[ REPORTAGE ] Kiyomizu-dera, il luogo dove la natura prega con te: l’incanto di Kyoto tra foliage, ciliegi in fiore e spiritualità
Giovanni Bosi, Kyoto / Giappone
Sono trascorsi oltre 1.250 anni dalla fondazione di questo tempio A metà del Monte Otowa, una delle vette della catena montuosa di Higashiyama a Kyoto, c’è Kiyomizu-dera, meta di migliaia di visitatori che arrivano per rendere omaggio a Kannon, la divinità della grande misericordia e compassione. Per questo motivo, il tempio è conosciuto come Kannon Reijo. termine giapponese che significa “luogo sacro”. L’approccio è quello della gratitudine: per essere venuti al mondo, per la serenità della vita quotidiana, per i propri cari, amici e conoscenti che sono sempre accanto a noi. In altre parole, per i credenti venerare Kannon significa guardare con sincerità dentro se stessi. Siamo andati a vedere.
(TurismoItaliaNews) Per i giapponesi questo è un luogo benedetto dalla natura. Ed è proprio così: Kiyomizu-dera regala paesaggi diversi e un’infinità di suggestioni secondo le stagioni: i ciliegi in fiore in primavera, il verde rigoglioso in estate, le foglie colorate in autunno e i paesaggi innevati in inverno. Forse il momento più suggestivo per arrivare è quello in cui il foliage con le sue tonalità assicura un colpo d’occhio formidabile. E le montagne che circondano gli edifici del tempio offrono scorci sempre nuovi dall’alba al tramonto, creando un paesaggio straordinario in armonia con l’antica città. In un paesaggio che muta di momento in momento, ci mette del suo anche l’acqua pura che qui sgorga costantemente.
Un balcone di legno costruito senza usare un chiodo
Di fatto, Kiyomizudera è uno dei templi buddisti più famosi di Kyoto, famoso per il suo balcone in legno costruito senza impiegare neppure un chiodo, sospeso su una scogliera da cui si gode una vista mozzafiato sulla città e sulle colline circostanti. Patrimonio dell’umanità Unesco e in passato candidato tra le sette meraviglie del mondo moderno, questo è un vero e proprio simbolo. La prima impressione è quella di un miracolo architettonico: il tempio principale si aggrappa con eleganza alle ripide pendici della montagna, un prodigio di legno e ingegno umano. Da lì sporge la grande terrazza sostenuta da alti travi che sembrano germogliare dalla valle sottostante, come radici di un albero sacro. Sulla piattaforma si affacciano migliaia di occhi, in ogni stagione dell’anno, per cogliere Kyoto dall’alto e respirare l’aria intrisa di storia, incenso e silenzio.
La spiritualità in Giappone non è un concetto astratto
Qui, più che altrove, si comprende che la spiritualità in Giappone non è un concetto astratto: è una presenza viva che vibra nel legno antico, nell’acqua limpida che sgorga costante, nelle preghiere che da secoli risuonano tra questi padiglioni. Il viaggio nel tempo inizia nel 778 d.C., quando sulle pendici del Monte Otowa un piccolo luogo di preghiera iniziò a richiamare viandanti e monaci. Da allora Kiyomizu - che in giapponese significa “acqua pura” - non ha mai smesso di raccontare la sua storia. Il nome stesso è un omaggio alla cascata Otowa-no-taki, che scende tra le rocce del complesso e che, ancora oggi, i pellegrini bevono o raccolgono come promessa di rinnovamento interiore. Camminando accanto al suo scorrere costante si percepisce la forza simbolica di quell’acqua, ritenuta capace di purificare la mente e lo spirito. “È come se ogni goccia contenesse un frammento di preghiera millenaria” chiosa la nostra guida. Il tempio, che è appunto dedicato a Kannon, la bodhisattva della misericordia, è stato per secoli meta di chi cercava conforto e benedizione. Fra padiglioni rossi e sentieri profumati di muschio, generazioni di fedeli hanno invocato compassione e protezione. L’eco di quelle voci sembra ancora restare nell’aria, mescolata al suono dell’acqua che non smette mai di cantare.
Ogni passo è un rito. La salita verso Kiyomizu-dera culmina davanti a un portale che sembra incendiare l’aria: la Niomon Gate, un arco monumentale dipinto in una tonalità vivida di rosso-arancio, quasi a indicare che da qui in avanti il mondo cambia colore. Due figure possenti vegliano sull’ingresso - i Nio, guardiani scolpiti nel legno, muscoli tesi e sguardo feroce - pronti a respingere ogni male che osi avvicinarsi al tempio. Il loro silenzio dice più di mille parole: chi oltrepassa questo varco lascia fuori il frastuono del quotidiano e varca una soglia sacra. Attraversare la Niomon è già un piccolo rito, un invito a spegnere i pensieri e ad aprirsi alla dimensione spirituale che attende oltre.
Il palcoscenico del Kiyomizu
Ma il cuore del Kiyomizu-dera, dove lo sguardo si perde, è la grande piattaforma sospesa nel vuoto. La chiamano Kiyomizu no Butai, il “palcoscenico del Kiyomizu”, e davvero sembra un teatro aperto sul cielo. Da lontano appare come un nido di legno aggrappato alla montagna, ma è solo arrivandoci che si percepisce la sua inverosimile audacia: 139 pilastri, incastrati tra loro senza un solo chiodo, sostengono la terrazza da più di mille anni. Legno contro tempo, terremoti, piogge, neve—eppure ancora in piedi, come se la montagna stessa lo protegresse. Sporgendosi oltre la balaustra ci si ritrova davanti a Kyoto distesa sotto di sé, mutevole come un dipinto. Ogni stagione riscrive il paesaggio: in primavera un mare di sakura ondeggia in rosa tenue, come un respiro leggero; d’autunno, invece, gli aceri infiammano il bosco in un rosso vivo, quasi bruciante. L’estate porta un verde pieno, profondo, mentre in inverno il silenzio della neve sembra chiudere il mondo in un istante perfetto. Su questa terrazza il tempo rallenta. I visitatori restano immobili, qualcuno scatta una foto, altri preferiscono solo guardare, in silenzio, come davanti a una scena troppo grande per essere raccontata. È forse per questo che Kiyomizu no Butai è diventato, nei secoli, un luogo di ispirazione e riflessione: un punto dove la città, la montagna e chi la osserva si incontrano, sospesi tra il presente e l’eterno.
Qui si chiede l’amore
E tuttavia c’è anche di più: Kiyomizu-dera non è solo terrazze e panorami: è un mosaico di piccoli templi e statue che punteggiano il complesso come tappe di un cammino interiore. Ogni padiglione custodisce una presenza divina, un volto del buddhismo o dello spirito giapponese, e invita a una pausa, a un pensiero, a una preghiera sussurrata. Fra questi, il Santuario Jishu è la tappa che più sorprende per l’atmosfera vivace che lo circonda. Qui non si chiede protezione né guarigione, ma qualcosa di altrettanto umano: l’amore. È dedicato a Okuninushi, divinità legata ai sentimenti e alle unioni felici, e il suo cortile è un piccolo teatro di speranze romantiche. Giovani e coppie arrivano con lo sguardo pieno di attese, qualcuno stringe una mano, qualcun altro procede da solo, quasi trattenendo il respiro.
La prova più celebre è un gioco antico e serio allo stesso tempo: due pietre poste a distanza, chiamate “pietre dell’amore”. Chi riesce a raggiungere l’altra camminando a occhi chiusi, si dice, incontrerà la fortuna sentimentale. Vederli tentare è un piccolo spettacolo: risate trattenute, passi incerti, amici che osservano in silenzio per non rovinare la magia. Quando qualcuno ce la fa, parte un applauso spontaneo, breve ma carico di gioia. Il Jishu Shrine, con la sua leggerezza e la sua fede nelle coincidenze del cuore, illumina il Kiyomizu-dera di un calore tutto umano. In questo angolo il sacro ha il profumo di un primo appuntamento e di un desiderio che si lascia affidare agli dèi. Lasciandosi il Kiyomizu-dera alle spalle, si ha la sensazione di essersi alleggeriti, come se il viaggio non fosse stato soltanto fisico ma anche interiore. Per rendersene conto, bisogna esserci. Questo complesso non è un semplice tempio: è un frammento vitale dell'identità di Kyoto, un luogo dove la tradizione buddhista si intreccia con la vita quotidiana e con il respiro stesso della città. Ogni padiglione, ogni statua consunta dal tempo, ogni pergolato di legno racconta una storia che parla di devozione, di equilibrio, di bellezza discreta.
A ben guardare, qui si impara osservando. I simboli scolpiti nelle travi, i colori cerimoniali, la quiete che avvolge i visitatori come un velo: tutto sembra richiamare un’unica idea, quella del wa, l’armonia che i giapponesi cercano tra ciò che è naturale e ciò che è umano. Non si tratta di teoria, ma di una sensazione concreta, come un filo sottile che unisce la cascata che scende dalla montagna al passo lento dei pellegrini. Passeggiare in questo luogo significa aprire uno spiraglio su una filosofia di vita fondata sulla misura, sull’ascolto, sulla pace che si trova dentro di sé più che fuori. Nel silenzio del Kiyomizu-dera, la spiritualità non appare distante, ma vicina, quasi tangibile: pronta a fare da bussola, ancora, per chi cerca un momento di calma nel ritmo incessante del mondo.
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Giovanni Bosi, giornalista, ha effettuato reportages da numerosi Paesi del mondo. Da Libia e Siria, a Cina e India, dai diversi Paesi del Sud America agli Stati Uniti, fino alle diverse nazioni europee e all’Africa nelle sue mille sfaccettature. Ama particolarmente il tema dell’archeologia e dei beni culturali. Dai suoi articoli emerge una lettura appassionata dei luoghi che visita, di cui racconta le esperienze lì vissute. Come testimone che non si limita a guardare e riferire: i moti del cuore sono sempre in prima linea. E’ autore di libri e pubblicazioni.
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