Fratta Todina, l’antico borgo sfodera tanta storia e tradizione culinaria: la parmigiana di melanzane è il piatto “nazionale”
Giovanni Bosi, Fratta Todina / Umbria
Potrebbe essere addirittura quell’antica Tudernum di cui Plinio il Vecchio parla nella sua “Naturalis historia”. Chissà. Di certo Fratta Todina, il borgo fra Todi e Marsciano, in Umbria, ha origini lontanissime nel tempo, con il borgo sorto intorno a un castello medievale che apparteneva al vescovo tuderte. Oggi, tra sacro e profano, c’è più di un motivo per venirci: una passeggiata nel suo cuore medievale con il naso all’insù per scoprire ogni dettaglio del suo retaggio storico e culturale; e poi per assaggiare la parmigiana di melanzane, il piatto “nazionale”.
(TurismoItaliaNews) In un tour nella Media Valle del Tevere non si può rinunciare ad una sosta a Fratta Todina. E soprattutto farsi raccontare dai frattigiani la storia, le antiche inimicizie che goliardicamente proseguono ancora oggi a distanza di secoli, gli scorci segreti del paese, le tradizioni di cui andare fieri. Il borgo è dominato dalla mole di palazzo Altieri, voluto nella seconda metà del Cinquecento dal vescovo Angelo Cesi, poi impreziosito tra il 1643 e il 1654 dal cardinale Giovanni Battista Altieri, in quegli anni vescovo di Todi, che riuscì a portarlo al massimo della sua bellezza facendolo ampliare (di fronte alla più antica chiesa di San Savino, inglobata nel complesso e della quale sono ancora visibili l'abside e altri segni accanto al campanile) ed arricchire di giardini con grandiosi e fantasiosi giochi d’acqua.
Così quando arrivi a Fratta, questo palazzone è il primo biglietto da visita dato che al suo interno è conservata una vera e propria galleria di affreschi del Seicento di scuola romana: Il trionfo di Davide, Lot e le figlie, Il sacrificio di Isacco, Abramo e i tre Angeli, Il sogno di Giacobbe, Giacobbe incontra Rachele, Mosé salvato dalle acque del Nilo. Una consistenza peraltro possente quella del fabbricato patrizio, tenuto conto che è tutto contenuto nell’antico “castrum” all’interno delle mura. Altri edifici rappresentativi sono il Palazzo Vescovile del diciassettesimo secolo e la chiesa parrocchiale ottocentesca. L’antico granaio oggi è diventata una sala multimediale a disposizione della collettività.
Nei dintorni da nopn perdere c’è Santa Maria della Spineta, un antico convento francescano con un affaccio che garantisce un panorama che abbraccia l'intera Valle del Tevere da Perugia, sino a Todi; il chiostro risale al 1394, mentre l’attuale chiesa della Vergine Assunta è della fine del diciottesimo secolo. Del suo arredo faceva parte una Natività dello Spagna (oggi conservata nei Musei Vaticani), una cui copia è esposta nella sala del Consiglio comunale.
Il territorio di Fratta Todina è stato abitato sin dalla notte dei tempi: le prime tracce di insediamento sul territorio risalgono al neolitico, come documentano alcuni ritrovamenti nei pressi di Montone. In epoca romana ha fatto parte dal municipium di Todi mentre la notizia più antica sul borgo si trova in un documento del 1177, quando Federico Barbarossa discese in Italia. Il suo passato non è mai stato troppo tranquillo: in età comunale è stata più volte attaccata da orvietani e perugini durante le lotte tra Guelfi (Perugia-Orvieto) e Ghibellini (Todi-Amelia-Spoleto); nel quindicesimo secolo Braccio Fortebraccio da Montone ha ampliato il castello e lo ha fortificato sulla base di un progetto urbanistico militare strategico. Tanta storia.
Una storia che anche nel contemporaneo ha il suo perché, diventando il pretesto per una festa medievale che coinvolge tutto il paese. E poi l’aspetto enogastronomico: siamo in tutto territorio vocato alla produzione di vini di qualità e di piatti della tradizione, come la parmigiana di melanzane. A proposito di goliardia e di antiche inimicizie, va citata quella con la vicinissima Monte Castello di Vibio. I due borghi nella cornice di una mai sopita rivalità, si ospitano a vicenda nelle rispettive feste proponendo l’uno il piatto forte dell’altro: Fratta porta la sua parmigiana e da Monte Castello arriva l’agnello allo scottadito. Ormai i coltelli (per fortuna) si affilano solo per mangiare!









