Abbazia di San Felice e Giano dell’Umbria: viaggio tra olivi, pietra romanica e paesaggi dei Monti Martani
Un capolavoro medievale immerso nella campagna, un borgo raccolto sulla collina e il profilo dei Martani all’orizzonte: viaggio in un’Umbria di abbazie, oliveti, antiche strade e silenzi
di Giovanni Bosi, Giano dell’Umbria
La pietra chiara appare tra gli olivi quasi al termine di un naturale avvicinamento. Prima vengono le colline, i campi, le macchie più scure dei lecci e quel verde argenteo che accompagna le strade della campagna umbra. Sullo sfondo, i Monti Martani disegnano l’orizzonte. Poi la massa compatta dell’Abbazia di San Felice entra nel paesaggio e ne diventa immediatamente protagonista.
(TurismoItaliaNews) Siamo a pochi chilometri da Giano dell’Umbria, in un territorio che conserva una sorprendente armonia fra architettura e ambiente. L’abbazia occupa una terrazza naturale ai piedi dei Martani, isolata tra olivi e lecci secolari. Non ha bisogno di monumentalità ostentata: sono le proporzioni, la pietra bianca e rosata, il profilo delle absidi e la campagna tutt’intorno a costruirne il fascino. Arrivando al momento di un tramonto estivo, sfodera un’allure dalle sfumature dorate.
San Felice appartiene a quella categoria di monumenti che si comprendono davvero soltanto osservando anche ciò che hanno intorno. Il complesso religioso, il borgo di Giano sulla collina, gli oliveti e le antiche direttrici che attraversavano questo settore del cuore d’Italia formano un unico racconto. Una geografia nella quale quasi duemila anni di storia continuano ad essere leggibili senza interrompere la bellezza del paesaggio.
San Felice, il fascino essenziale del romanico
La storia dell’abbazia conduce alle origini del cristianesimo in questa parte dell’Umbria. Il complesso è sorto infatti sul luogo di una primitiva chiesa paleocristiana legata alla memoria di San Felice, vescovo martirizzato durante le persecuzioni di Diocleziano e venerato in questa zona sin dal IV secolo. Una tarda leggenda contenuta in un testo farfense del X secolo racconta che il corpo del santo, raccolto dai suoi discepoli, venne trasportato in locum qui dicitur Castricianum, identificato con “Castrun Icciani”, l’attuale Giano, e qui sepolto. L’erudito folignate Ludovico Iacobilli collocava attorno al 950 il primo insediamento di una comunità monastica presso la chiesa, anche se le origini dell’abbazia rimangono oggetto di ricerca. È invece agli inizi del XII secolo che appartiene sostanzialmente l’edificio arrivato sino a noi: la chiesa, databile intorno al 1130, è una delle espressioni più significative del romanico spoletino, con influssi lombardi.
A ben guardare, il modello architettonico richiama San Gregorio Maggiore di Spoleto e dialoga con altri edifici religiosi della stessa stagione, tra cui San Ponziano, San Giuliano sul Monteluco, San Sabino, San Brizio e San Pietro di Bovara. San Felice se ne distingue tuttavia per una monumentalità particolarmente accentuata, sottolineata dalla presenza delle volte in sostituzione delle capriate.
La facciata a capanna, trasformata nel XVI secolo, alterna le tonalità della pietra bianca e rosa. Il portale a tre incassature e la trifora ad archetti attirano lo sguardo verso la parte superiore, nella quale è stato reimpiegato un antico capitello romano. Sul retro, le tre absidi concluse da archetti ciechi e scandite da feritoie e monofore offrono una delle immagini più suggestive dell’intero complesso. La luce, muovendosi sulla superficie irregolare della pietra, ne modifica continuamente la percezione. È una bellezza costruita più sulle proporzioni e sulla materia che sull’ornamento.
Una chiesa che custodisce altre chiese
San Felice è anche un piccolo archivio di pietra. Nella sua costruzione sono stati utilizzati materiali provenienti dal precedente oratorio e reperti romani rinvenuti nella zona. All’interno compaiono colonne scanalate e capitelli antichi; altri frammenti appartengono ai secoli VIII-IX, mentre al X secolo sono riferibili elementi come l’architrave del portale e alcune colonnine. Un’iscrizione dei secoli IX-X venne murata sopra la porta che conduceva al campanile.
Entrando nella chiesa, si passa dalla luminosità della campagna a un ambiente di grande essenzialità. Le tre navate sono scandite da robuste colonne e arcate. Quella centrale, molto elevata rispetto alla larghezza, è coperta da una volta a botte ribassata dalla forma leggermente ovoide; quelle laterali presentano volte a crociera. Il presbiterio sopraelevato, separato dall’aula attraverso l’arco trionfale, segnala immediatamente la presenza della cripta sottostante.
In realtà, la nudità attuale non corrisponde completamente all’aspetto assunto dalla chiesa nel corso dei secoli. Dal XVI secolo sono state realizzate profonde trasformazioni e nel Settecento l’interno è stato rivestito di stucchi, decorazioni pittoriche e altari in legno policromo. Nel 1958, però, un radicale restauro di impostazione “purista” ha eliminato gran parte degli interventi successivi per restituire all’edificio una fisionomia ritenuta più vicina a quella romanica. Così sono andate perdute decorazioni settecentesche non prive di interesse, anche se l’intervento ha avuto anche il merito fondamentale di salvare un monumento ormai seriamente compromesso. Oggi questa essenzialità amplifica il senso di raccoglimento. Poche distrazioni, luce misurata, pietra e proporzioni: lo spazio sembra affidare tutto alla forza dell’architettura.
La cripta, il luogo più intimo
Due piccole scale al termine delle navate laterali conducono nella parte più sorprendente della visita. Scendere nella cripta significa cambiare improvvisamente scala e atmosfera. L’altezza della chiesa superiore lascia posto a basse volte sorrette da una trama di colonnine. È un piccolo “bosco” di pietra, raccolto e silenzioso, tra gli ambienti più interessanti dell’intero complesso. Sui capitelli compaiono animali stilizzati e motivi vegetali dalla fattura essenziale, probabilmente riferibili all’XI secolo. Figure che richiamano il bestiario medievale e raccontano, con un linguaggio quasi primitivo, la meraviglia e il timore con cui l’uomo di quel tempo interpretava il creato.
Proprio nella cripta si concentra inoltre un numero significativo di frammenti lapidei più antichi reimpiegati nella costruzione, quasi si fosse voluto raccogliere nella parte più sacra dell’edificio non soltanto le reliquie del santo, ma anche quelle delle architetture precedenti. Dietro la mensa d’altare, sostenuto da cinque colonnine, si trova il sarcofago in travertino del V-VI secolo che custodisce le spoglie di San Felice. Decorazioni geometriche di derivazione classica convivono con figure animali stilizzate che anticipano il linguaggio medievale. Davanti all’arca doveva probabilmente trovarsi il paliotto dipinto oggi conservato alla Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia. Realizzato tra il 1290 e il 1300 circa da un artista probabilmente spoletino conosciuto come Maestro di San Felice, rappresentava le scene del martirio del santo sotto la figura di Cristo giudice circondato da angeli e santi. Pochi metri quadrati riescono così a condensare secoli differenti: mondo romano, cristianesimo delle origini, arte medievale e spiritualità monastica.
Benedettini, Agostiniani e il chiostro
La complessità di San Felice diventa ancora più evidente osservando gli edifici che affiancano la chiesa. Il grande organismo abbaziale è composto da tre parti: il nucleo benedettino, quello agostiniano e un’appendice agricola. Il primo, più antico, si sviluppa a “U” lungo la parete meridionale della chiesa, anche se le trasformazioni successive rendono difficile ricostruirne l’assetto originario. La presenza benedettina è documentata almeno nel XIII secolo: un abate Giacomo è ricordato nel 1255 e un abate Pietro nel 1313. Nel 1373 San Felice è passata sotto la giurisdizione dell’Abbazia di Santa Croce di Sassovivo, seguendone le vicende sino alla decadenza del XV secolo. Nel 1450 papa Niccolò V ha affidato il complesso agli Agostiniani. Con loro l’abbazia ha conosciuto una nuova fase di ampliamento. Al settore settentrionale appartengono la torre campanaria, le ali conventuali, il refettorio e il chiostro con i due loggiati sovrapposti.
Il chiostro introduce una dimensione differente, più domestica e raccolta rispetto alla monumentalità della chiesa. Gli affreschi dedicati alla Passio di San Felice raccontano il martirio, alcuni episodi della storia dell’edificio e la tradizione taumaturgica del santo, invocato come guaritore dal “mal d’ossa”. Nelle pitture compaiono anche personaggi illustri dell’ordine agostiniano. Accanto si trovano l’Aula capitolare e il Refettorio, con scanni e dossali della fine del Seicento, un lavabo datato 1601 e un frammento di affresco raffigurante la Trinità crocifissa. Al Settecento appartengono invece le possenti ali settentrionale e meridionale.
La comunità attraversò anche periodi difficili. Fonti locali riferiscono che alla fine del Cinquecento nell’abbazia vivessero 28 frati e 14 novizi, ma quello stesso secolo fu segnato da controversie interne e contese per i vasti possedimenti terrieri. I rapporti tra gli Agostiniani e gli abitanti di Giano divennero poi particolarmente conflittuali. Nel 1798 i religiosi furono allontanati e i beni confiscati e destinati alle scuole del Comune di Spoleto. Anche la ricca biblioteca, composta da circa 1.600 volumi, venne trasferita a Spoleto, trasportata, secondo le cronache, in “ceste e sacchi”.
Verso Giano dell’Umbria
Uscire dall’abbazia significa ritrovare improvvisamente il paesaggio. Dopo la penombra della cripta e delle navate, la campagna appare ancora più luminosa. Giano dell’Umbria è poco distante. Il tragitto permette di osservare da prospettive diverse quel mosaico di olivi, campi e colline che accompagna costantemente la visita.
Il borgo conserva la cinta medievale, nella quale sono riconoscibili anche tracce riferibili a precedenti fortificazioni romane. La parte alta dell’abitato raccoglie alcuni dei suoi edifici più significativi. Il Palazzo Pubblico, sede del Municipio, conserva una raccolta di reperti archeologici provenienti da un’antica villa romana rinvenuta in località Toccioli. Poco distante sorgono la chiesa di San Michele, risalente al XIII secolo, e Santa Maria, che mantiene testimonianze della propria origine medievale nonostante le trasformazioni realizzate tra Cinquecento e Settecento.
Appena fuori dalle mura, la chiesa di San Francesco presenta invece il caratteristico impianto a navata unica degli edifici mendicanti francescani. Nella cappella del Crocifisso conserva un importante ciclo di affreschi attribuito al pittore folignate Giovanni di Corraduccio. Giano si visita facilmente a piedi, ma sarebbe riduttivo considerarlo soltanto una raccolta di monumenti. Una parte consistente del suo fascino arriva dalle aperture improvvise verso la campagna, dalle strade che seguono il profilo della collina e dalla presenza costante dei Martani. È il panorama a ricucire il rapporto con San Felice: olivi a perdita d’occhio, testimonial di un olio extravergine di grandissima qualità. E poi gli olivi: qui siamo lungo la Strada del Sagrantino.
Olivi, Martani e l’antica Via Flaminia
Questo paesaggio non è soltanto bello. È anche il risultato di una storia millenaria di percorsi e insediamenti. Il territorio gravitava sul ramo occidentale della Via Flaminia, che da Narni raggiungeva Carsulae, proseguiva verso Vicus ad Martis, nell’area dell’attuale Massa Martana, toccava gli insediamenti alle pendici dei Monti Martani e arrivava a Mevania, l’odierna Bevagna. Da qui continuava sino a Forum Flaminii, verso Foligno, ricongiungendosi con il ramo orientale proveniente da Terni e Spoleto.
Intorno al VI secolo il tracciato occidentale ha perso progressivamente importanza rispetto a quello orientale, mantenendo tuttavia un ruolo significativo sul piano religioso e culturale. E’ stata una delle direttrici attraverso le quali si esercitò l’influenza economica, patrimoniale e spirituale della potente Abbazia di Santa Maria di Farfa. In questa zona di frontiera, segnata anche dal confronto tra Romani e Longobardi, le strade favorivano l’incontro tra tradizioni differenti. La posizione di San Felice acquista così un significato ulteriore. Quello che oggi può apparire come un luogo appartato è stato per secoli inserito in una rete di comunicazioni, proprietà monastiche e centri religiosi.
Il lusso discreto della bellezza
Alla fine, per ricordare San Felice non servono soltanto date, stili architettonici e vicende monastiche. Resta la sensazione della pietra sotto la luce. Restano le absidi osservate dalla campagna, la frescura della cripta, gli animali misteriosi scolpiti sui capitelli, il ritmo delle colonne e il silenzio del chiostro. Restano soprattutto gli olivi, presenza continua di questo viaggio, capaci di accompagnare lo sguardo dall’abbazia fino alle colline di Giano dell’Umbria.
Poi arriva il borgo, con le sue mura, le chiese e gli affacci. Dall’alto, la geografia del territorio diventa più chiara: le strade rurali si perdono tra i campi, gli oliveti seguono le ondulazioni della terra e i Monti Martani chiudono la prospettiva con il loro profilo. Abbazia di San Felice e Giano dell’Umbria si scoprono così come due momenti dello stesso viaggio. Da una parte la potenza raccolta del romanico, la cripta e una storia monastica durata secoli; dall’altra le pietre di un borgo che domina una campagna modellata pazientemente dall’uomo.
In mezzo scorre un paesaggio che non svolge il ruolo di semplice sfondo. È parte della storia. Percorrerlo lentamente significa ritrovare una delle qualità più seducenti dell’Umbria: la naturalezza con cui un monumento millenario può ancora appartenere alla terra che lo circonda. La luce accende il bianco e il rosa delle pietre, il vento muove appena le chiome degli olivi e le montagne rimangono sullo sfondo.
San Felice è ancora lì, tra la campagna e i Martani. Giano poco più in alto. E tutto intorno quella trama di verde, pietra e orizzonti che trasforma una visita in un viaggio.
Strada del Sagrantino: experience tra borghi, vino, olio e cultura
L’Umbria verde custodisce un patrimonio di sapori, tradizioni e produzioni che raccontano l’identità più autentica del territorio. E’ in questo scenario che si sviluppa la Strada del Sagrantino, una terra profondamente legata al vino, all’olio e all’artigianalità, espressioni di una cultura che continua a caratterizzare il paesaggio e la vita dei suoi borghi. Percorrerla vuol dire vivere un’esperienza di turismo completa: la scoperta enogastronomica incontra la valorizzazione delle attrazioni culturali e una fruizione interattiva del patrimonio. L’itinerario attraversa Montefalco, Bevagna, Gualdo Cattaneo e Giano dell’Umbria, componendo un viaggio tra testimonianze culturali, eccellenze della tavola e saperi artigiani.
La Strada del Sagrantino diventa così il filo conduttore per conoscere questa parte dell’Umbria attraverso ciò che maggiormente la rappresenta: i suoi borghi, il patrimonio culturale, il vino e l’olio, insieme a una tradizione artigianale che contribuisce a definirne il carattere e l’identità.
Per saperne di più
visitgianoumbria.it
stradadelsagrantino.it
visitterreolioesagrantino.it
umbriatourism.it
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Giovanni Bosi, giornalista, ha effettuato reportages da numerosi Paesi del mondo. Da Libia e Siria, a Cina e India, dai diversi Paesi del Sud America agli Stati Uniti, fino alle diverse nazioni europee e all’Africa nelle sue mille sfaccettature. Ama particolarmente il tema dell’archeologia e dei beni culturali. Dai suoi articoli emerge una lettura appassionata dei luoghi che visita, di cui racconta le esperienze lì vissute. Come testimone che non si limita a guardare e riferire: i moti del cuore sono sempre in prima linea. E’ autore di libri e pubblicazioni.
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