Destagionalizzare il turismo: la sfida italiana si ferma davanti alla porta chiusa, in Italia è davvero applicabile?
di Giovanni Bosi, Roma
Destagionalizzare è diventata una delle parole più ricorrenti nel dibattito sul futuro del turismo italiano. L’obiettivo appare condivisibile: distribuire i flussi lungo tutto l’arco dell’anno, alleggerire la pressione dei periodi di maggiore affluenza, offrire nuove opportunità ai territori e costruire un’economia turistica meno dipendente da poche settimane di alta stagione. Ma tra dichiarazioni d’intenti e realtà quotidiana resta una distanza che rischia di trasformare la destagionalizzazione in uno slogan difficile da tradurre in un vero modello di sviluppo.
(TurismoItaliaNews) La domanda, allora, è inevitabile: in Italia la destagionalizzazione è davvero applicabile? Imprenditori e operatori turistici possono investire, inventare nuove proposte, prolungare l’apertura delle strutture, costruire esperienze capaci di motivare un viaggio anche fuori dai tradizionali periodi di vacanza. Tutto questo, però, rischia di perdere efficacia se intorno all’impresa privata il territorio rallenta o addirittura si ferma.
Il turismo non è mai il prodotto di un singolo operatore. Un albergo aperto non basta a rendere una destinazione fruibile. Non basta neppure un ristorante disposto a lavorare fuori stagione. Il visitatore sceglie un territorio nel suo insieme e si aspetta di poterlo vivere: deve trovare servizi, opportunità, attrazioni accessibili e un sistema capace di accoglierlo.
È proprio qui che emerge una delle contraddizioni più evidenti. Si chiede agli imprenditori di allungare la stagione turistica, ma gli sforzi del settore privato si scontrano spesso con la mancanza di servizi adeguati e persino con musei chiusi. Il risultato è un cortocircuito: da una parte si invita il turista a viaggiare in periodi diversi da quelli tradizionali, dall’altra non sempre gli si garantiscono le condizioni necessarie per trasformare quella scelta in un’esperienza completa.
Un museo chiuso non rappresenta soltanto una porta che il visitatore trova sbarrata. In una strategia di destagionalizzazione significa sottrarre una motivazione al viaggio, impoverire l’offerta della destinazione e rendere più difficile il lavoro di chi prova a costruire pacchetti, soggiorni ed esperienze fuori stagione. La questione riguarda quindi il concetto stesso di destinazione turistica. Non si può chiedere al mercato di funzionare dodici mesi l’anno se una parte del sistema continua a ragionare secondo una rigida divisione tra alta e bassa stagione.
L’imprenditore che decide di restare aperto assume un rischio economico. Deve sostenere costi, organizzare il personale, promuovere la propria attività e cercare clienti in periodi tradizionalmente meno frequentati. Se il turista arrivato sul posto incontra servizi ridotti e attrazioni culturali non accessibili, lo sforzo dell’impresa rischia di essere vanificato proprio da ciò che essa non può controllare.
Destagionalizzare, dunque, non significa semplicemente convincere le persone a partire a novembre invece che ad agosto, oppure in primavera anziché durante le settimane di maggiore affollamento. Significa costruire le condizioni affinché quel viaggio abbia senso. Serve soprattutto una visione condivisa. Operatori dell’ospitalità, ristorazione, servizi e patrimonio culturale fanno parte dello stesso prodotto turistico, anche se appartengono a realtà differenti. Se una componente accelera mentre le altre rallentano, difficilmente la destinazione riuscirà a presentarsi come realmente aperta e attrattiva durante tutto l’anno.
Il rischio è anche quello di scaricare sugli imprenditori una responsabilità che non può essere esclusivamente loro. Chiedere a un albergo, a un ristorante o a un operatore turistico di credere nella bassa stagione significa chiedergli di investire. Ma quell’investimento ha bisogno di trovare intorno a sé un territorio altrettanto disposto a scommettere sulla stessa prospettiva.
La destagionalizzazione dovrebbe essere una strategia complessiva, non una somma di iniziative isolate. Il turista non distingue le responsabilità. Se trova una struttura ricettiva efficiente ma un’offerta territoriale insufficiente, difficilmente attribuirà il problema a questo o quell’attore. Valuterà semplicemente la destinazione sulla base dell’esperienza vissuta. Ed è proprio l’esperienza complessiva a determinare la credibilità di un territorio.
L’Italia possiede una straordinaria varietà di motivazioni di viaggio e proprio per questo il tema della destagionalizzazione merita di essere affrontato partendo dalla sua applicabilità concreta. Promuovere un territorio fuori stagione senza assicurare contemporaneamente servizi e accessibilità alle sue attrazioni rischia infatti di produrre una promessa che, una volta arrivato sul posto, il visitatore non riesce a ritrovare. La vera sfida non consiste allora nel proclamare che una destinazione è attrattiva tutto l’anno. Consiste nel renderla realmente fruibile tutto l’anno.
Finché imprenditori e operatori saranno chiamati a mantenere accesa la macchina del turismo mentre intorno alcuni servizi si riducono e alcuni musei restano chiusi, la destagionalizzazione continuerà a incontrare un limite strutturale. Perché una stagione turistica non si allunga sul calendario con una campagna promozionale. Si allunga soltanto se, dall’arrivo alla partenza, il viaggiatore trova un territorio pronto ad accoglierlo. E davanti alla porta chiusa di un museo, anche la migliore strategia di destagionalizzazione rischia di fermarsi.
SCHEDA | La destagionalizzazione funziona, ma soltanto se il territorio resta aperto
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Giovanni Bosi, giornalista, ha effettuato reportages da numerosi Paesi del mondo. Da Libia e Siria, a Cina e India, dai diversi Paesi del Sud America agli Stati Uniti, fino alle diverse nazioni europee e all’Africa nelle sue mille sfaccettature. Ama particolarmente il tema dell’archeologia e dei beni culturali. Dai suoi articoli emerge una lettura appassionata dei luoghi che visita, di cui racconta le esperienze lì vissute. Come testimone che non si limita a guardare e riferire: i moti del cuore sono sempre in prima linea. E’ autore di libri e pubblicazioni.
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