Etiopia, la Valle dell'Omo e il villaggio Hammer: ecco dove si vive ancora con riti e tradizioni di migliaia di anni fa

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Annarosa Toso, Addis Abeba / Etiopia

In Etiopia nel Villaggio Hammer nella Valle del fiume Omo. Un viaggio faticoso ma ne vale la pena, perché, la scoperta di come vivono ancora oggi queste popolazioni, con i riti e le tradizioni di migliaia di anni fa, è un impatto da brivido.

 

(TurismoItaliaNews) Solo il nome, la Valle dell'Omo, ci riporta a qualcosa di esotico e lontano. Soprattutto lontano. Per arrivare al sud dell'Etiopia dove si trova la Valle dove scorre il fiume Omo, occorrono tempo e fatica. Partendo da Arba Minch, a sua volta raggiunta da Addis Abeba con un volo di 40 minuti, su strade a volte sterrate, a volte asfaltate, ma sempre mal messe, occorrono quasi 7 ore di viaggio per arrivare nella città di Turni, dove, a pochi km si trova il Villaggio Hammer. Ma ne vale la pena, perché, la scoperta di come vivono ancora oggi queste popolazioni, con i riti e le tradizioni di migliaia di anni fa, è un impatto da brivido.

Prima di entrare nei villaggi alla scoperta di un mondo che credevamo scomparso, occorrono contatti e contratti preliminari con il capo villaggio. Si definiscono quote di ingresso, il tipo di danze e cosa sarà offerto ai turisti da bere e da mangiare. E un invito nemmeno troppo tacito ad acquistare nel villaggio gli oggetti artigianali che qui vengono creati. Per lo più si tratta monili di varie fattura fatti di perline, di vetro, di pelle, ma anche oggetti artigianali fatti di creta e legno. Le foto sono escluse dal contratto stabilito con il capo villaggio e si pagano a parte. Sono in molti a chiedere di essere fotografati, perché quei soldi vanno direttamente agli interessati e non nella cassa comune. Ci dobbiamo attenere alle regole, anche se lo sanno tutti, anche i non addetti ai lavori, che le foto più belle sono quelle rubate e non quelle dove il soggetto si mette in posa.

Comunque le foto ci servono e ci stiamo. Le cifre sono di tutto rispetto e qualche guida locale si lascia scappare che, molti indigeni, pur essendo attratti dai “comfort” di chi vive quasi a ridosso dei villaggi in case dotate di bagno e di acqua potabile, preferiscono continuare la propria vita come mille anni fa, perché il mostrare al mondo il “come eravamo e come siamo adesso” ha un prezzo che consente a tutta la comunità di vivere e di arrotondare, anche perché pastorizia, caccia e pesca non garantiscono più, come in passato, tempo cibo per tutti. Percorrendo le strade limitrofe ai villaggi si incontrano donne, con i classici capelli tinti di arancione grazie ad un impasto di creta e burro, ornate di monili colorati, con il seno scoperto, dirette, forse per acquisti, nei centri più vicini. La loro bellezza non si discute, così come il portamento eretto e volitivo. Ma è l'impatto all'interno del villaggio che ci lascia ammutoliti.

Non è il primo villaggio che visitiamo in Africa, ne abbiamo visti tanti. Qui c'è qualcosa di diverse, di più vero, pur con tutti i preliminari “burocratici” per poter entrare. Veniamo accolti dal capo villaggio con cordialità e da quel momento siamo liberi di osservare e di muoverci quasi liberamente. Non ci sono cattivi odori al Villaggio Hammer, ma scopriamo che promiscuità, poligamia, l'assoluto potere dei maschi sulle donne che già dalla pubertà devono essere pronte all'amplesso, sono regole quotidiane non discutibili. Un modo di vivere liberamente e con poca igiene che dà largo spazio all'Aids, malattia molto diffusa in Africa. E poco possono fare le organizzazioni umanitarie che ogni tanto si affacciano nei villaggi per contrastare questa diffusissima malattia che coinvolge anche i bambini appena nati. Guardiamo i corpi statuari delle ragazze che sono pieni di cicatrici, soprattutto le loro schiene. Significa che le prove di coraggio a cui sono sottoposte queste giovani, sono dure e violente.

Osserviamo i bambini: bellissimi e per lo più in carne. Niente a che vedere con le immagini che le televisioni periodicamente ci propinano di bimbi africani scarni e affamati che implorano acqua e cibo. Nudi i maschietti, coperta con un micro gonnellino la natura delle bambine. E il fatto che a prendersi cura dei neonati siano ragazzine o addirittura bimbe che non avranno più di tre-quattro anni è un'altra cosa che ci ha toccato il cuore. Bambolotti viventi, che a volte sono strattonati, calmati con un dito in bocca se piangono, trattati appunto come giocattoli da chi è altrettanto bambino, almeno secondo i nostri canoni. La mortalità, malgrado l'aspetto florido dei bambini, è molta alta così come l'aspettativa di vita è troppo bassa se paragonata a quella del mondo occidentale. Ma è impossibile usare lo stesso metro e giudicare.

Abbiamo appagato la nostra curiosità immergendoci per un paio di ore nella loro vita ancestrale. Ci è piaciuto, abbiamo assistito ai loro balli, abbiamo bevuto insieme, ci siamo commossi, abbiamo accarezzato i bambini. Abbiamo fatto le nostre foto e abbiamo preso appunti. Possiamo meravigliarci, questo sì. Farci domande, anche. Ma quel telefonino in mano a un abitante del Villaggio Hammer ci racconta e ci fa sperare che forse modernità e progresso potrebbero essere a portata di mano.

foto di Annaroso Toso

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