Basilicata, il borgo agricolo che racconta un’altra idea di comunità: il caso di Monticchio Bagni
di Alberto Mazzotti e Maria Gabriella Baldassarre, Vulture / Basilicata
Quando si parla di villaggi operai, il pensiero corre immediatamente a Crespi d’Adda, oggi patrimonio dell’Unesco, o ad altri celebri esempi di archeologia industriale disseminati nel Nord Italia. Esiste però una pagina meno conosciuta della storia italiana che conduce fino ai piedi del Monte Vulture, nel nord della Basilicata. Qui prese forma un progetto altrettanto innovativo, nato non attorno alle ciminiere di una fabbrica, ma alla terra e al lavoro nei campi. Un’esperienza urbanistica e sociale che racconta un modo diverso di concepire la vita comunitaria e che oggi rappresenta una meta capace di sorprendere chi desidera scoprire un volto insolito del Mezzogiorno, tra memoria, architettura e paesaggi rurali.
(TurismoItaliaNews) In molti conoscono il villaggio operaio costruito alla fine dell’Ottocento sull’Adda dalla famiglia Crespi, un prototipo virtuoso di agglomerato urbano nato dalla volontà di un imprenditore per puntare razionalmente al benessere abitativo dei suoi lavoratori. Oggi Crespi d’Adda è un patrimonio Unesco ed è visitato annualmente da migliaia di turisti. Analoghi esperimenti piuttosto noti esistono in altre località del settentrione: il villaggio in stile liberty costruito da Napoleone Leumann a Collegno, nel torinese; l’espansione urbana voluta a Schio per gli operai della Lanerossi; in Toscana, l’analogo esperimento realizzato a Rosignano per i lavoratori della Solvay.
Ma forse non tutti sanno che nel nord della Basilicata, a due passi dal monte Vulture, nacque un altro progetto con caratteristiche simili, anche se basato non sull’industria bensì sull’agricoltura. Tutto ebbe inizio dall’acquisto della grande Tenuta di Monticchio, a ovest di Melfi, da parte della famiglia Lanari: un gruppo imprenditoriale dell’entroterra falconarese, nell’anconetano, impegnato in quegli anni nella costruzione della ferrovia Benevento-Avellino e quindi venuto a contatto con la disponibilità dell’area. Il loro intervento sul territorio ne cambiò realmente i connotati: eliminati gli ultimi residui di brigantaggio, i Lanari dissodarono ettari di terreno, piantarono migliaia di castagni, misero a regime importanti opere irrigue, potenziarono agricoltura e zootecnia, capirono e sfruttarono per primi l’importanza delle acque minerali che sgorgano dal Vulture, oggi una vera miniera d’oro.
Per fare tutto questo, chiamarono in Basilicata decine di famiglie fidate dalla terra d’origine, le Marche: che emigrarono al sud portando la loro esperienza di contadini e coltivatori. Anche il territorio venne parzialmente trasformato dal punto di vista urbanistico: nel piccolo borgo di Monticchio Bagni, oltre alla “casa padronale” sede dell’azienda, vennero costruiti appartamenti a schiera per gli operai; mentre le terre dei dintorni videro sorgere numerosi edifici colonici in stile marchigiano, case a due piani adatte per ospitare il bestiame e chi lo accudiva.
A più di un secolo di distanza, e grazie anche a un progetto finanziato dal Pnrr, “Borgo Monticchio Bagni” sta rinascendo: abbinando ristrutturazioni storico-edilizie a un indiscusso fascino turistico, legato soprattutto all’escursionismo e alle straordinarie potenzialità ambientali di un territorio ancora intatto, dove le foreste si alternano ai campi coltivati, e dove è ancora possibile fermarsi a una fontana ai margini del bosco. Così, mentre si stanno riqualificando gli edifici del paese, a una delle estremità del borgo è stato inaugurato a fine 2025 un Centro Visite, gestito da una piccola cooperativa locale: con reception e foresteria, punto informazioni, noleggio di bici, bastoncini da nordic walking e altro materiale per escursioni.
Ma il progetto ha ulteriori obiettivi: realizzare un museo storico dedicato all’esperienza dei Lanari, dare vita ad un percorso a cielo aperto fra il borgo e i vicini, straordinari laghi di Monticchio, realizzare eventi e altre iniziative culturali in grado di valorizzare la storia e i valori di un territorio davvero tutto da scoprire.
Intanto, diversi degli edifici colonici originariamente sorti come agricoli sono stati ristrutturati e sono diventati scenografici luoghi di ristoro. Per fare un esempio, l’agriturismo “Il Vulcano”: che oltre a proporre al cliente le migliori specialità dell’enogastronomia locale, organizza su richiesta affascinanti laboratori per insegnare a fare la pasta partendo semplicemente da acqua e farina di semola. Grazie ai sapienti consigli di una famiglia che si dedica da sempre alla cucina, in poco più di mezz’ora anche una mano neofita saprà abbozzare orecchiette, cavatelli, strascinati: gli stessi (o quasi) che i cuochi del locale poi propongono a cena, conditi magari con gli squisiti peperoni cruschi, e innaffiati con un buon bicchiere di aglianico.

