Le Dolomiti si tingono di leggenda: il segreto rosa di Re Laurino, il personaggio della mitologia dei Ladini
Eugenio Serlupini, Alto Adige
Al tramonto le Dolomiti sembrano smettere di essere semplicemente montagne e diventano racconto. Le pareti si accendono di sfumature rosate, il cielo rallenta il suo passo e il paesaggio assume un’aura quasi irreale. È l’enrosadira, uno dei fenomeni naturali più affascinanti dell’arco alpino. Ma, secondo la tradizione ladina, non è solo la luce a spiegare questo incanto: dietro quei colori si nasconde una leggenda antica, quella di Re Laurino, il mitico sovrano che ancora oggi abita l’immaginario delle Dolomiti. Conosciuto in tedesco come König Laurin e in ladino come Re Laurin, la sua saga affonda le radici nella cultura popolare delle valli dolomitiche e trova nel Catinaccio e nel Latemar il suo palcoscenico naturale.
(TurismoItaliaNews) È qui che natura e mito si intrecciano, offrendo al viaggiatore non solo un panorama straordinario, ma anche una storia da ascoltare e da portare con sé.
Il fenomeno dell’Enrosadira
Quando il sole scende dietro le cime delle Dolomiti e le pareti rocciose del Catinaccio si accendono di sfumature rosate, il fenomeno dell’Enrosadira trasforma il paesaggio in uno spettacolo naturale di rara intensità. A spiegare questa magia non è solo la geologia, ma anche una delle leggende più affascinanti dell’arco alpino: quella di Re Laurino, racconto popolare che intreccia mito, amore e paesaggio, consegnando alla memoria collettiva il senso profondo di queste montagne. Secondo la tradizione, Laurino era il sovrano di un popolo di nani che viveva nelle viscere della montagna, intenti a scavare alla ricerca di cristalli, argento e oro. Il re possedeva due armi straordinarie: una cintura capace di donargli la forza di dodici uomini e una cappa magica che lo rendeva invisibile. Un potere che gli consentiva di muoversi senza essere visto, ma che non poteva proteggerlo dalle conseguenze delle proprie scelte.
Quando il re dell’Adige decise di dare in sposa la figlia Similde, invitò tutti i nobili del regno a una grande celebrazione, escludendo volutamente Laurino. Offeso, il re dei nani decise di partecipare comunque, sfruttando la sua invisibilità. Durante un torneo cavalleresco, lo sguardo di Laurino si posò sulla giovane Similde e fu amore immediato. Accecato dal desiderio, il re la rapì e fuggì a cavallo, dando inizio a un inseguimento che si sarebbe rivelato fatale. I cavalieri si schierarono davanti al Giardino delle Rose, il Rosengarten, oggi noto come Catinaccio. Laurino indossò la cintura magica per affrontare i nemici, ma presto la situazione si fece disperata. Tentò allora di nascondersi nel giardino indossando la cappa dell’invisibilità, ma il movimento delle rose tradì la sua presenza. Catturato, Laurino si sentì ingannato proprio dal luogo che più amava.
In un impeto di rabbia e delusione, il re lanciò una terribile maledizione sul Rosengarten: nessuno avrebbe più potuto ammirarlo né di giorno né di notte. Nella furia del momento, però, dimenticò il tramonto e l’alba. Ed è proprio in quelle ore sospese che la montagna, ancora oggi, si accende di una luce irreale, tingendosi di rosa e raccontando, senza bisogno di parole, una storia di passione, tradimento e incanto. Così, ogni sera e ogni mattina, l’Enrosadira rinnova il legame tra mito e natura, ricordando come le Dolomiti non siano solo un patrimonio geologico, ma anche un paesaggio narrativo, dove la leggenda continua a vivere nella luce che accarezza le rocce.
E c’è anche l’altra leggenda…
Chi attraversa oggi i boschi e i pascoli ai piedi del Latemar, soprattutto nei pressi del Passo di Costalunga, potrebbe non immaginare che quelle pareti rocciose, così severe e monumentali, nascondano una delle leggende più suggestive delle Dolomiti. Eppure, secondo il racconto tramandato nel tempo, proprio qui ebbe origine una storia che intreccia innocenza, desiderio e mistero, spiegando in modo poetico l’inconfondibile cromia di queste montagne. La leggenda narra che un giorno alcuni pastorelli, mentre sorvegliavano il bestiame, si imbatterono in un vecchio dall’aspetto dimesso che cercava disperatamente un coltello smarrito. I bambini decisero di aiutarlo, setacciando l’erba e i cespugli fino a quando il suono della campana del vespro li richiamò verso casa. Solo Minega, la più grande del gruppo, notò un improvviso bagliore tra i fili d’erba: era il coltello perduto, riconoscibile per la preziosa impugnatura dorata. Senza esitare, la bambina corse a restituirlo al vecchio, che, colpito dalla sua onestà, le concesse la possibilità di esprimere un desiderio.
Minega non chiese ricchezze né favori straordinari, ma una semplice bambola, come quelle che non aveva mai posseduto. Il vecchio le rispose invitandola a tornare il giorno successivo insieme agli altri bambini. Sulla strada del ritorno, però, Minega incontrò una donna misteriosa, che le svelò la vera natura dell’uomo: non un povero anziano, ma un essere ricchissimo, proprietario di bambole meravigliose. Alcune indossavano abiti di seta bianca, gialla e rossa, altre erano vestite di broccati sontuosi, impreziositi da perle e corone d’oro. La donna avvertì Minega che, se il giorno dopo avesse visto soltanto le prime, avrebbe dovuto pronunciare una formula precisa per ottenere anche le bambole più preziose. Il mattino seguente, i bambini tornarono al luogo dell’incontro e assistettero a uno spettacolo incredibile: dal cielo iniziò a scendere una lunga sfilata di bambole avvolte in splendidi abiti di seta. Minega, ricordando le parole suggerite, pronunciò la frase magica. A quel punto, però, una risata sinistra ruppe il silenzio del bosco e, in un istante, le bambole si trasformarono in pietra, immobili e silenziose.
Secondo la tradizione, è proprio da questo incantesimo spezzato che nasce l’aspetto del Latemar. Le sue guglie e le sue pareti, illuminate dal sole, riflettono ancora oggi i colori accesi dei vestiti delle bambole pietrificate. Un fenomeno naturale che la leggenda trasforma in racconto, invitando chi osserva queste montagne a guardarle non solo come un capolavoro geologico, ma come un luogo dove fantasia e paesaggio si fondono, dando forma a uno dei miti più affascinanti delle Dolomiti.
Viaggiare tra natura e mito
Per il turista contemporaneo, la leggenda di Re Laurino è molto più di un racconto folkloristico: è una chiave di lettura del territorio. Camminare tra il Catinaccio e il Latemar significa attraversare un paesaggio che parla, che racconta storie, che invita a rallentare. È un turismo fatto di luce, silenzio e immaginazione, dove l’esperienza non si limita a ciò che si vede, ma si estende a ciò che si ascolta e si immagina. E quando, al tramonto, le montagne si tingono di rosa, diventa facile credere che, da qualche parte, il giardino di Re Laurino esista ancora. Basta saperlo guardare.
Un omaggio dentellato per montagne mozzafiato
Proprio a Re Laurino e al Gruppo del Latemar, l’Italia ha dedicato due francobolli in circolazione dal 9 dicembre 2025, con il valore della tariffa B zona 1 pari a 1,35 euro, nell’ambito della serie tematica “il Patrimonio naturale e paesaggistico”. I soggetti dei dentelli postali, curati da Rita Fantini e Tiziana Trinca, raffigurano il Re Laurino – gruppo del Catinaccio/Rosengartengruppe delle Dolomiti, in Trentino-Alto Adige/Südtirol, tra la provincia autonoma di Trento e la provincia autonoma di Bolzano, su cui s’incastona, in basso a sinistra, una rappresentazione del personaggio della mitologia dei ladini che fa parte della tradizione popolare di questa zona in cui si trovava, stando alla leggenda, il “Rosengarten” cioè il giardino delle rose, che spiega il fenomeno dell’enrosadira ovvero il colore rosa di cui si tingono le montagne al tramonto; e il Latemar, gruppo montuoso dolomitico caratterizzato dalla sua forma circolare di cavallo che segna il confine tra il Trentino e l’Alto Adige/Südtirol e rappresenta lo sfondo spettacolare del lago di Carezza. Il bollettino illustrativo dell’emissione filatelica, con il racconto delle due leggende, è firmato da Thomas Pardeller, sindaco di Nova Levante; Bernhard Daum, sindaco di Nova Ponente; e Albin Kofler, sindaco di Cornedo all’Isarco.




