Il volto nascosto della Madonna: il mistero celato nella chiesa barocca di Viterbo, San Giovanni Battista e il segreto nel muro

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Giovanni Bosi, Viterbo / Lazio

C’è davvero un volto tra le venature del marmorino? Il mistero che affascina i visitatori. Questa chiesa cela un segreto che non tutti riescono a svelare immediatamente. Almeno senza qualche indizio. Sì, perché nella Chiesa di San Giovanni Battista a Viterbo c’è (o ci sarebbe) il volto della Madonna “nascosto” in una decorazione a marmorino realizzata su una parete accanto all’altare maggiore. Casuale? Voluto? In realtà, nessuno può dirlo. Eppure l’interpretazione popolare racconta proprio questo. L’edificio sacro, pregevole esempio di barocco viterbese, riserva altre sorprese durante la visita, come il modificarsi delle forme del soffitto decorato davanti ai propri occhi, cambiando semplicemente il punto di osservazione. Imperdibile nella Città dei Papi, alla scoperta di artisti del passato dalle grandi capacità.

 

(TurismoItaliaNews) Costruita dalla ricca Confraternita del Gonfalone a partire dal dicembre 1665, la chiesa del Gonfalone, come è anche detta quella di San Giovanni Battista, è un vero e proprio scrigno di arte, oltre che di fede. Così quando si visita Viterbo, peregrinando lungo la Via Francigena o andando alla scoperta dell’intrigante Tuscia, si ha un motivo in più per rimanere piacevolmente sorpresi.

Il volto nascosto della Madonna: il mistero celato nella chiesa barocca di Viterbo, San Giovanni Battista e il segreto nel muro

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Una lunga storia di pietra e devozione

In pieno Seicento la Confraternita si trova davanti a un problema concreto: il vecchio Oratorio, stretto tra le montagne della valle, non è più in grado di accogliere riti e fratelli. La decisione arriva nel 1664, quando si acquista un terreno adeguato per la costruzione di una nuova sede sacra. L’anno successivo, il 21 dicembre 1665, la posa della prima pietra segna ufficialmente l’inizio dei lavori, alla presenza del cardinale Francesco Maria Brancaccio. Il progetto porta la firma dell’architetto romano Giovanni Maria Baratta, allievo diretto di Francesco Borromini. Le maestranze sono tutte viterbesi: scalpellini, muratori e decoratori locali plasmano l’edificio secondo il gusto barocco che domina il periodo. Ci vogliono circa sessant’anni per portare a compimento l’intero complesso, ma già nell’ultimo decennio del XVII secolo l’Oratorio apre ai Confratelli, che in quegli stessi anni ottengono il privilegio di esservi sepolti. Una sola parte continua a mancare: la facciata.

La scelta del modello diventa lunga e discussa, un confronto serrato che si chiude solo nel gennaio 1725, quando prevale il disegno dell’architetto romano Francesco Ferruzzi. L’esecuzione procede rapida: nel 1726 il prospetto è terminato, completando l’immagine della chiesa così come oggi la conosciamo. Una storia che si snoda lungo decenni, fatta di decisioni, progetti e paziente lavoro, in cui ogni pietra racconta la devozione di una comunità e la sua volontà di costruire un luogo destinato a durare nei secoli.

Il volto nascosto della Madonna: il mistero celato nella chiesa barocca di Viterbo, San Giovanni Battista e il segreto nel muro

Il volto nascosto della Madonna: il mistero celato nella chiesa barocca di Viterbo, San Giovanni Battista e il segreto nel muro

La chiesa si mostra come un organismo architettonico perfettamente bilanciato. Due ambienti gemelli, separati dall’altare maggiore e da due colonne possenti, definiscono gli spazi: da un lato l’area per i fedeli, dall’altro l’oratorio riservato ai confratelli. Una soluzione che non lascia dubbi sulla funzione per cui la chiesa nasce, rifugio di spiritualità e luogo identitario della Fratellanza. Varcata la soglia, lo sguardo è subito catturato da un trionfo di barocco. Simboli, allegorie, profeti ed episodi evangelici popolano le pareti e le volte come in un racconto dipinto. Le grandi figure prospettiche di Giuseppe Marzetti, artista viterbese, sembrano reggere idealmente l’intero impianto decorativo, collocate ai quattro angoli come colonne visive della fede. Al centro delle pareti laterali, due ovali sorretti da angeli custodiscono i profeti Isaia e Abdia, dipinti a chiaroscuro nel 1756 da Domenico Corvi: il tratto deciso, il contrasto tra luce e ombra, restituiscono la forza spirituale di queste presenze.

Nella lunetta dell’altare maggiore, Anton Angelo Falaschi raffigura San Giovanni Battista davanti a Erode, scena intensa e teatrale, mentre sopra l’ingresso, nella lunetta che sovrasta l’organo, Corvi affresca nello stesso anno la drammatica Decapitazione del Battista. Tutto converge verso la volta, dove Vincenzo Stringelli, anch’egli viterbese, nel 1756 crea un maestoso Empireo: un cielo aperto in cui gruppi di angeli e beati ascendono tra nuvole luminose, sospinti verso la luce divina. E la sorpresa arrivando guardando proprio questo soffitto dipinto: spostandosi all’interno della chiesa e cambiando dunque prospettiva, le colonne delle composizioni architettoniche dipinte lungo il perimetro, si allungano o si accorciano man mano che ci si muove, dando peraltro l’impressione che si tratti di una volta, mentre la parte centrale è completamente piatta. Meravigliosa.

Il volto nascosto della Madonna: il mistero celato nella chiesa barocca di Viterbo, San Giovanni Battista e il segreto nel muro

Sul primo altare a destra si conservano due statue processionali barocche della Passione; poco oltre, nella cappella successiva, la pala settecentesca di San Bonaventura ispirato dallo Spirito Santo domina un raffinato altare in stucco e pietra di Domenico Lucchi. Accanto all’altare maggiore, due finte nicchie ospitano le figure monocrome della Scienza e della Religione, opera del montefiasconese Sebastiano Carelli, datata 1772. Il cuore liturgico dell’edificio è l’altare del 1746, progettato da Nicola Salvi, lo stesso architetto che firma la Fontana di Trevi. Il paliotto in marmo giallo venato, incorniciato da marmi verde e rosso, porta al centro l’emblema della Confraternita. Sopra si innalza il Ciborio, sostenuto da sottili colonnine marmoree e concluso da una cuspide che accoglie la Croce: un vertice simbolico che riassume devozione, arte e storia in un unico punto di luce.

Il “giallo” del volto della Madonna

Voluto? Casuale? Guardando con grande attenzione, in effetti un volto di donna si intravvede nelle forme dipinte con la tecnica antica della decorazione a marmorino, impiegata per creare pareti lisce, eleganti e luminose, imitando l’effetto del marmo lucidato. E sfonzandosi ancor di più, quello che si intravvede fa proprio pensare al viso della Madonna. Una suggestione? Forse. Eppure molti a Viterbo desiderano interpretarla così. E’ la nostra guida a presentarcela sotto questa veste, senza però spingendosi oltre. L’idea è però alquanto suggestiva.

Il volto nascosto della Madonna: il mistero celato nella chiesa barocca di Viterbo, San Giovanni Battista e il segreto nel muro

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Lo stendardo processionale

Dipinto da Giovanni Francesco Romanelli nel 1649, grazie ad un recente restauro lo stendardo processionale è tornato a raccontare la propria storia attraverso immagini e devozione. L’opera, realizzata per accompagnare i riti confraternali, si presenta dipinta su entrambi i lati, secondo un uso raro e prezioso: da una parte il Battesimo di Cristo, dall’altra la Madonna del Riscatto affiancata da San Bonaventura, figura cara all’ordine e alla tradizione cittadina. Romanelli, protagonista della pittura barocca e allievo tra i più brillanti di Pietro da Cortona, lascia trasparire nel vessillo l’eredità stilistica del maestro. Panneggi mossi dal vento sacro della scena, gesti fluidi, un impianto scenografico equilibrato e colori dai riflessi cangianti modellano le figure con energia teatrale e dolcezza insieme.

È pittura che parla al fedele, che lo guida, che lo avvolge. Dopo secoli di utilizzo e processioni, lo stendardo è stato sottoposto ad una delicata opera di restauro condotta dal Laboratorio della Provincia di Viterbo, intervento che ha restituito brillantezza ai colori e leggibilità ai dettagli. Oggi non solo è oggetto di culto, ma è una testimonianza viva dell’arte barocca viterbese. Non soltanto un capolavoro su tela: è memoria liturgica, identità e simbolo, un ponte che unisce la storia della confraternita alla città, rinnovando ad ogni sguardo una tradizione lunga quasi quattro secoli.

Viterbo, il Palazzo dei Papi

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