APPENNINO Dalla Liguria alla Sicilia ecco gli eroi che mantengono vive le nostre montagne e salvano la biodiversità

(TurismoItaliaNews) Fino a domenica 18 in Molise, a Castel del Giudice (Isernia), si tengono i secondi Stati Generali delle Comunità dell’Appennino, con oltre 150 agricoltori, allevatori, artigiani e rappresentanti di enti e consorzi chiamati a raccolta da Slow Food Italia. Obiettivo dell’incontro è fare il punto sullo stato delle terre alte e rilanciare una nuova stagione di rinascita sociale, economica e culturale dei territori della dorsale italica. Ecco chi ha già cominciato nel proprio piccolo: i Presìdi Slow Food che, resistendo alle lusinghe della vita di pianura, curano i territori e tutelano la biodiversità. E si scopre in lungo viaggio dalla Liguria alla Sicilia.

 

Come in Umbria… Silvana Crespi De Carolis è innamorata della montagna umbra, in particolare di quella del paesino in cui abita, Civita di Cascia, in provincia di Perugia. Qui coltiva la roveja, un piccolo legume simile al pisello, ma di colore verde scuro, marrone o grigio. È una pianta rampicante la cui raccolta è molto difficoltosa: gli steli sono lunghi, superano abbondantemente il metro di altezza, e sono facili all’allettamento, rendendo così quasi impossibile l’impiego della mietitrebbia meccanica. Ma non è solo il terreno scosceso a rendere difficile la coltivazione: «un altro problema – dice Silvana – è che la terra viene ereditata in piccoli appezzamenti e quindi arare o portare il trattore, per esempio, è più dispersivo. Sul fronte geologico si aggiungono delle complicazioni dovute al fatto che ci sono solo dieci centimetri di terra e sotto sono tutti sassi: la roveja però riesce a resistere grazie alla sua radice corta!».

 

Oppure in Abruzzo… Turca, turchesa, o turchesca, così è definita, fin dal Settecento, la patata coltivata sulla montagna abruzzese, per sottolineare la sua origine straniera. Negli ultimi decenni è stata gradualmente sostituita da cultivar più produttive, rischiando la completa estinzione: perciò è stato istituito il Presidio, di cui oggi ci sono numerosi piccoli produttori che ottengono dai 5 ai 40 quintali all’anno. Fra questi c’è Filiberto Cioti, che racconta: «la patata turchesa è coltivata fino a 1200/1300 metri dove il terreno di montagna si presta di più, anche se può accadere che la natura si riprenda il suo spazio: i cinghiali, infatti, spesso devastano le coltivazioni. In più ci possono essere problemi climatici: quest’anno, per esempio, la siccità ha fatto crollare la produzione. Anche noi siamo stati colpiti dal fenomeno dello spopolamento ma ci sono comunque dei giovani che decidono di tornare: la montagna deve ricominciare a produrre e deve essere valorizzata!».

E anche in Basilicata. «Grazie al Presidio non c’è il rischio che il prodotto non venga capito, anzi, si riesce a spiegarlo bene e a specificare la differenza con altri formaggi: sono tutti caciocavalli ma il mio è fatto in modo tradizionale»: Francesco Pecorelli è molto fiero del suo prodotto, il caciocavallo podolico della Basilicata, che produce con il latte delle mucche di razza podolica che alleva personalmente. «A me piace stare in montagna – racconta – perché adoro la tranquillità del verde ma i problemi del vivere qui sono molti: i frequenti sbalzi climatici causano conseguenze sia sulla quantità di latte prodotto sia sulla produzione del caciocavallo, la cui pasta si deve acidificare seguendo dei tempi naturali, ma se fa troppo freddo acidifica in ritardo». Per fortuna anche molti giovani non sono scoraggiati dalle difficoltà e, controcorrente rispetto alla tendenza attuale, tornano in montagna: «a Rivello – racconta Francesco – alcuni giovani si stanno avvicinando a questo mestiere per tradizione familiare e questo non può che farmi piacere, significa che la tradizione continua!».

 

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