa alimentare pari al 10 per cento circa.

La spesa media
e la frequenza d’acquisto nel 2011
Nonostante la riduzione progressiva del suo consumo, il pane resta comunque un “must” sulle tavole degli italiani: se è vero infatti che si riduce la quantità, non cambia di una virgola la frequenza d’acquisto. Secondo l’indagine della Cia, oggi quattro italiani su cinque (il 79 per cento) lo comprano e lo mangiano quotidianamente, il 12 per cento tre o quattro volte a settimana e solo il restante 9 per cento molto di rado (almeno una volta a settimana). Di questi, quasi la metà compra meno di un chilo alla settimana, il 35 per cento da uno a 4 chili alla settimana e un sesto 4 o più chili. Quanto alle occasioni di consumo - prosegue la Cia - prevalgono decisamente i due pasti principali: la cena (per l’85 per cento) e il pranzo (per il 78 per cento). Percentuali molto più basse si riscontrano per la prima colazione (11 per cento) e per gli spuntini di metà mattinata (8 per cento) e del pomeriggio (10 per cento). La spesa media mensile per il pane in Italia oggi è di 34,5 euro a famiglia, ma con lievi differenze territoriali: nelle Isole il budget è di 38 euro al mese, che al Nord diventano 35 euro, al Sud 33 euro e al Centro Italia circa 32 euro.

 

 

Le "punte di diamante" del pane italiano: il grande gusto a tavola

 

Cerchiara, il pane buono delle donne: tradizione familiare, passione e competenza

 

Quel pane cotto con la paglia: da secoli in Puglia la tradizione del gusto non cambia

 

 

turismo italia news
turismoitalianews
TurismoItaliaNews.it
www.facebook.com/turismoitalianews
www.twitter.com/turismoitalianw

Questo sito utilizza cookie, di prima e di terza parte, per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, clicca qui. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la Cookie Privacy...