Catania, il Monastero benedettino di San Nicolò l’Arena: ecco il gioiello del tardo Barocco siciliano

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Eugenio Serlupini, Catania

Si dice che Sant’Agata e l’Etna siano i simboli di Catania. Di certo la grande montagna annoverata tra i vulcani più attivi del mondo - un autentico sito iconico non a caso Patrimonio dell’umanità per volontà dell’Unesco - è da 500.000 anni che domina con tutta la sua potenza questo splendido angolo di Mediterraneo. Ed è almeno da 2.700 anni che la sua attività viene documentata facendo riscrivere la geografia di migliaia di ettari di Sicilia. In questa vicenda si incunea la storia di un altro sito storico, dal valore simbolico, culturale, artistico: il Monastero benedettino di San Nicolò l’Arena a Catania.

 

(TurismoItaliaNews) Visitare questo grandioso complesso monastico, oggi divenuto tempio della cultura universitaria catanese, equivale a leggere pagine tempestose e drammatiche della storia della città di Sant’Agata. Ma anche a scoprire l’ineluttabile volontà di rinascere, di dominare in qualche modo l’indomabile forza della natura, di creare qualcosa di unico.

E sì, perché il Monastero dei Benedettini lascia subito intendere che questo non è un luogo comune, non è mai stato un luogo comune. Sorto nel Cinquecento (1558) e ricostruito a partire dal 1702 dopo che Catania è stata scossa dalla terribile colata lavica del 1669 e dal catastrofico terremoto del 1693, oggi è un gioiello del tardo Barocco siciliano e il complesso benedettino tra i più grandi d’Europa. Tanto da contribuire ad annoverare Catania (insieme ad altre sette città della Sicilia sud-orientale: Caltagirone, Militello Val di Catania, Modica, Noto, Palazzolo, Ragusa e Scicli) nel Patrimonio Unesco seriale per l’alto livello di realizzazione architettonica e artistica.

Le dimensioni del Monastero si apprezzano immediatamente quando si arriva in Piazza Dante, sulla quale si incastrano anche i resti delle antiche Terme dell’Acropoli. Domina la monumentale facciata (ibrido tra il tardo barocco siciliano e il più lineare neoclassicismo) della chiesa di San Nicolò l’Arena, annessa al ricostruito plesso monastico settecentesco, pensata come una piccola San Pietro siciliana, ma rimasta incompiuta nel prospetto principale; poi spicca la cupola e quindi la silhouette del monastero vero e proprio, dall’aspetto più di un palazzo nobiliare che di un luogo di preghiera e povertà. Per fortuna, si dovrebbe dire: il monastero è un concentrato straordinario di perizia architettonica e qualità artistica, grazie ai grandi architetti siciliani che vi hanno lavorato (Stefano Ittar, Francesco Battaglia, Carmelo Battaglia Santangelo, Palazzotto) e alle maestranze arrivate da tutte le province (Palermo, Messina, Siracusa).

“Tra i più importanti architetti si annovera Giovan Battista Vaccarini – ci spiegano durante la nostra visita - a cui si deve la realizzazione delle Cucine e del Refettorio grande, oltre che il progetto della Biblioteca. L’architetto palermitano aveva studiato a Roma venendo dunque a contatto con i grandi architetti quali Fontana, Michetti, De Sanctis. I suoi punti di riferimento e di ispirazione restarono Bernini e Borromeo che aveva studiato con passione e a cui sovente si rifaceva”.

E così la visita al complesso si rivela “un intrigante viaggio nel tempo, tra anfratti, cunicoli, stanze e gallerie che conservano ancora oggi le tracce del terremoto del 1693 e quelle di una vita monastica dimenticata, ricoperta dalle macerie della calamità naturale che ha cambiato l’aspetto della città, del Monastero e della quotidianità benedettina” ci viene fatto notare. E in effetti è proprio così, perché le sorprese arrivano una dietro l’altra: chiostri, un giardino pensile, scorci di grande impatto, dettagli architettonici pregevolissimi, lunghi corridoi che incorniciano i luoghi della quotidianità benedettina.

“Il primo impianto nasceva a forma quadrata con un chiostro interno definito dei Marmi, ridefinito in seguito Chiostro di Ponente, per via della presenza del pregiato marmo di Carrara nell’elegante colonnato seicentesco, nella fontana quadrilobata posta al centro e dei decori rinascimentali che ne addolcivano maggiormente l’aspetto – ci spiega la nostra guida - il XVII secolo catanese è legato alla terribile colata lavica del 1669 e al catastrofico terremoto del 1693. Il monastero si salva, ma non la chiesa che tuttavia viene sconquassata dall’arrivo della colata. Cambia fortemente l’aspetto dei terreni limitrofi al Monastero dei Benedettini. La sciara è alta 12 metri circa e divora le coltivazioni lasciando dietro di sé un paesaggio lunare”. Sciara è un termine dialettale che sta ad indicare il luogo dove una colata lavica scesa dal vulcano si è solidificata. La sciara descritta da Giovanni Verga nei “Malavoglia” si è formata da una colata lavica discesa dall’Etna sino al mare distruggendo lungo il suo cammino ogni forma di vita e creando una scia cura di lava solidificata.

“L’8 marzo del 1669, dopo ripetute scosse sismiche e assordanti boati dall’Etna, si aprono due profonde fenditure da cui esce lava. Si alzano colonne di fumo, in seguito alle esplosioni vengono scagliati materiali piroclastici: l’Etna è in eruzione, il vulcano dimostra tutta la sua potenza. La colata raggiunge la cinta muraria della città intorno alla fine di aprile, giungendo fino alle mura del monastero cinquecentesco. La città era stata difesa strenuamente utilizzando muri per deviare il fiume di fuoco che l’assediava”.

Nel 1687 inizia la ricostruzione della chiesa, verosimilmente su disegno dell’architetto romano Giovanni Battista Contini. Originariamente il monastero era composto da un piano interrato destinato a cantina e deposito delle derrate alimentari e a cucina; e da due piani con le celle dei monaci, il capitolo, il refettorio, la biblioteca e il parlatorio oltre al chiostro dei Marmi.

Ma chi pensava che l’apocalisse era finita, sbagliava. “Nella notte tra 10 e 11 gennaio del 1693 Catania trema – ci raccontano gli studiosi – questo terremoto viene considerato uno dei cataclismi naturali più devastanti per la Sicilia orientale: il Val di Noto viene raso al suolo. Catania è distrutta e gran parte dei suoi cittadini è sepolta sotto le macerie. Del Monastero cinquecentesco resta integro l’interrato e parte del primo piano; del chiostro restano in piedi 14 colonne, le altre crollano".

E’ nel 1702, a 9 anni dall’evento catastrofico, che parte la ricostruzione e il Monastero viene ripopolato da monaci provenienti da altri cenobi. La consistenza è molto più grande rispetto alla versione originaria: al Chiostro dei Marmi o di Ponente rinnovato da elementi tardobarocchi, si aggiungono il Chiostro di Levante, con il giardino e il Caffeaos in stile eclettico, e la zona nord con gli spazi destinati alla vita diurna e collettiva dei monaci: la biblioteca, le cucine, l’ala del noviziato, i refettori, il coro di notte. Si sfrutta il banco lavico per realizzare i due giardini pensili, l’Orto Botanico – la villa delle meraviglie – e il giardino dei Novizi. Ma la chiesa di San Nicolò l’Arena, per la quale si è pensato in grande, i lavori non giungeranno mai a definitiva conclusione, complice la demaniazione del complesso dopo l'Unità d'Italia.

“Ingrandito, decorato, rimaneggiato il Monastero diventa uno dei conventi più grandi d’Europa, secondo, tra quelli di ordine benedettino, solo a quello di Mafra in Portogallo”. E sicuramente il fiore all’occhiello di Catania. Oggi è la sede del DiSum (dipartimento di Scienze Umanistiche) dell’Università degli Studi di Catania.

Le immagini sono state realizzate grazie all’autorizzazione dell’Università degli Studi di Catania (prot.36555 del 15.03.2018)

Per saperne di più
Monastero dei Benedettini di San Nicolò l'Arena
Piazza Dante, 32 - Catania
+39 095-7102767 / 334-9242464
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monasterodeibenedettini.it

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