[ REPORTAGE ] Valencia e il mistero del Sacro Graal: il calice dell’Ultima Cena, i segreti dei re e una reliquia che sfida i secoli

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di Giovanni Bosi, Valencia / Spagna

Una coppa d’agata, un viaggio millenario tra Gerusalemme, Roma e la Spagna, sovrani disposti a tutto pur di possederla e un enigma che continua ad affascinare credenti, storici e viaggiatori. Nella Cattedrale di Valencia è custodito quello che potrebbe essere il calice utilizzato da Gesù durante l’Ultima Cena. Una storia straordinaria, sospesa tra fede, indizi archeologici, documenti e leggenda. Siamo andati a vederlo.

 

(TurismoItaliaNews) Un calice che avrebbe attraversato duemila anni di storia, sfuggendo alle persecuzioni degli imperatori romani, trovando rifugio tra monasteri e palazzi reali, diventando oggetto del desiderio di sovrani e protagonisti della cristianità. Il suo mistero non è mai stato definitivamente risolto, eppure gli indizi che lo accompagnano continuano ad alimentare una delle vicende più affascinanti della tradizione religiosa occidentale. Per cercare le tracce del Sacro Graal, la leggendaria coppa dell’Ultima Cena, bisogna raggiungere Valencia, in Spagna, ed entrare nella sua monumentale Cattedrale. Qui, protetto da un’urna di vetro e circondato da un’atmosfera di raccoglimento, si trova un oggetto straordinario: il Santo Cáliz, venerato come il recipiente dal quale Gesù Cristo avrebbe bevuto durante l’ultima cena con gli apostoli. È davvero quello autentico? La domanda attraversa i secoli, intrecciando testimonianze, tradizioni e interrogativi ancora aperti. E trasforma la visita alla città spagnola in un viaggio attraverso i confini sottilissimi tra storia e mistero.

Valencia e il mistero del Sacro Graal: il calice dell’Ultima Cena, i segreti dei re e una reliquia che sfida i secoli

Valencia e il mistero del Sacro Graal: il calice dell’Ultima Cena, i segreti dei re e una reliquia che sfida i secoli

Valencia e il mistero del Sacro Graal: il calice dell’Ultima Cena, i segreti dei re e una reliquia che sfida i secoli

Dietro una porta della Cattedrale, il segreto più prezioso di Valencia

L'incontro con il Sacro Graal comincia dalla Puerta de los Hierros, uno degli ingressi della Cattedrale. Basta raggiungere la prima cappella sulla destra per ritrovarsi in uno spazio raccolto, lontano dalla grandiosità delle architetture monumentali. Il silenzio, la luce soffusa e il profumo dell’incenso contribuiscono a creare un’atmosfera carica di suggestione. Dietro l’altare, all’interno di una teca trasparente, appare il calice che ha reso Valencia una delle destinazioni più significative per chi desidera avvicinarsi a uno dei grandi enigmi della cristianità. Non è soltanto il valore religioso a renderlo eccezionale. La sua storia attraversa territori, epoche e dinastie, seguendo un itinerario sorprendente che conduce dalla Palestina all'Italia, dalle terre aragonesi fino alla costa mediterranea spagnola.

La cappella che lo accoglie dal 1916 è essa stessa un piccolo scrigno artistico. A incorniciare la reliquia si trova un altare in alabastro realizzato dall’artista italiano Giuliano Poggibonsi, discepolo di Lorenzo Ghiberti, il maestro delle celebri Porte del Paradiso del Battistero di Firenze. Originariamente porta del coro quattrocentesco, l’opera presenta dodici rilievi dedicati a episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Lo sguardo sale poi verso la volta a crociera stellata: sulle chiavi di volta sono raffigurati i dodici apostoli, mentre al centro compare l’incoronazione della Vergine dopo l’Assunzione. Altri particolari raccontano vicende apparentemente lontane dalla reliquia, ma altrettanto sorprendenti. Sulla sinistra pendono le imponenti catene che un tempo sbarravano il porto di Marsiglia, portate a Valencia da Alfonso V il Magnanimo nel 1423. Sopra i loro 226 anelli si trova il dipinto Espulsione dei Mori di Vicente López; sul lato opposto, l’affresco dell’Adorazione dei Re Magi di Nicolás Florentino.

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Un calice d’agata e una domanda che attraversa duemila anni

Osservato da una certa distanza, il Santo Graal appare come una coppa preziosamente decorata. Ma il suo elemento più importante non è quello che immediatamente cattura l’attenzione. Il calice è composto da tre parti: il recipiente superiore, la base e le anse. La vera reliquia è la coppa superiore in agata lucidata, un manufatto la cui antichità costituisce uno degli aspetti più interessanti dell'intera vicenda. Secondo gli studi del professore Antonio Beltrán, il recipiente sarebbe stato realizzato tra il IV secolo avanti Cristo e il I secolo dopo Cristo, in un laboratorio orientale, probabilmente situato in Egitto, Siria o Palestina. Una collocazione cronologica e geografica che rende plausibile la sua esistenza all’epoca di Gesù, pur non dimostrando che sia stato effettivamente utilizzato durante l’Ultima Cena.

La base, aggiunta intorno al XII secolo, proverrebbe invece da un vaso egiziano o califfale databile al X o XI secolo. Anche le perle e le pietre preziose che arricchiscono l’insieme appartengono a una fase successiva: potrebbero essere state applicate durante la permanenza della reliquia nel monastero di San Juan de la Peña. La distinzione è fondamentale. Al centro della devozione non si trova dunque un oggetto realizzato interamente nello stesso periodo, bensì un antico recipiente al quale i secoli hanno aggiunto ornamenti e significati. Gli elementi archeologici, documentali e storici relativi al calice e al suo percorso, insieme al riconoscimento religioso del Vaticano, hanno contribuito a consolidarne il prestigio. Resta tuttavia aperto l'interrogativo più affascinante: questa coppa d'agata ha davvero toccato le mani di Cristo?

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Da Gerusalemme a Roma: la fuga per salvarlo dalle persecuzioni

Per ricostruire la vicenda del Sacro Graal valenciano bisogna seguire una tradizione che comincia a Gerusalemme. Secondo il racconto tramandato, fu San Pietro a portare il calice a Roma. Qui sarebbe stato utilizzato nelle celebrazioni eucaristiche dai primi pontefici fino al 258 dopo Cristo, anno segnato dalle persecuzioni dell’imperatore Valeriano. Il pericolo di perdere una reliquia tanto importante avrebbe spinto papa Sisto II ad affidarla al suo diacono, San Lorenzo, incaricandolo di sottrarla alla minaccia delle autorità imperiali.

Da Roma il calice avrebbe raggiunto Huesca, nella penisola iberica, città nella quale vivevano i genitori di Lorenzo. Cominciava così una lunga permanenza in territorio spagnolo, destinata ad alimentare racconti, devozione e memoria religiosa. Uno dei passaggi più significativi conduce al monastero di San Juan de la Peña, indicato dalla tradizione come il rifugio nel quale il Graal sarebbe rimasto nascosto. La sua custodia monastica precede una nuova fase della vicenda, questa volta documentata attraverso le richieste insistenti di un sovrano.

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Tre lettere, due re e un tesoro conteso

Nel 1399 il calice passò dai monaci di San Juan de la Peña a Martino I d’Aragona. Del desiderio del re di entrarne in possesso rimangono tre lettere nelle quali il sovrano reclamava ripetutamente la reliquia. Un dettaglio che restituisce tutta l’importanza attribuita al Santo Graal: non soltanto un simbolo spirituale, ma anche un tesoro capace di accrescere il prestigio di una monarchia. Martino I lo trasferì nella cappella della propria residenza a Saragozza, il Palazzo dell’Aljafería. Il successivo protagonista della vicenda fu Alfonso V il Magnanimo, destinato a imprimere una svolta decisiva al percorso del calice. Nel 1424 il sovrano trasferì la reliquia nel Palazzo Reale di Valencia, sua residenza dell’epoca. La città viveva una stagione di grande splendore culturale ed economico e si presentava come una sede particolarmente prestigiosa per custodire un oggetto di simile valore.

Ma il destino del Graal sarebbe stato influenzato anche dalle ambizioni militari del re. Le campagne per la conquista del Regno di Napoli richiedevano ingenti risorse finanziarie. Alfonso dovette ricorrere a prestiti e, per garantire uno di quelli contratti con la gerarchia ecclesiastica, impegnò le proprie reliquie, compreso il Santo Calice. Nel 1437 il Graal venne consegnato alla Chiesa nell’ambito di quell’accordo finanziario. Un passaggio singolare: uno degli oggetti più venerati della cristianità entrava stabilmente nella storia della Cattedrale di Valencia anche per effetto delle necessità economiche di un sovrano impegnato nelle sue imprese militari. Per secoli la reliquia è stata conservata e venerata insieme agli altri tesori della Cattedrale. Fino al XVIII secolo erautilizzata per contenere l’ostia consacrata nel cosiddetto monumento del Giovedì Santo. Nel 1916 ha trovato infine la sua collocazione nell’antica Sala Capitolare, trasformata nella Cappella del Santo Graal.

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Due giorni all’anno per lasciare la cappella

La presenza del Santo Calice non appartiene soltanto alla memoria storica. Ancora oggi la reliquia è protagonista di celebrazioni particolarmente solenni, pur rimanendo abitualmente custodita nella sua cappella. Soltanto due volte all’anno viene trasferita in processione all’Altare Maggiore della Cattedrale. La prima occasione è il Giovedì Santo, durante la Messa In coena Domini, che ricorda l’Ultima Cena. La seconda ricorre nell’ultimo giovedì di ottobre, per la Messa della Festa Annuale del Santo Graal. Due appuntamenti che testimoniano la continuità di una devozione secolare e il ruolo speciale assunto da Valencia nella geografia spirituale cristiana. La città figura inoltre tra i soli sette luoghi al mondo che celebrano un Anno Giubilare a perpetuità, insieme a Santiago de Compostela in Galizia, Camaleño in Cantabria, Urda nella provincia di Toledo, Caravaca de la Cruz nella regione di Murcia, Roma e Gerusalemme. Una distinzione che rafforza il legame tra la città mediterranea e il culto della sua reliquia più celebre.

Una Cattedrale costruita su duemila anni di storia

Il mistero del Graal è soltanto una delle ragioni per esplorare la Cattedrale di Valencia, edificio che racconta attraverso le sue architetture le trasformazioni religiose e culturali della città. Il complesso sorge su un luogo occupato dapprima da un tempio romano e successivamente da una moschea. La sua fisionomia attuale riunisce elementi romanici, gotici e barocchi, in una stratificazione che restituisce visivamente il susseguirsi delle epoche. A dominare il panorama è il Miguelete, il celebre campanile diventato uno dei simboli cittadini. Per raggiungerne la sommità occorre affrontare 207 gradini, una salita impegnativa ripagata da una vista spettacolare su Valencia. Dall’alto, il paesaggio urbano rivela una città capace di custodire le testimonianze del passato senza rinunciare alla modernità. Un contrasto che rende ancora più interessante la scoperta del Santo Graal: un oggetto antico, avvolto da domande irrisolte, custodito in una metropoli che ha attraversato continue trasformazioni.

Valencia e il mistero del Sacro Graal: il calice dell’Ultima Cena, i segreti dei re e una reliquia che sfida i secoli

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Dal gotico al modernismo, Valencia sorprende oltre il Graal

Seguire le tracce del calice significa anche concedersi il tempo di esplorare una città dal patrimonio architettonico straordinariamente variegato. Le Torri di Serranos e di Quart conservano la memoria delle antiche fortificazioni medievali, mentre il centro storico offre importanti testimonianze gotiche, dalla Cattedrale alla Lonja de la Seda, dal Palazzo Borgia al Palau de la Generalitat. Il barocco trova una delle sue espressioni più scenografiche nella facciata del Palacio del Marqués de Dos Aguas, sede del Museo Nazionale della Ceramica. Il Novecento ha lasciato un’altra impronta decisiva attraverso il modernismo, particolarmente fiorente all’inizio del secolo. Ne sono testimonianza il Mercato Centrale, il Mercato Colón, il Palacio de la Exposición, Bombas Gens e residenze private come Casa Chapa, Casa Ferrer e Casa Ortega. Merita una visita anche la Estación del Norte, non necessariamente per prendere un treno: i mosaici che decorano gli interni rappresentano da soli una ragione per varcarne la soglia. È una Valencia fatta di contrasti, stili e sorprendenti continuità storiche, capace di accompagnare il visitatore dalle testimonianze romane alle espressioni architettoniche più contemporanee.

Da Indiana Jones alle vetrine della città: il Graal diventa anche un simbolo pop

L’eco della leggenda ha raggiunto perfino il mondo degli accessori. A Valencia esiste infatti un cappello chiamato Graal, ispirato al celebre Fedora indossato da Indiana Jones nella sua ultima crociata cinematografica. Il modello è proposto da Sombreros Albero, in via Xàtiva 21, oltre che attraverso il negozio online. Una curiosità che rivela quanto l’immaginario legato alla ricerca del Santo Calice abbia superato i confini della tradizione religiosa, entrando nella cultura popolare e nell’identità turistica della città. Eppure, al di là delle suggestioni cinematografiche e dei racconti avventurosi, la vera esperienza rimane quella vissuta nella cappella della Cattedrale.

Valencia e il mistero del Sacro Graal: il calice dell’Ultima Cena, i segreti dei re e una reliquia che sfida i secoli

Davanti a quella coppa d’agata, protetta dal vetro e dalla devozione di generazioni, il visitatore si confronta con un interrogativo al quale i secoli non hanno dato una risposta definitiva. Le testimonianze storiche raccontano il suo passaggio tra monasteri e corti reali. Gli studi archeologici ne attestano l’antichità compatibile con l’epoca di Cristo. La tradizione religiosa le attribuisce un significato straordinario. Ma la certezza assoluta sulla sua identificazione con il calice dell’Ultima Cena continua a sfuggire. È proprio questo il fascino del Sacro Graal di Valencia: la possibilità di trovarsi davanti a un oggetto che potrebbe aver partecipato a uno degli episodi più importanti della storia cristiana, senza poter sciogliere completamente il mistero della sua origine. Un enigma millenario che non ha bisogno di effetti speciali. Bastano il silenzio di una cappella, una coppa antichissima e la consapevolezza che, dietro quel vetro, potrebbe essere custodito un frammento irripetibile di storia.

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Giovanni Bosi, giornalista, ha effettuato reportages da numerosi Paesi del mondo. Da Libia e Siria, a Cina e India, dai diversi Paesi del Sud America agli Stati Uniti, fino alle diverse nazioni europee e all’Africa nelle sue mille sfaccettature. Ama particolarmente il tema dell’archeologia e dei beni culturali. Dai suoi articoli emerge una lettura appassionata dei luoghi che visita, di cui racconta le esperienze lì vissute. Come testimone che non si limita a guardare e riferire: i moti del cuore sono sempre in prima linea. E’ autore di libri e pubblicazioni.

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