Pozzuoli: viaggio nel Macellum (detto Tempio di Serapide), qui la storia non sta neppure ferma…
di Giuseppe Botti, Pozzuoli / Campania
Questo è un luogo dove la storia non sta zitta dentro una teca ma dialoga con il mare, si lascia bagnare, riaffiora e poi scompare di nuovo. E per dirla tutta, qui la storia non sta neppure ferma. Da sempre… Un posto dove l’archeologia diventa racconto, il tempo ondeggia come il livello dell’acqua e le colonne… respirano. Benvenuti al Macellum di Pozzuoli, universalmente conosciuto come Tempio di Serapide: uno dei siti più affascinanti e “vivi” dell’intero Mediterraneo.
(TurismoItaliaNews) Lo incontri quasi per caso, a due passi dal porto, mentre la città brulica di voci, barche e profumo di salsedine. E invece lui è lì, monumentale e sorprendente, a ricordarti che Pozzuoli era una potenza commerciale quando Roma dominava il mondo. A metà Settecento fu Carlo di Borbone, incuriosito da tre enormi colonne di marmo cipollino che spuntavano da un terreno chiamato “Vigna delle tre colonne”, a ordinare gli scavi. Sotto metri di sedimenti marini riemerse un gigante dell’età romana, destinato a diventare il simbolo assoluto del bradisismo flegreo.
Per secoli lo abbiamo visto cambiare volto: talvolta allagato, talvolta completamente all’asciutto. E sì, perché a Pozzuoli - come detto - c’è il famoso bradisismo, fenomeno vulcanico dei Campi Flegrei che causa lenti e ciclici movimenti del suolo (sollevamenti e abbassamenti), dovuti principalmente a pressioni di fluidi e magma sotterranei, causando terremoti e significativi cambiamenti ambientali come l'emersione/sommersione del Tempio di Serapide e della darsena portuale, con periodi di forte crisi (es. anni '80) e un'attuale fase di sollevamento che continua a essere monitorata dalla Protezione Civile.
Una cartolina geologica in tempo reale. Ed è proprio questa sua instabilità a renderlo irresistibile. Le colonne, alte quaranta piedi romani, sono state usate come veri e propri strumenti scientifici: i fori lasciati dai litodomi, molluschi marini “scalpellini”, raccontano quando il mare è salito e quando si è ritirato. Qui il suolo non è mai fermo, e il Tempio (anzi, il Macellum) lo sa bene. Ma attenzione: non fatevi ingannare dal nome. Non siamo davanti a un tempio vero e proprio. La statua del dio Serapide – oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli – ha tratto in inganno generazioni di studiosi. In realtà questo luogo era il grande mercato pubblico di Pozzuoli romana: il posto dove si compravano e vendevano i beni alimentari più pregiati dell’epoca. Un “supermercato” imperiale, elegante e sontuoso, forse ispirato al Macellum Magnum fatto costruire da Nerone a Roma.
Le dimensioni parlano da sole: 58 per 75 metri, un vasto cortile centrale lastricato in marmo, portici su tutti i lati, colonne in granito grigio con capitelli corinzi decorati da conchiglie e delfini, simboli inequivocabili della vocazione marittima della città. Al centro svetta ancora oggi una tholos circolare, con colonne in marmo rosa africano e una fontana ottagonale che doveva essere uno spettacolo di acqua e luce. Pensate che parte delle decorazioni originali furono “riciclate” dai Borbone per impreziosire la Reggia di Caserta: anche i re facevano shopping… di marmi. Attorno, una fitta teoria di tabernae, le botteghe del mercato: alcune affacciate all’esterno, dipinte e intonacate, altre sulla corte interna, rivestite di marmi colorati. E poi le latrine pubbliche, così lussuose da essere scambiate, al momento della scoperta, per ambienti termali. Sì, perché a Pozzuoli anche i servizi erano di classe.
Il complesso nasce in età tardo-flavia, nel II secolo d.C., e viene rimaneggiato più volte: Settimio Severo ci mette la firma (letteralmente, su una conduttura idrica), e nel III secolo arrivano ulteriori interventi. Poi il lento declino, l’abbandono, l’interramento, una piccola necropoli al suo posto. Ma il Macellum non smette mai di attirare sguardi: studiosi, scienziati, viaggiatori del Grand Tour, affascinati da questo monumento che è insieme rovina romana e laboratorio naturale. Charles Lyell e Charles Babbage lo studiarono per capire i movimenti della crosta terrestre; Carlo di Borbone fece allestire lì vicino un lapidarium “a uso e diletto dei curiosi forestieri”. E oggi, quei forestieri siamo noi.
Andare al Macellum di Pozzuoli non è una semplice visita archeologica. È un’esperienza. È vedere la storia che si muove sotto i tuoi piedi, ascoltare il mare che dialoga con le rovine, immaginare mercanti, statue, fontane, voci. È capire perché i Campi Flegrei non sono solo un luogo, ma un racconto in continua trasformazione. Se cercate un sito che non si limita a “mostrarsi”, ma che vi coinvolga, vi sorprenda e vi faccia venir voglia di tornare, Pozzuoli vi aspetta. E il suo antico mercato, da duemila anni, è ancora aperto.
La scheda
Nei Campi Flegrei sembra davvero che la terra respiri e il mare dialoghi con il sottosuolo, tanto che il Macellum di Pozzuoli racconta una storia che va ben oltre le sue celebri colonne segnate dal tempo. Pozzuoli sorge infatti su un territorio modellato dai vulcani e dal bradisismo, quel lento e continuo movimento del suolo che nei secoli ha innalzato e abbassato edifici, moli e piazze, lasciando tracce visibili nella pietra. Fondata come Dicearchia e divenuta Puteoli in età romana, la città è stata uno dei porti più importanti del Mediterraneo, crocevia di commerci, culture e persone. Il Macellum, affacciato sull’antico approdo, ne rappresentava il cuore economico e sociale, uno spazio vivo dove il quotidiano incontrava il monumentale.




