La barca del Sole torna a vivere: nel nome del faraone Cheope si apre il cantiere della storia al Gem del Cairo
di Giovanni Bosi, Cairo / Egitto
Un reperto millenario, rimasto per secoli nascosto sotto la sabbia, torna oggi protagonista in uno dei progetti museali più ambiziosi del mondo. Al Grand Egyptian Museum, la seconda barca solare del faraone Cheope inaugura una nuova fase della sua storia: non più soltanto oggetto di studio, ma processo vivo, osservabile, condiviso con il pubblico. Ad una manciata di chilometri dalle Piramidi di Giza, il nuovissimo museo si conferma non solo come contenitore di capolavori, ma come spazio dinamico in cui la ricerca archeologica si trasforma in esperienza diretta. Il progetto dedicato alle imbarcazioni solari di Cheope rappresenta uno degli esempi più significativi di questa visione.
(TurismoItaliaNews) Un enigma lungo quarantadue metri. La storia delle barche del Sole affonda le radici nel 1954, quando l’archeologo egiziano Kamal el-Mallakh individuò due fosse sigillate sul lato meridionale della Grande Piramide. All’interno, centinaia di elementi lignei accuratamente smontati: i resti di imbarcazioni destinate ad accompagnare il faraone nel viaggio ultraterreno, probabilmente legato al culto del dio sole Ra.
La prima barca, lunga oltre 42 metri, è stata ricostruita in più di un decennio e per anni esposta accanto alla piramide. Nel 2021, dopo complesse operazioni ingegneristiche, è stata trasferita integralmente al Grand Egyptian Museum, percorrendo otto chilometri su una piattaforma speciale progettata per garantirne la sicurezza. Oggi rappresenta uno dei fulcri espositivi del complesso. Diverso il destino della seconda imbarcazione. Individuata nel 1987 grazie al georadar, è rimasta a lungo nella sua fossa a causa delle condizioni estremamente fragili del legno, compromesso dall’umidità. Quando si è deciso di intervenire, gli specialisti si sono trovati di fronte a una sfida senza precedenti: oltre 1.600 frammenti deformati, da studiare, consolidare e ricomporre.
Trent’anni di ricerca, una nuova fase aperta al pubblico
Nel 1992 è stata avviata una collaborazione internazionale tra Egitto e Giappone, sostenuta dalla Jica. Per decenni, archeologi, restauratori e ingegneri hanno lavorato lontano dagli sguardi, utilizzando tecnologie avanzate per stabilizzare ogni singolo elemento. Il trasferimento dei frammenti al museo, avviato nel 2022, ha segnato l’inizio della fase finale del progetto. Il 23 dicembre 2025, alla presenza del ministro del Turismo Sherif Fathy e del direttore esecutivo del museo Ahmed Ghoneim, è stata posata la prima tavola sulla struttura metallica destinata a sostenere l’intera imbarcazione. Da quel momento, il cantiere si è trasformato in parte integrante dell’esperienza museale. Il pubblico può osservare da vicino le operazioni di ricostruzione, seguendo passo dopo passo la rinascita di una nave lunga circa 42 metri, considerata tra i più antichi manufatti organici della storia umana.
Un museo che racconta il processo, non solo il risultato
L’integrazione delle due barche solari all’interno di un edificio dedicato, progettato per valorizzarne unicità e significato, riflette una scelta museografica precisa: rendere visibile il lavoro della ricerca. Non solo esposizione, ma narrazione del metodo, delle difficoltà, delle soluzioni adottate. Nel percorso del museo, già caratterizzato da una sequenza di ambienti che accompagnano dalla contemporaneità alla civiltà faraonica, questo progetto introduce una dimensione ulteriore. Accanto ai reperti, prende forma il racconto del tempo lungo della conservazione, fatto di pazienza, precisione e collaborazione internazionale.
La funzione originaria delle imbarcazioni resta ancora oggetto di dibattito. Secondo l’interpretazione più diffusa, sarebbero state utilizzate durante i rituali funebri o destinate al viaggio ultraterreno del sovrano insieme al dio Ra. In ogni caso, il loro valore simbolico e tecnico è indiscusso: rappresentano una testimonianza straordinaria delle conoscenze ingegneristiche e della visione cosmologica dell’antico Egitto.
Tra memoria e futuro
Il progetto delle barche solari si inserisce in un contesto più ampio che vede il Grand Egyptian Museum come nuova piattaforma culturale globale. Con oltre 100.000 reperti, spazi espositivi di dimensioni eccezionali e un’impostazione narrativa innovativa, il complesso si propone come punto di riferimento per l’egittologia contemporanea. La possibilità di osservare in tempo reale il recupero di un reperto così fragile e complesso aggiunge una dimensione inedita alla visita. Non si tratta soltanto di contemplare un oggetto restaurato, ma di assistere alla sua trasformazione, comprendendone la fragilità e il valore.
In questo scenario, la seconda barca solare di Cheope diventa simbolo di una nuova idea di museo: uno spazio capace di unire ricerca, tecnologia e divulgazione, offrendo strumenti per leggere il passato con maggiore consapevolezza. Un progetto che restituisce vita a un manufatto antico di oltre quattro millenni e, allo stesso tempo, ridefinisce il modo in cui la storia viene raccontata alle generazioni contemporanee.
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Giovanni Bosi, giornalista, ha effettuato reportages da numerosi Paesi del mondo. Da Libia e Siria, a Cina e India, dai diversi Paesi del Sud America agli Stati Uniti, fino alle diverse nazioni europee e all’Africa nelle sue mille sfaccettature. Ama particolarmente il tema dell’archeologia e dei beni culturali. Dai suoi articoli emerge una lettura appassionata dei luoghi che visita, di cui racconta le esperienze lì vissute. Come testimone che non si limita a guardare e riferire: i moti del cuore sono sempre in prima linea. E’ autore di libri e pubblicazioni.
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