C'è un nuovo Presidio Slow Food in Emilia Romagna: la pera nobile, ottima cotta nel vino o trasformata in mostarda

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È stato nell'Ottocento che si è affermata definitivamente: merito anche della duchessa Maria Luigia d'Austria, la duchessa buona come viene chiamata da queste parti, che pare fosse una grande estimatrice di questo frutto. Una varietà che si esprime al meglio cotta nel vino o trasformata in mostarda, come accompagnamento delle altre eccellenze del territorio, oltre a essere un'ingrediente del ripieno dei tortel dols. La pera nobile è un nuovo Presidio Slow Food, un riconoscimento che celebra il lavoro di recupero di una varietà quasi perduta e l'impegno di una comunità nel valorizzare un prodotto che da sempre mantiene un forte legame con il territorio e la cucina tradizionale.

 

(TurismoItaliaNews) “Questa varietà di pero ha certamente una storia molto lunga – spiega Mauro Carboni, referente Slow Food del Presidio - le prime testimonianze storiche si ritrovano negli affreschi dei castelli fatti erigere dal condottiero Pier Maria Rossi, databili intorno alla metà del Quattrocento, nei quali compare la pera nobile rappresentata nella sua inconfondibile forma”. Al Settecento, invece, risale la prima testimonianza bibliografica, contenuta in un manoscritto anonimo parmense in cui la pera nobile viene descritta come un frutto "bislungo, zalletto, un poco rossetto, di pelle suttile, di sapor delicato".

C'è un nuovo Presidio Slow Food in Emilia Romagna: la pera nobile, ottima cotta nel vino o trasformata in mostarda

“Leggenda vuole che sia stata la duchessa Maria Luigia d'Austria, che oltre a essere un'appassionata di arte e di pittura amava anche il buon cibo, a promuovere la diffusione di queste piante” prosegue Ghillani. Conosciuta nel parmense e nel reggiano come “nobile” e nel piacentino come “lauro”, l’origine di questa varietà non è nota. Sembra probabile, date le caratteristiche di unicità, che non sia stata importata, come altre varietà di pere, per esempio la bergamota e la curato, o di susine come la regina claudia, ma sia nata proprio in Emilia. Un caso fortuito: un seme che ha dato vita a una pera apprezzata dai contadini locali, che hanno deciso di propagarla di generazione in generazione sino ai giorni nostri.

La pianta, se innestata su franco (selvatico di pero), può raggiungere dimensioni ragguardevoli, alcuni alberi superano i 10 metri di altezza. Il portamento è assurgente, con chioma compatta, fitta e verticale. Le foglie sono verde chiaro, arrotondate e cuoriformi. Il picciolo è lungo e anch’esso di colore chiaro. I fiori sono bianchi, con 5 petali, 5 sepali, un pistillo e tanti stami, raggruppati in mazzetti (corimbo). La fioritura avviene in pianura verso la prima metà di aprile (leggermente anticipata in collina nei versanti meglio esposti, ritardata in montagna) e dura circa una decina di giorni.

Il frutto, di dimensione medio-piccola, ha una forma particolare e unica nel suo genere, che lo rendono facilmente riconoscibile. Largo e arrotondato alla base, si snellisce a mano a mano che ci si avvicina al picciolo, per poi interrompersi e risultare tronco nel punto in cui quest’ultimo si inserisce. La buccia è sottile, di colore giallo molto intenso quando il frutto è maturo, con sfumature rossastre laddove è stata esposta al sole. La polpa è dura, soda, croccante e granulosa, di colore bianco crema, che diventa giallino una volta tagliata per effetto dell’ossidazione dell’aria. All’olfatto è molto profumata, ma troppo dura da mangiare appena colta. Si tratta infatti di una pera da cuocere, nel vino o nell’acqua. Si mangia in insalata con le patate o con le castagne, si usa per il ripieno del tortel dols (un tortello con ripieno dolce a base di pere, mele cotogne e zucca, classico della cucina locale), oppure trasformata in mostarda, da consumare in abbinamento a formaggi o carni.

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