Gli argenti barocchi del Duomo di Foligno, capolavori artistici nella cripta

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Arriva dallo Stato Pontificio il suggello all’aspirazione barocca di Foligno, in Umbria. E non è poco. Quella di ribadire una propria caratterizzazione smaccatamente secentesca in una regione essenzialmente associata all’idea di Medioevo, è una missione che la città porta avanti da tempo.

 

(TurismoItaliaNews) Auspice la Giostra della Quintana, complice Segni Barocchi Festival, testimoni d’eccezione gli innumerevoli palazzi disseminati nel centro storico e ricchi di affreschi e stucchi dorati che spesso le austere facciate nemmeno lasciano immaginare, Foligno scopre oggi di avere altri capolavori artistici che si rivelano come la classica tesserina mancante in un complesso mosaico: gli argenti del Duomo.

E cioè una splendida croce di cristallo di rocca con ornamenti metallici del XV secolo, una pisside di cristallo dello stesso periodo, un’urna di legno intagliato e dorato con i resti di santa Messalina del XVIII secolo. Ma soprattutto un grande ostensorio d’argento ed una splendida urna con le reliquie di san Feliciano, in metallo dorato e ornamenti in argento, entrambi del XVII secolo e conservati nella cripta decorata con gli stucchi settecenteschi del Bilancioni.

"Pezzi che nella prossima esposizione permanente saranno valido motivo di attrazione per il turismo, decretando di fatto che questo centro umbro è da considerarsi a ragione una città d'arte": il commento è di Claudio Franchi, argentiere, designer, storico dell’arte, docente alla facoltà di economia dell’Università "La Sapienza" di Roma nonché autore dell’Anello del Pescatore che papa Benedetto XVI indosserà per tutto il suo pontificato.

E’ stato proprio Franchi a riaccendere i riflettori sui gioielli di oreficeria che la Cattedrale di San Feliciano conserva con cura da secoli e che prossimamente diventeranno i pezzi di punta del Museo Diocesano che si sta allestendo nel Palazzo delle Canoniche.

Andarli a scoprire nel sancta sanctorum del Duomo, scendendo a quella che anticamente fu la quota originaria della città di Foligno e varcando la pesante cancellata in ferro a quadrilobi raccordati con chiodi a forma di fiore che protegge la Cappella delle Reliquie, è suggestivo e al contempo dà la conferma di essere davvero di fronte a qualcosa di prezioso, ma ancor più di fortemente simbolico.

È ben noto che lo stretto rapporto che lega il mecenatismo della Chiesa al mondo orafo romano affonda le sue radici nel Settecento, quando durante il pontificato di papa Benedetto XIV l’argenteria romana creò il meglio della propria storia per gusto, raffinatezza ed eleganza. I "pezzi" conservati a Foligno sono espressione di tutto ciò, ma con un elemento aggiuntivo rispetto a come tanta maestria e preziosità finirono con l'estendersi dalla Città Eterna alla periferia dello Stato Pontificio.

"La storia dell’argenteria - spiega il professor Claudio Franchi - si arricchisce continuamente di nuovi contributi che rivelano sempre di più l’inadeguatezza della sua classificazione come ‘arte minore’. Ora è la volta di un folto e importante nucleo di pezzi romani conservati in Umbria, nel Duomo di Foligno: opere realizzate tra Seicento e Settecento, che permettono di tracciare la storia delle committenze nella provincia dello Stato Pontificio (del quale Foligno faceva parte) facendo dialogare nomi di fama internazionale del panorama artistico e i maestri argentieri, artisti anche loro, e interpreti colti e raffinati del linguaggio barocco".

In pratica, a cavallo dei secoli XVII e XVIII Foligno si rivela terreno ideale per le esperienze degli artisti provenienti dalla Città Eterna, per spirito di emulazione e di promozione, ma anche per lo scemare lento e graduale della grande stagione della committenza romana. "Un fervore edilizio - sottolinea Franchi - genera una richiesta continua di maestranze e di nuovi aggiornamenti culturali. Gli artisti locali cercavano di contenere l’invasione di quelli provenienti dalla ‘Dominante’ (come veniva definita abitualmente Roma) ma il variare dei gusti e la consolidata esperienza e abilità degli ultimi, prevalse a poco a poco sulla pur agguerrita falange degli artisti umbri".

L'occasione giusta si presentò il 10 giugno 1673, giorno dei solenni festeggiamenti per il ritorno delle reliquie del patrono San Feliciano dopo circa sette secoli di esilio a Metz, deposte nella preziosa urna che tuttora le dell'importante opera folignate". Opere che si presentano quindi non soli come sculture, ma come "opere orafe". L'assemblaggio degli elementi di argento e bronzo presuppone infatti una capacità tecnica di costruzione che non è nelle corde di uno scultore. La contaminazione delle diverse ma complementari conoscenze del Ferri e del Bartalesi consente di raggiungere nuovi valori espressivi alla tecnica argentiera. E questo di Foligno è uno dei casi più significativi in cui l’argentiere partecipa da comprimario alla realizzazione dell'opera.

E’ invece con sicurezza che si può attribuire ad Urbano Bartalesi l'Ostensorio conservato nel Tesoro della Cattedrale, grazie ad un documento da cui si ricavano informazioni decisive, non solo in merito allo stesso Bartalesi, ma anche sulla paternità del progetto: "Si tratta di una breve descrizione della città di Foligno da parte di un anonimo francese - spiega Franchi – che descrive il ‘sontuoso Ostensorio di 150 libre di lastra d’argento, fatto già lavorare con nobilissimi bassi-rilievi e getti da perito artefice sotto il disegno del famoso Pietro Berrettini da Cortona dalla generosa pietà del Signor Crispoldo Cantagalli gentiluomo di Foligno’. L’Ostensorio è stato realizzato sicuramente prima del 1680, poiché in quella data il Cantagalli, committente dell’opera, muore. L’anonimo precisa anche l’esecutore dell'opera, indicando che si tratta di ‘un lavoro del Signor Urbano, famoso orefice e scultore dimorante in Roma’, che a mio avviso deve essere individuato proprio in Urbano Bartalesi".

L’opera è un raro esempio di condivisione tra progettista e realizzatore: un’esperienza che arricchisce la perizia di un ottimo argentiere che sa tradurre le forme coniate da un artista di altissimo rango. La sua ideazione è evidente nella coppia di angeli che sorreggono i fusto porta-ostensorio. "La scoperta di due opere così importanti in un settore come quello delle oreficerie, dove i raffronti stilistici sono purtroppo cosa rara - chiosa Claudio Franchi - diventa ancora più significativa per la chiave di lettura giocata anche sugli elementi tecnici, terreno dell`arte minore' argentiera: una tecnica senza fine, suscettibile di continui sviluppi, è non meno mentale che manuale. In una parola: un metodo".

 

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