L’Opera dei Pupi, la grande tradizione siciliana Patrimonio dell’Umanità si ammira ad Acireale

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Giovanni Bosi, Acireale

Sono una tradizione teatrale ininterrotta, nella quale si raccontano storie basate sulla letteratura cavalleresca medievale, i poemi italiani del Rinascimento, le vite dei santi e i racconti di noti banditi. E per questo l’Unesco ha voluto inserirla nel Patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Ad Acireale, in Sicilia, un museo racconta le gesta degli “eroi dell’Opra”, cioè dei Pupi siciliani. Siamo andati a vederlo.

 

(TurismoItaliaNews) Che i Pupi siano sinonimo di Sicilia non c’è dubbio. Anzi, al pari dell’Etna sono un autentico biglietto da visita di questa magnifica terra. E per comprenderla bisogna anche entrare nell’essenza di questa scuola teatrale nata sull’Isola all’inizio del XIX secolo. Ad Acireale, grazie all’amministrazione comunale, in via Alessi è allestito un museo con pupi, teste di pupi, cartelloni, panche ed attrezzature del Teatro Pennisi – Macrì, in un percorso che permette di capire le differenze tra le due principali scuole di marionette a Palermo e Catania, che si sono distinte principalmente per le dimensioni e la forma dei burattini, le tecniche operative e la varietà di fondali colorati. Teatri, spesso viaggianti e quasi sempre imprese a conduzione familiare. L’intaglio, la pittura e la costruzione dei burattini, rinomati per le loro espressioni intense, venivano eseguiti da artigiani che impiegavano metodi tradizionali.

“La presenza dei pupi in Sicilia risale alla fine del ‘700, erano pupi rudimentali con armature rozze – ci spiegano durante la visita – l’evoluzione del pupo siciliano avviene durante il XIX secolo. Nella prima metà dell’800, Giusto Lodico realizza l’opera in quattro volumi, tratta dalla tradizione epico-cavalleresca della storia dei paladini di Francia, che rappresenta ancora oggi il repertorio tradizionale dell’Opera dei pupi”.

Le differenze. Due scuole dell’Opera dei Pupi differenti, si diceva, la scuola catanese ha influenzato la Sicilia orientale mentre quella palermitana si è diffusa nella zona occidentale, differenziandosi tra loro sostanzialmente per la tecnica di manovra e la struttura del pupo. A Giovanni Grasso (1792-1863) e Gaetano Crimi (1807-1877) si fanno risalire le origini della scuola catanese, quella cui fa riferimento la raccolta esposta ad Acireale. Secondo la tecnica della scuola catanese, il manovratore fa muovere i pupi stando in piedi su un ponte chiamato “banco di manovra”, impugnando i due ferri che attraversano rispettivamente la testa e la mano destra del pupo. Il manovratore della scuola palermitana, invece, si nasconde lateralmente dietro la scena di fondo e con dei ferri collegati ai pupi esegue le manovre. Strutturalmente il pupo catanese ha le ginocchia rigide e la spada fissa nella mano destra, un’altezza di un metro e cinquanta, ed un peso di 30 chilogrammi. Il pupo palermitano è alto un’ottantina di centimetri ed e strutturalmente più articolato, ha il ginocchio che si piega e può sguainare la spada.

Il teatro di Acireale, per tecnica di manovra e struttura del pupo, si collega alla scuola catanese, ma presenta differenze per le dimensioni del pupo e del banco di manovra. I pupi di Acireale hanno un’altezza che varia dal metro al metro e dieci centimetri, ed un peso tra i 15 e i 20 chilogrammi. I ferri che consentono la manovra dei pupi sono più lunghi, essendo il banco di manovra più alto di quello catanese. Questa caratteristica conferisce una maggiore profondità prospettica tra pupo e scena di fondo. “Nel 1887 il puparo acese don Mariano Pennisi fondò in via Tono il primo teatro dell'Opera dei Pupi – ci viene raccontato durante la nostra visita al Museo di Acireale - i suoi spettacoli piacevano e apparivano originali rispetto alla scuola catanese e palermitana poiché l’arte dei combattimenti, l’impostazione scenica e le dimensioni dei pupi rivelavano un’autonoma capacità tecnica e recitativa. Il crescente successo spinse Pennisi a spostarsi nel 1928 in una sala piu capiente, in via Alessi.

Nel 1934 il testimone passò al figlio adottivo Emanuele Macrì il quale, all’apice della carriera artistica, portò i suoi spettacoli all’estero. Scrittori, registi, giornalisti, uomini politici restarono ammirati dalla spontaneità della sua arte, scrivendone in termini entusiastici. Il segreto di tanto successo veniva rivelato dallo stesso Macri: “Vi prego di credere che i miei pupi non sono fatti di legno: sono uomini veri, di carne, di sangue, di muscoli, di cuore”. Gli allievi di Macrì hanno proseguito la sua opera ed oggi mantengono viva la tradizione. Nel 1983 la Soprintendenza per i Beni culturali ed ambientali di Catania ha dichiarato che il Teatro di via Alessi “...costituisce una testimonianza di rilevante interesse culturale in quanto unico esempio di teatro stabile la cui attività rimane legata alla tradizione siciliana dell’Opera dei Pupi”.

E così oggi il complesso accoglie le gesta dei paladini e per concessione dell’assessorato regionale dei Beni culturali, la mostra della raccolta Teatro Pennisi - Macrì di Acireale, dei pupi e delle attrezzature di teatri siciliani. Di grande interesse sono anche i cartelli esposti, di notevole valore storico e di rilevante interesse etnoantropologico, che sono stati sottoposti ad un attento e scrupoloso intervento di restauro conservativo che ha consentito il loro perfetto recupero. I cartelli – veri e propri “manifesti” - sono stati dipinti a tempera su carta da imballaggio, erano parte integrante dell’attrezzatura del “puparo” e rappresentano, oltre ad una delle più interessanti espressioni artistiche popolari, il progenitore del moderno manifesto pubblicitario. Appesi all’esterno del teatro, avevano la funzione di pubblicizzare gli episodi delle storie che venivano rappresentate, in più puntate, in cicli che potevano avere anche la durata di un intero anno. La loro esposizione, veniva spesso accompagnata da una targhetta con scritto “oggi” oltre al “ricordino”, una sorta di piccolo riassunto che serviva a spiegare l’episodio che sarebbe stato rappresentato in serata. Quando non erano esposti venivano piegati in più parti e riposti nei depositi del “puparo”.

Quelle curiose teste... Una curiosità sono le teste dei pupi esposte, cosiddette “di ricambio”, perché necessarie a trasformare i personaggi morti nelle rappresentazioni precedenti in nuovi personaggi il giorno successivo. La testa del pupo viene realizzata da un blocco di legno di cipresso o di limone. Con scalpelli e sgorbie si comincia a sbozzare blocco, si lavora prima la sagoma del mento, dopo quella del naso, sagomati i primi elementi, si segna il solco della bocca, le pieghe fra il labbro e la guancia, infine si scavano le orbite. Sbozzate le sagome dell’intera scultura si procede alla definizione di tutti gli elementi perfezionando ogni dettaglio nei particolari. Completata l’opera, la testa viene rifinita con carta vetrata pronta per essere colorata con la pittura ad olio.

Le teste più antiche, prima della pittura ad olio venivano preparate con un sottile strato di gesso e colla, mentre quelle più recenti vengono preparate con un semplice strato di colore bianco. Nella testa vengono effettuati due fori o con un trapano o con un ferro arroventato, il primo foro attraversa tutta la testa dalla sommità al collo, mentre il secondo veniva realizzato nella metà posteriore della base del collo per una profondità di circa tre o quattro centimetri. All'interno del fori si inseriva il ferro opportunamente sagomato a doppio gancio, primo necessario alla manovra e il secondo per agganciare la testa al busto del pupo. Per la realizzazione del ferro si usava in genere ferro crudo piegato a fuoco di forgia. La testa veniva applicata facendo fuoriuscire il gancio inferiore per inserirlo nel ponte che si trova nell’ossatura in mezzo alle spalle del pupo, abbassando la testa la punta del gancio entra nel buco posteriore del collo e si fissa. Il gancio superiore serve per appendere il pupo e per la manovra.

Mostra permanente Raccolta Teatro Pennisi - Macrì
Via Alessi, 5 – Acireale (Ct)
Orario 9.30 – 12.30 | 16.30 – 19.30 feriali e festivi
www.comune.acireale.ct.it

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