Orvieto Underground, sotto all’imponente Duomo c’è un’altra città da scoprire

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Eugenio Serlupini, Orvieto / Umbria

Se è vero che le leggende popolari affondano le proprie radici nel mito, è pur vero che la “vox populi” è spesso un autentico retaggio storico, un ponte fra passato e futuro per tramandare vicende e circostanze vissute da chi è esistito prima di noi. E questo è quel che è successo ad Orvieto, dove da sempre la gente ha parlato di una città “tutta vuota, sotto”. E quel vuoto – e che vuoto – esiste sul serio. Una vera e propria Orvieto Underground.

 

(TurismoItaliaNews) Quando si sale verso la città del Duomo - perché di fatto questo sorprendente centro umbro è famosissimo nel mondo soprattutto per l’imponente edificio sacro – se non si conoscesse la storia, non ci si penserebbe neppure, Né tantomeno lo si potrebbe immaginare. Il millenario abitato sembra davvero sospeso tra cielo e terra, adagiato com’è su quella rupe di tufo e arenaria, Duomo compreso. In realtà quella sorta di montagna piatta, nella sua pancia cela una delle più incredibili tracce del lavorìo umano svolto nel corso dei secoli: un dedalo di grotte rimasto per tantissimi anni nascosto nell’oscurità silenziosa.

La gente ne ha sempre parlato, qualcuno ad onor del vero poteva persino godere di un pezzettino di quel dedalo al di sotto della propria casa, utilizzato come cantina per il vino. E poi anche perché, a ben guardare, in alcuni punti delle alte e strapiombanti pareti della Rupe si scorgevano aperture misteriose, finestrature dai profili irregolari, occhiaie vuote e buie che lasciavano intendere l’esistenza di spazi sotterranei inesplorati che solleticavano la curiosità degli speleologi orvietani.

Poi alla fine degli anni Settanta, un dissesto idrogeologico che ha messo a repentaglio la stabilità dell’intera Rupe e fatto stare il mondo intero col fiato sospeso per le sorti dello stesso Duomo, ha letteralmente riaperto una pagina di storia riaccendendo i riflettori sull’etrusca Velzna, vale a dire l’antica Orvieto. Quel vuoto, o meglio quei vuoti dentro la Rupe c’erano davvero. Ce n’erano centinaia, migliaia. Ancora oggi l’inventario va avanti aggiornando mese dopo mese il catasto di grotte, camminamenti, pozzi, cisterne, scale, passaggi. Al momento se ne conoscono più di 1.200. Sotto la Orvieto che conosciamo tutti, c’è insomma una sorta di Orvieto speculare, frutto di scavi condotti in quasi tre millenni di ostinato e continuo lavoro per le esigenze più diverse. A partire dalla necessità di garantire l’acqua indispensabile per vivere al primo insediamento umano sulla Rupe, già dal IX secolo avanti Cristo. “Sia il tufo che la cosiddetta pozzolana, per una loro porosità naturale e per la nutrita presenza di fratture – spiegano gli esperti - risultano assolutamente permeabili, per cui le acque meteoriche che cadono sulla Rupe non trovano ostacoli durante la discesa fino allo strato impermeabile di argilla pliocenica”. Proprio all’epoca dell’antica Velzna risalgono i primi ipogei scavati dall’uomo alla ricerca dell’acqua, bene insostituibile in una città che, inespugnabile per le insuperabili pareti di roccia che la difendevano, doveva essere in grado di resistere agli assedi. Di fatto sull’alto pianoro della rupe orvietana l’acqua è totalmente assente: da questa carenza è sorta l’esigenza di scavare pozzi molto profondi, tutti a sezione rettangolare, con lati di 80 per 120 centimetri.

Per gli speleologi avventurarsi in quel reticolo di cavità al di sotto della città è stata un’emozione che oggi tutti – con una maggiore comodità, evidentemente – possono vivere grazie alle visite guidate in una porzione della Orvieto Underground. “Questi vuoti sono un prezioso serbatoio di informazioni storiche ed archeologiche – ci spiegano durante la visita alle grotte - studiato solo recentemente in modo organico e scientifico. Se l'aspetto ‘superficiale’ della città è mutato con il passare del tempo, le strutture ipogee che le sono state funzionali sono rimaste, in buona parte, intatte. La visita guidata alla Orvieto Underground rappresenta, perciò, lo strumento più appropriato per entrare in contatto con questo nuovo, particolarissimo aspetto culturale di una città estremamente ricca di storia e di gioielli artistici”.

L’escursione lascia capire come quei vuoti nel corso dei secoli hanno avuto funzioni ben precise, persino residenziali e commerciali. In una cavità a poca distanza da Piazza Duomo, è tornato alla luce addirittura un frantoio medievale per le olive, con macine, pressa, focolare, mangiatoie per gli animali addetti alle macine, condutture per l’acqua e cisterne. Mentre dei piccoli fori a forma di parallelepipedo sulle pareti degli altri cunicoli svelano che lì dentro c’erano allevamenti intensivi di piccioni, da utilizzare a tavola in caso di assedio. In tempi più recenti, durante la seconda guerra mondiale, i vuoti sono diventati rifugi aerei per proteggersi dai bombardamenti che fortunatamente non ci sono stati grazie al riconoscimento di Orvieto quale “città aperta”.

Al di là delle tante attrazioni che offre, questo lembo di Umbria merita una visita anche per la sola città underground: uno straordinario viaggio nel tempo, un percorso emozionante ed agevole nel cuore di Orvieto che qui affonda le proprie radici e conserva, quasi intatta, una insospettata e suggestiva memoria. E tornando in superficie, concedetevi un buon bicchiere di Orvieto Doc o meglio ancora di Muffa Nobile, prodotto con uve lasciate attaccare da botrytis cinerea sulla pianta e raccolte ad autunno inoltrato. Il risultato è un vino dolce di colore giallo oro tendente all’ambra, odore profumato e avvolgente che va degustato con Pecorino stagionato e miele. Che altro aggiungere?

Un itinerario sulla Strada dei vini etrusco-romana

In Umbria le tappe sono Orvieto ed Amelia, del resto il nome e il logo fanno comprendere la duplice radice che distingue questa Strada dei Vini e dei Sapori, che taglia il territorio umbro dell’Orvietano, dell’Amerino e del Ternano, fino alla Valnerina. Da queste parti si produce in vino che nel Medioevo e nel Rinascimento fu tra i preferiti dalla Corte pontificia: Paolo III Farnese ne era particolarmente ghiotto, addirittura Gregorio XVI volle che il suo corpo fosse lavato con questo vino prima di essere inumato. Oggi è l’Orvieto Doc, uno dei bianchi italiani più conosciuti nel mondo e che da solo rappresenta circa tre quarti della produzione a denominazione di origine dell’Umbria. L’area in cui si produce comprende, tutto o in parte, il territorio di Orvieto, Allerona, Alviano, Baschi, Castel Viscardo, Ficulle, Guardea, Montecchio, Fabbro, Montegabbione, Monteleone d'Orvieto, Porano, in provincia di Terni; Bagnoreggio, Castiglione in Teverina, Civitella d'Agliano, Graffignano, Lubriano, in provincia di Viterbo, nel Lazio.
 

 

Orvieto: l’antica Torre del Moro racconta la sua storia

 

 

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Per prenotazioni tel. 0763/340688 - 339/7332764
www.orvietounderground.it

 

 

Per saperne di più sui vini di Orvieto
www.consorziovinidiorvieto.it
www.stradadelsagrantino.it/vino-orvieto-doc.php
www.stradadeivinietruscoromana.com/it/vini/orvieto-doc

 

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