Kha e Merit, una coppia per l’eternità al Museo Egizio di Torino: una storia tutta da scoprire

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Giovanni Bosi, Torino

“La strada per Menfi e per Tebe passa per Torino”: la frase è famosa e la dice lunga sul valore degli straordinari reperti che conserva. Jean-Francois Champollion – la frase è sua – arrivò nella città sabauda mentre al Museo Egizio si stavano togliendo dagli imballaggi i pezzi della faraonica collezione venduta nel 1824 da Bernardino Drovetti al re Carlo Felice. Per il decifratore dei geroglifici l’emozione di trovarsi davanti a nuovo preziosissimo materiale da studiare, sarà stata immensa. Ma per il museo di Torino quella era solo una delle sue tappe fondamentali: fra i numerosi reperti che giunsero, c’era anche la stele di Kha, la cui tomba verrà ritrovata solo 82 anni più tardi. Oggi quel Kha, tornato dall’oblio insieme a sua moglie Merit, è uno degli uomini del passato più famoso del mondo. E per certi versi, anche il più misterioso… La loro storia la racconta proprio il Museo Egizio di Torino.

 

(TurismoItaliaNews) La visita del “tesoretto” di Kha e Merit desta suggestioni e stimola l’immaginazione. Un po’ per la sfortunata storia d’amore che in qualche modo lo connota, ma soprattutto perché tutto ciò che ci arriva dal passato permette – come in questo caso - di conoscere abitudini alimentari, moda e costume, passatempi e usi funerari di una famiglia benestante del Nuovo Regno d’Egitto. Qual era appunto quella di Kha e di Merit, vissuti intorno al 1400 avanti Cristo. Lui, all’inizio doveva essere un uomo di umili origini, uno scriba, finito col diventare poi supervisore dei lavori di costruzione delle tombe reali.

Il primo capitolo della storia comincia nel 1824 con l’arrivo della stele nel Museo torinese, ma la svolta – se così si può dire – è del 1906 e si deve a Ernesto Schiaparelli, direttore del Museo Egizio, deciso ad arricchire l’istituzione di sempre maggiori reperti grazie al regime di “partage” che permetteva agli archeologi impegnati in campagne di scavo in Egitto di trattenere una parte degli oggetti scoperti. Basti considerare che fra il 1903 e il 1920 arrivarono a Torino circa 18.000 oggetti, frutto di dodici campagne di scavo.

Non è dunque un caso se oggi il Museo Egizio di Torino è universalmente riconosciuto quale detentore di una delle più importanti collezioni egizie e dopo il Museo Egizio del Cairo l’unica dedicata esclusivamente a questa civiltà: cinquemila anni di storia documentata dal IV millennio avanti Cristo, prima della scrittura e della costruzione delle piramidi, al VI- VII secolo dopo Cristo.

Ernesto Schiaparelli
e le campagne di scavo

Le campagne archeologiche di Ernesto Schiaparelli, diventato nel 1894 direttore del Museo Egizio, toccarono Giza (1903), Ashmunein (1903-1904), Heliopolis (1903-1904), Qaw el-Kebir (1905. 1906), Hammamiya (1905), La Valle delle Regine a Tebe (1903-1906), Deir et-Medina (1905,1909), Assiut (1905, 1908, 1910, 1911-1913), tomba di Kha (1906), Gebelein (1910, 1911, 1914, 1920) e Assuan (1914).

E la storia di Kha è un importante tassello. Fu proprio Schiaparelli, mentre scavava nel villaggio di Deir el-Medina, a notare una spaccatura nella roccia. Decise di concentrare in quel punto il lavoro di quasi 250 uomini e l’intuizione si rivelò giusta perché dopo un mese di scavi, saltò fuori la rampa che conduceva alla tomba di Kha. Una sepoltura non regale, ma di certo ricca e ben conservata. A raccontarne l’apertura della porta fu l'ispettore delle antichità Arthur Weigall: “L'intero meccanismo sembrava così moderno che il professor Schiaparelli chiese la chiave al suo servitore, che rispettosamente rispose: ‘Non so dove sia, Signore’. Quindi egli percosse la porta con la mano per vedere se questa fosse cedevole e, quando l'eco riverberò attraverso la  tomba, si immaginò che la mummia nell'oscurità, avrebbe potuto credere giunto il momento della chiamata alla resurrezione”.

La prima occhiata fu a dir poco entusiasmante: davanti a sé il direttore del Museo Egizio aveva due grandi casse che contenevano due sarcofagi, mobili, cofanetti pieni di lino e unguenti, vasi di ogni forma pieni di cibo, pani di diverse forme, piante secche… In tutto oltre 500 oggetti: vale a dire quello che avrebbe dovuto servire nell’aldilà ai suoi proprietari: i coniugi Kha e Merit. Il risvolto intrigante della scoperta, al di là del valore storico, scientifico, culturale ed artistico, è persino quello umano. Perché subito iniziarono, per andare avanti praticamente fino ai nostri giorni, le indagini sui due personaggi.

Le tappe fondamentali
per lo sviluppo del Museo

La formazione del Museo si è snodata attraverso quattro secoli:
- meta del Seicento acquisto della Mensa Isiaca, tavola d'altare per il culto della Bea Iside;
- 1759: arrivo di tre statue scoperte dal Donati in missione scientifica nella Valle del Nilo;
- 1824: acquisto della collezione Drovetti con oltre 6000 reperti, che segna la nascita del Museo;
- 1900-1937 acquisti e scavi dei direttori del Museo Schiaparelli e Farina, con importanti scoperte e oltre 20.000 reperti;
- 1961-1965 dono del tempietto di Ellesija da parte dell'Egitto per il contributo italiano nel salvataggio dei monumenti nubiani.
Oggi il Museo Egizio è sottoposto ad importanti lavori destinati ad esaltare ancor più il valore e la qualità di questo patrimonio mondiale.

Le iscrizioni rinvenute su due bastoni da passeggio hanno svelato che da scriba, l’uomo in vita era diventato supervisore dei lavori di costruzione delle tombe reali durante  i regni di Amenhotep II, Tuthmosi IV e Amenhotep III (circa un ventennio prima del regno di Tutankhamon, 1330-1323 avanti Cristo). La stele arrivata a Torino 82 anni prima del ritrovamento della tomba vera e propria, era stata trovata  in quella che era la cappella funeraria, mentre in realtà Kha aveva fatto scavare la propria tomba in un luogo ben nascosto a circa 25 metri di distanza. Il rischio di saccheggi e violazioni è sempre esistito. Ma se lui, abile geometra e ingegnere, già in vita aveva deciso di farsi preparare tomba e sarcofago decorato, la sorte volle che il tutto fosse utilizzato per la moglie Merit, morta per prima. Ci si immagina dunque questo uomo, affranto, costretto a tumulare la propria donna nella tomba pensata per sé. Solo più tardi la camera funeraria venne riaperta per accogliere la mummia di Kha.

E quel che c’era dentro, è davanti ai nostri occhi al Museo Egizio di Torino: Kha e Merit avevano cinque sarcofagi dorati, indice di una relativa ricchezza e prosperità, anche se poi lo strato di doratura misura fra i 10 e gli 11 micron di spessore, meno di una sottile foglia d'oro. “Le radiografie delle mummie – spiegano al Museo - hanno evidenziato un certo numero di gioielli, alcuni sicuramente realizzati in metallo prezioso. Altri preziosi reperti sono i tessuti, presenti nella tomba in grandi quantità”.

Nella tomba sono stati sepolti con i padroni di casa anche numerosi doni: c’è un cubito ricoperto di foglia d'oro, verosimilmente un regalo del re visto che c’è un'iscrizione del faraone Amenhotep II (1428-1397 a.C.) in cui si cita un progetto per la costruzione di un tempio a cui potrebbe aver lavorato Kha; oppure un vaso di bronzo con i cartigli di Amenhotep III (1388-1351 a.C.) o una situla bronzea dono di un sacerdote di nome Userhat. E qualche curiosità come il gioco della senet, passato più volte di mano e per il quale sono ancora aperti molti interrogativi sul significato della presenza in quel posto.

E c’è ovviamente molto ancora da raccontare su Kha e Merit. Ma di certo è bene approfondire la storia direttamente in Museo, dove suggestioni e impressioni sono ben più vive e autentiche.

Per saperne di più
"La Tomba di Kha" di Elena Vassilika
Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino
Edizioni Scala Group Spa – Firenze

Museo Egizio
Via Accademia delle Scienze, 6 - 10123 Torino
tel. 011 - 561776
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www.museoegizio.it

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