Yangon, col naso all’insù in cerca delle architetture coloniali nella vecchia capitale della Birmania

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Giovanni Bosi, Yangon / Myanmar

Caotica come tutte le megalopoli dell’Est asiatico, coloratissima, indaffaratissima, chiassosa. Dopo essere stata defenestrata da capitale del Myanmar, ovvero la Birmania, Yangon – alias Rangoon – non ha certo perso il suo smalto e la sua attrattività. Passeggiare per le sue strade a caccia di architetture coloniali, ormai assorbite nello scenario variegato e variopinto della città, si rivela un’esperienza assolutamente da provare.

 

(TurismoItaliaNews) Gente che lavora direttamente sulla strada come i sarti o gli elettricisti, persone che movimentano ogni tipo di merce sui mezzi più disparati, street food ad ogni angolo, un vociare impressionante e una teoria infinita di bancarelle, banchetti e carrettini su cui è esposto di tutto. Dire che Yangon è un gigantesco mercato all’aperto è la descrizione precisa. Perché poi ci sono anche i mercati al coperto, dove aggirarsi in cerca di qualcosa da comprare, soprattutto prodotti dell’artigianato, dà grandi soddisfazioni. E sì: la vecchia Rangoon sfodera sempre un fascino particolare. In barba a chi ha deciso di spostare la capitale a Naypyidaw (già Pyinmana) costruita ex novo al centro del Paese. In realtà nell’immaginario collettivo la capitale in pectore continua a rimanere questa e comunque il cuore pulsante del Myanmar è sempre qui, tenuto conto che in città abitano oltre 4 milioni e mezzo di birmani.

Yangon, col naso all’insù in cerca delle architetture coloniali della vecchia capitale della Birmania

Yangon, col naso all’insù in cerca delle architetture coloniali della vecchia capitale della Birmania

Yangon, col naso all’insù in cerca delle architetture coloniali della vecchia capitale della Birmania

Architettura coloniale, si diceva. Già definita “città-giardino dell’Oriente”, quella di Yangon, adagiata sulle pendici meridionali dei Monti Pegu, è una storia complessa che comincia nel sesto secolo con la sua fondazione. La vera importanza arriva però soltanto nel 18° secolo quando Dagon viene conquistata nel 1755 dal re Alaungpaya che la ricostruisce con il nome di Yan Kon (“fine della guerra”) da cui deriva la denominazione inglese e birmana contemporenea. I britannici, già in zona, la occupano durante la prima guerra anglo-birmana (1824-1826), al termine della quale la riconsegnano ai legittimi padroni di casa.

Siccome il lupo perde il pelo ma non il vizio, spinti da grandi ambizioni commercial-coloniali, i soldati di Sua Maestà si ripresentano a metà Ottocento e con la seconda guerra anglo-birmana del 1852 conquistano Yangon, che diventa Rangoon, e tutta la Bassa Birmania. La vera svolta in termini di importanza politica, commerciale e urbanistica arriva però con la conquista dell’Alta Birmania nella terza guerra anglo-birmana nel 1885, quando diventa la capitale della colonia britannica. Inizia così l’abbellimento della città con laghi e palazzi che, partendo dalla tradizionale architettura in legno, crea uno stile che fonde le nuove tendenze architettoniche e costruttive. Gli inglesi qui rimangono initerrottamente (eccettuato il periodo dell’occupazione delle truppe dell’Impero del Giappone dal 1942 al 1945) fino al 4 gennaio 1948, giorno dell’indipendenza.

Yangon, col naso all’insù in cerca delle architetture coloniali della vecchia capitale della Birmania

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Yangon, col naso all’insù in cerca delle architetture coloniali della vecchia capitale della Birmania

Lo scenario di marchio britannico è ancora visibile, almeno parzialmente apprezzabile. Basta avventurarsi a piedi lungo le strade del nucleo centrale di Yangon con il naso all’insù, divertendosi a scorgere quelle architetture coloniali ormai “personalizzate” dai loro occupanti: parabole, condizionatori d’aria, tende, cavi penzolanti di ogni tipo, panni stesi, grate di protezione a qualsiasi altezza, abusi edilizi di ogni tipo. Certo, vista l’assenza di qualsiasi manutenzione un’azione complessiva di maquillage sarebbe necessaria ed auspicabile, un po’ come avviene per le architetture coloniali de L’Avana. Ammesso che si riesca a trovare i fondi necessari, per il momento una chimera.

La vecchia Rangoon resta pure il baricentro della vita religiosa birmana: l’espressione più nota della fede è la pagoda Shwe Dagon, alta 113 metri e costituita dalla camera delle reliquie sormontata da una grande cupola a forma di campana (dagoba) rivestita di lamine d’oro dello spessore di 3 millimetri.

Yangon, col naso all’insù in cerca delle architetture coloniali della vecchia capitale della BirmaniaYangon, col naso all’insù in cerca delle architetture coloniali della vecchia capitale della Birmania

Yangon, col naso all’insù in cerca delle architetture coloniali della vecchia capitale della Birmania

Nell’affascinante Birmania ecco insomma un altro luogo da non mancare di visitare.

 

 

Giovanni Bosi, giornalista, ha effettuato reportages da numerosi Paesi del mondo. Da Libia e Siria, a Cina e India, dai diversi Paesi del Sud America agli Stati Uniti, fino alle diverse nazioni europee all’Africa nelle sue mille sfaccettature. Ama particolarmente il tema dell’archeologia e dei beni culturali. Dai suoi articoli emerge una lettura appassionata dei luoghi che visita, di cui racconta le esperienze lì vissute. Come testimone che non si limita a guardare e riferire: i moti del cuore sono sempre in prima linea. E’ autore di libri e pubblicazioni.
(A.F.)

 

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