Domboshava, il parco naturale dello Zimbabwe che racconta la storia a colori della Terra e dell’Uomo

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Giovanni Bosi, Domboshava / Zimbabwe

E’ il pomeriggio il momento più suggestivo per andare alla scoperta di Domboshava, la “collina rossa” di granito che nello Zimbabwe regala uno dei più affascinanti scenari della natura. A circa 35 km a nord-est della capitale Harare, nella regione centrale del Mashonaland, lungo la Borrowdale road, queste formazioni rocciose di antica formazione custodiscono anche eccezionali graffiti rupestri realizzati da guerrieri cacciatori che abitavano i suoi anfratti tra il 6.000 e il 2.000 avanti Cristo. E al tramonto tutto diventa dorato…

 

(TurismoItaliaNews) Quando si entra nel parco protetto come monumento nazionale, accolti dai rangers che lo custodiscono, non si immagina che si sta per attraversare una sorta di stargate pronta a capultare il visitatore nella vita quotidiana di millenni di anni fa. Quelle rocce che ancora oggi sono popolate dalla stessa vegetazione impiegata dalle tribù di allora per tramandare ai posteri il proprio modo di vedere la quotidianità, tra caccia e spiritualità, si presentano in una sorta di anfiteatro che svela a poco a poco i suoi segreti, quando si comincia a salire verso l’alto e si cammina sulle pietre levigate dal tempo e rese policrome dai licheni rossi, verdi e grigi che vi hanno trovato il loro habitat ideale.

La "Pianta della resurrezione" in versione secca e l'Euphobia Tree

Se si arriva in inverno, lontano dunque dalla stagione delle piogge, dominano le cosiddette Piante della resurrezione ormai secche, ma solo apparentemente morte. Basta un po’ d’acqua per il miracolo: le piante tornano a vivere riassumendo il tipico colore verde della vegetazione fiorente. Le loro foglie vengono impiegate anche per infusi dalle diverse proprietà curative, nel pieno rispetto della medicina tradizionale africana. E in grande quantità c’è anche l’Euphobia Tree, lo stesso arbusto che già seimila anni fa forniva ai cacciatori una sorta di lattice da mescolare a sangue e grasso animale, e persino a cenere per modificarne la tonalità, impiegato per dipingere le scene di caccia sulle rocce. Quelle che in una sorta di cortometraggio oggi ci raccontano con sorprendente vitalità ciò che all’alba accadeva da queste parti.

Tra il XVII e il XIX secolo avanti Cristo, molte comunità avevano infatti scelto di vivere in alto sull’altopiano zimbabwano, in luoghi appartati tra le colline di granito. Resti di capanne e cumuli di spazzatura contenenti cenere, cocci e frammenti di ossa di bovini sono stati trovati sulla parte superiore del Mashayamvura, la parte orientale di Domboshava. Gli archeologi hanno individuato sulle superfici rocciose alcune depressioni che venivano utilizzate dalle donne per macinare cereali, mentre resti di contenitori in argilla sono stati rinvenuti fra le rocce per proteggere evidentemente il grano dalla pioggia. In effetti la presenza dell’uomo da queste parti potrebbe essere anche molto precedente, addirittura più di 100.000 anni fa: le prime asce dell'età della pietra sono stati trovati a Glendale, Salisbury Commonage e Lydiate.

Nel parco c’è da camminare almeno sei – sette chilometri, tra salite e discese (comunque affrontabili senza troppa difficoltà) se si vogliono scoprire scorci mozzafiato che spaziano all’infinito sul bush zimbabwano. Del resto qui arriviamo nel punto più alto a quota 1.480 metri. Da quassù ci si rende conto come lo Zimbabwe – dal clima tropicale e da sempre impegnato nella protezione all’ambiente naturale e animale – offra un territorio dove al rosso della terra si alterna il verde di una vegetazione generosa, grazie alla più che discreta disponibilità di acqua. Non c’è dubbio, dunque, che l’esplorazione del Paese trova proprio nella natura il primo avvincente motivo per venirci. Il modo migliore per proseguire l’escursione (che assume i connotati di un trekking) lungo la parte superiore delle rocce è di seguire le frecce bianche o verdi verniciate in terra che invitano a seguire un comodo percorso prestabilito e a volgere lo sguardo alle pitture rupestri prima di raggiungere la sommità della collina.

Il percorso prosegue fra le diverse formazioni rocciose alla sommità della collina, scolpite dall’erosione naturale. Il nome, del resto, parla chiaro: deriva da Dombo. il cui significato è “collina”. e shava (si pronuncia Shawa) che vuol dire “rosso”. Nel grande anfratto in cui si trovano i griffiti, protetti da una “maxi tettoia” sporgente di roccia levigata nei millenni da acqua e vento, c’è un sorprendente buco che è in realtà un tunnel naturale che parte dalla sommità della collina e che nel suo percorso di decine di metri aspetta ancora di essere esplorato. Un rito propiziatorio è legato alla sua presenza: un mese prima dell’inizio della stagione delle piogge (verso fine settembre) viene acceso un fuoco all’interno del buco, con il tunnel che diventa quindi un vero e proprio camino verso l’alto. Se non fosse per i colori caldi e luminosi, incorciati dal blu del cielo, si potrebbe pensare di essere su Marte. Di certo, ci si rende conto che non esiste miglior scenografo e regista di Madre Natura.

La sosta davanti ai graffiti rupestri, ai quali non ci si può avvicinare per la presenza di una rete di protezione, si trasforma in un momento di magica contemplazione, con il pensiero che corre a quei primordiali artisti che tutto forse potevano immaginare meno che qualche millennio dopo la loro forma espressiva avrebbe suscitato emozione e ammirazione. Si individuano kudu, elefanti, forse mammut, impala, prede preferite dagli antichi cacciatori.

Questi graffiti rupestri sono stati realizzati tra il 6.000 e il 2.000 aC

Il pomeriggio trascorso a Domboshava regala anche le calde tonalità assicurate dal sole che comincia ad abbassarsi all’orizzonte per regalare infine lo straordinario tramonto africano, cangiante tra l’arancione e il rosso. Prima di lasciare Domboshava (ma si può fare anche al momento dell’arrivo) è interessante leggere i pannelli informativi collocati, insieme ad alcuni reperti, in una specie di emiciclo in legno, acciaio e mattoni, per capirne di più dal punto di vita scientifico ed etnografico. Quando si riparte, si è consapevoli di aver imparato molto. E soprattutto di portare nel cuore immagini, impressioni e suggestioni indimenticabili come solo l’Africa sa assicurare.

Come raggiungere il Paese. Per arrivare nello Zimbabwe dall’Italia, si possono utilizzare i voli di Ethiopian Airlines da Milano e Roma fino ad Addis Abeba e da qui alla capitale Harare (con scalo intermedio a Lusaka, capitale dello Zambia). Oppure con African Airways da Milano fino a Johannesburg (Sud Africa) e da qui in 90 minuti circa ad Hahare. South African Airways vola ogni giorno via  Monaco / Francoforte per il proprio hub di Johannesburg con concidenze da 16 aeroporti italiani. Per entrare nel Paese è necessario il visto che si può ottenere direttamente in aeroporto al costo di circa 30 dollari Usa.

Il sito ufficiale della Zimbabwe Tourism Authority

 

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