A Sondrio la tradizione di vestire le statue

Portate in processione, ospitate sugli altari, venerate dalle confraternite, sono testimoni di un “sacro familiare”. Sono le statue che raffigurano la Madonna, di cui tutta l’Italia ne è ricca. A Sondrio la mostra “In confidenza col sacro” ne rcconta la tradizione, ormai desueta, del vestirle. Fino alll'11 marzo 2012  la rassegna può essere visitata nella Galleria Credito Valtellinese e il Museo Valtellinese di Storia e Arte (Mvsa) di Sondrio. A comporla sono una ventina di simulacri vestiti con ori e sete preziose.

 

(TurismoItaliaNews) Promossa dalla Fondazione - Centro Studi “Nicolò Rusca”, dal Gruppo Credito Valtellinese e dal Comune di Sondrio - Mvsa, con il sostegno della Fondazione Cariplo, l’iniziativa rientra nell’ambito del più ampio progetto di studi “Arte e devozione” ed è il frutto di una lunga ricerca effettuata con la collaborazione di un gruppo di autorevoli studiosi, coordinati da Francesca Bormetti.

 

La mostra si concentra sulle statue antiche e sui rituali presenti nelle vallate del centro dell’arco alpino tra l’Alta Lombardia e la Svizzera meridionale, con uno sguardo aperto ai territori limitrofi, lombardi e non solo. Sono per lo più statue di Madonne, con un busto in legno, detto in gergo “torsolo”, o in altri materiali poveri; così come gli attuali manichini visibili nelle vetrine dei negozi, queste statue, per la necessità di vestirle, sono generalmente composte da parti snodabili e presentano volti modellati in maniera naturalistica.

 

Le madonne si presentano abbigliate nel rispetto della moda, dei materiali utilizzati nell’epoca in cui sono state realizzate, o delle epoche successive in cui sono state effettuate altre donazione devozionali; per questo motivo alcune statue vantano un corredo considerevole, accumulato nel corso dei secoli. Le statue sono vestite come nobildonne dell’epoca; il loro abbigliamento, così come nella realtà, è formato da biancheria intima, corpetti e abiti preziosi creati con stoffe pregiate e di moda, gioielli e corone.

 

 

La documentazione esposta in mostra rievoca fatti accaduti nelle chiese che ospitavano queste “statue vive”; la cosiddetta “amorosa corrispondenza” con i fedeli viene documentata da materiale d’ archivio da cui emerge, ad esempio, che una madonna situata in una chiesa veneziana possedeva circa 61 abiti completi, ovvero un guardaroba che solo una principessa poteva possedere; segue la descrizione delle cerimonie di vestizione, veri rituali di sacralizzazione con regole da seguire; ed è così che a “mani femminili” toccava “fare bella la Vergine Maria”, alla vigilia di una festività e di una processione. In alcune zone era contemplato anche l’uso di profumi e del trucco per le labbra e il viso.

 

Quanto al trasporto durante una processione, invece, toccava agli uomini, dopo rigorosi riti propiziatori, portare le statue in spalla attorno alla chiesa, nel centro abitato o per impervie mulattiere di montagna. Emerge, quindi, dal percorso espositivo che arte, moda e costume, tradizioni popolari, studi archivistici confluiscono in questa tipologia di statuaria antica, vista come un “patrimonio di fede” che si estese dall’Europa all’America Latina dopo la conquista.

 

Portate in processione, ospitate sugli altari, venerate dalle confraternite, sono testimoni di un “sacro familiare” e “indigeno”; l’usanza terminò nel momento in cui fu ritenuta indecorosa e a rischio di superstizione; le statue da abbigliare furono sostituite da effigi già vestite, realizzate in legno, gesso o plastica. Ad immagini che riproducevano il reale, il legame di un popolo e la devozione, si va col tempo a sostituire un’immagine prodotta in serie, fredda e da ammirare a distanza, per l’ormai cessata necessità di «prendersene cura», con la vestizione o la manutenzione delle parti che la compongono.

 

 

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