Dal tesoro aureo di Panagyurishte al reliquiario d’argento di San Dionisio: ecco i capolavori del Museo nazionale di Sofia

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Giovanni Bosi, Sofia / Bulgaria

Un Museo che merita di essere annoverato tra le più prestigiose istituzioni culturali del mondo per l’importanza e la qualità delle testimonianze storiche e artistiche che conserva. E’ il Museo nazionale di storia di Sofia, allestito nel palazzo n.91 della Residenza governativa nel quartiere Boyana. Tra i pezzi forti, c’è il tesoro aureo di Panagyurishte databile tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C.

 

(TurismoItaliaNews) Un palazzone imponente per quello che a ragione è considerato uno dei più ricchi e interessanti musei nei Balcani, in cui si custodiscono centinaia di migliaia di testimonianze che spaziano dalla preistoria ad oggi e che fanno parte del patrimonio storico e culturale della Bulgaria. In effetti quando si visita la capitale Sofia, una visita accurata del Museo nazionale di storia si rivela irrinunciabile, sia per la bellezza dei tesori esposti, sia per comprendere meglio l’evoluzione storica e sociale di questa terra e di questa città.

Di cui è opportuno considerare alcuni aspetti: “Nel corso dei secoli – ci spiegano al Municipio di Sofia - la capitale della Bulgaria ha assunto diversi nomi: Serdica, Sredets, Triaditsa e infine Sofia. Attualmente è l’unica città nel mondo a portare il nome della Divina Sapienza. Essendo stata invariabilmente un importante centro amministrativo e culturale, ha cambiato il proprio aspetto in ogni epoca trascorsa, dalla culture dei Serdi e dei Romani, agli echi della grandezza della sua storia medievale, fino all’inconfondibile spirito europeo che aleggia lungo le strade del centro città”.

Il Museo nazionale di storia rappresenta, in questo contesto, un tassello strategico della politica di valorizzazione del patrimonio artistico e culturale che l’amministrazione comunale di Sofia ha intrapreso negli ultimi anni. Le cinque grandi sale contengono l’esposizione permanente, mentre alcune sale più piccole ospitano esposizioni temporanee. E tra le collezioni più celebri c’è il tesoro aureo di Panagyurishte databile tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C. e attribuito allo zar tracio Sevt: si resta incantati davanti alla vetrinetta che contiene raffinatissimi capolavori dell’arte orafa scoperti nel 1949 dai fratelli Pavel, Petko e Michail Deikov nei pressi della città di Panagyurishte, nella regione di Pazardžik, nella Bulgaria nord-occidentale.

Oggetti che sono la dimostrazione tangibile del livello qualitativo di alcuni maestri nella lavorazione dell’oro in epoca antica ellenistica, che unisce tecniche e motivi antichi greci con quelli di traciani e achemenidi, tanto da far pensare che si sia trattato di una produzione su commissione per i Traci, dato che i Greci non utilizzavano rhyta con simili caratteristiche. Si suppone che i nove vasi - realizzati nella città di Lampsakos, in Asia Minore, o forse anche in un laboratorio locale in Tracia - siano appartenuti al famoso re odrisio Seuthes III (330 –302 / 301 o 297 aC). Che si tratti di un insieme di valore incalcolabile lo dice, a parte l’ottima fattura artistica, il peso complessivo dell’oro a 23 carati utilizzato: 6,164 kg. Osservare i dettagli, la precisione delle forme, apprezzare la creatività dell’autore, è davvero un piacere. Come nel caso dell’anfora (rhyton, ovvero un contenitore per versare liquidi, in particolare vino) sulla quale è rappresentato il mito tebano dei sette contro Tebe o forse una processione celebrativa; l’oggetto può anche essere interpretato nel contesto della fede tracea come danza rituale dei cinque uomini davanti a un tempio in cui era in preparazione la cerimonia.

O ancora un rhyton con un protomento di una capra, il cui fregio presenta Hera, Apollo, Artemide e Nike; un altro rhyton con la testa di un cervo e la rappresentazione di Athena, Hera Afrodite e Paride; un rhyton con una testa di un montone e la raffigurazione di Dioniso ed Eriopis sul corno; l’iconografia segue i canoni ellenistici, ma in ambito traciano: la scena potrebbe significare il matrimonio sacro della Grande Dea Madre con il Dio-Figlio nella sua ipostasi dionisiaca. In dettaglio i pezzi d’oro sono tre rhyton a forma di teste di donna (o Amazzoni oppure le dee Era, Artemide ed Atena, con la testa elmata) con lievi differenze e manico che termina con una sfinge; altri quattro rhyton: due a forma di testa di cervo, uno di testa di ariete ed uno, senza manico, di corpo di capra (alto 14 cm e pesante 440 grammi); inoltre una phiale con quattro cerchi di 24 figure ciascuno: gli ultimi tre composti da teste di etiopi e quello interno composto da ghiande; l’anfora con una scena di battaglia e manici a forma di centauri. C’è da perderci la testa!

Ma nel Museo c’è anche molto altro da guardare con ammirazione. Tra i reperti esposti ci sono quelli che arrivano da una necropoli vicina al villaggio di Dubene, nella regione di Karlovo, e risalgono all’Età del bronzo, intorno alla fine del terzo millennio a.C. Anche questi sono in oro e si riferiscono ad una sepoltura: la tradizione funebre prevedeva la cremazione e i monili erano stati uniti con quel che rimaneva dei resti del defunto. Corredi funerari ricchi e copiosi, che comprendevano anche doni destinati all’aldilà come vasi in ceramica, coltelli in bronzo o in pietra. In particolare i reperti d'oro erano ornamenti o decorazioni di vestiti e il loro numero supera i 15.500 pezzi: appliques per vestiti, perline a due fori a forma di piramide, diversi tipi di spirali per capelli e altro. La quantità e il modo di produrre mostrano chiaramente le relazioni con le regioni dell’Europa Centrale e dell'Anatolia ed evidenziano l’alevato livello culturale dalla prima Età del bronzo in Tracia. Del resto i territori dei Traci sono stati un’arena di eventi dalla fine del VI secolo a.C. al I secolo a.C. Eventi che hanno lasciato tracce di lunga durata nella storia dell’antica Europa.

Di grande interesse sono le corone dei governanti del secondo regno bulgaro: si tratta di una ricostruzione (opera di Stoycho Vezenkov) eseguita secondo le rappresentazioni dello zar Konstantin Tih-Asen (1257-1277) e della zarina Irina nella chiesa di Boyana e dello zar Ivan Alexander (1331 - 1371) nell’ossario del monastero di Bachkovo. E poi ci sono sculture, iscrizioni, armature, anfore, paramenti sacri, reliquiari (come quello in argento di San Dionisio, patriarca di Costantinopoli, del XVIII secolo) presentati in un percorso che consente di muoversi agevolmente nella storia, di secolo in secolo. Insomma, una visita istruttiva e gratificante per capirne di più sulle vicende vissute nel tempo dalla Bulgaria.

I primi passi. Sofia è una città con profonde radici storiche. La sua collocazione geografica e le favorevoli condizioni ambientali sono i presupposti per vari insediamenti nel corso dei millenni di vari insediamenti. Ancora negli albori della civiltà umana qui si sono stanziati i primi rappresentanti delle comunità preistoriche di agricoltori. I resti di insediamenti neolitici (VI millennio a.C.) sono stati scoperti in molte zone della vallata di Sofia, ma il più importante e meglio studiato è il grande insediamento neolitico nella zona est della capitale, nel quartiere Slatina, in cui sono tornate alla luce le prime straordinarie testimonianze della cultura neolitica.

Oltre alle case di argilla e terra battuta tipiche per quell’epoca, sono state studiate anche abitazioni di dimensioni enormi (oltre i 110 metri quadrati) al cui interno c’era tutto il necessario per la vita domestica quotidiana e diversi attrezzi per la produzione. Il carattere agricolo di questo insediamento è stato evidenziato dalla presenza di cereali e di raffinati vasi di terracotta con ornamenti di colore bianco e rosso.

Per saperne di più
Il sito istituzionale del Museo

 

 

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