Con l’ultimo minatore nella pancia dell’Amiata per scoprire i segreti del mercurio

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Giovanni Bosi, Abbadia San Salvatore / Siena

Oggi come ieri la sirena di fine turno echeggia ancora alle pendici dell’Amiata. La grande montagna che nell’antichità era un vulcano, nella sua pancia continua a conservare l’epopea di un paese che per un secolo ha legato a doppio filo la propria esistenza e quella dei propri abitanti, all’escavazione del sottosuolo per estrarne cinabro e dunque mercurio. Siamo ad Abbadia San Salvatore, in provincia di Siena, dove la miniera ormai chiusa si è trasformata in un parco museo minerario assolutamente da scoprire.

 

(TurismoItaliaNews) A ridosso del paese antico e di quello moderno, sorto sull’onda del boom economico legato all’attività estrattiva, sorge quello che oggi è il Parco Museo Minerario di Abbadia San Salvatore. La gente ne va fiera e lo mostra come un fiore all’occhiello. Non potrebbe essere diversamente perché ben tre generazioni di badenghi sono scesi nelle gallerie sotterranee per compiere uno dei lavori più faticosi e più pericolosi del mondo. Se una volta l’economia del paese girava intorno a castagne e polenta, oggi Abbadia San Salvatore dà subito la sensazione di una città di medie dimensioni, se non altro per i servizi che garantisce: dall’ospedale munito di eliporto ad impianti sportivi dotati anche di piscina, come sottolinea l'assessore con delega a innovazione, politiche della montagna e ambiente Francesco Bisconti: “Il nostro obiettivo resta il completamento della bonifica dell’area mineraria, abbiamo i finanziamenti necessari ma come tutti i Comuni dobbiamo fare i conti con i paletti del Patto di stabilità”. “Abbadia – fa eco Luca Ventresca, assessore al turismo, cultura, sport e ambiente – possiede un territorio ricco di eccellenze e il museo minerario è una componente fondamentale della nostra proposta turistica”.

Una miniera, un intreccio
di storie parallele

La storia della miniera di Abbadia San Salvatore è costituita dall’intreccio di più storie parallele: quella di un paese che, da piccolo villaggio di montagna, si trasforma in pochi anni in un grosso centro minerario; quella di una società, la Monte Amiata, che fu protagonista a livello mondiale di un importante settore minerario; infine quella di un metallo, il mercurio, il cui declino commerciale mise fuori mercato le aziende produttrici ed in particolare quelle del comparto amiatino. A partire dall’inizio dell’Ottocento le miniere dell’Amiata, insieme a quelle spagnole di Almaden e a quelle slovene di Idria, hanno sfruttato i principali giacimenti di mercurio nel mondo.

La tappa è dunque obbligata e per la verità la curiosità è fortissima quando varchiamo il cancello del parco, che si rivela subito una cittadella nella cittadina. Aperta nel 1897 e chiusa definitivamente a metà degli anni Settanta del Novecento, si ha immediatamente l’idea della grandiosità degli impianti e delle attrezzature minerarie che rappresentano un patrimonio di archeologia industriale importantissimo. La miniera di Abbadia è passata nell'arco della sua esistenza, durata quasi un secolo, attraverso alterne vicende: la fase pionieristica di ricerca del minerale sulla montagna dell’Amiata e dell’impianto metallurgico con capitali e tecnologie straniere (con i tedeschi a fare da battistrada), il cambio di proprietà da società privata a società pubblica, le lotte operaie e infine il declino. La parte attualmente visibile del parco aperta al pubblico è circoscritta ad un primo nucleo museale che comprende il centro artigianale e servizi, e il museo minerario localizzato nell’antico edificio della Torre dell’Orologio, che un tempo inglobava i vecchi forni Spirek.

Ma il valore aggiunto di questo parco è quello umano e si chiama Paolo Contorni, 82 anni, minatore emerito dopo 36 anni della sua esistenza trascorsi a scavare cinabro al pari di suo nonno (morto nel crollo di una delle gallerie) e di sua padre. A Paolo è stato messo un piccone in mano a 13 anni, quando era ancora un bambino, perché l’economia della famiglia lo richiedeva, ed oggi che è in pensione inevitabilmente si commuove quando racconta la sua storia. Lo incontriamo nel museo, pronto a farci rivivere l’avventura della miniera, dei 16 livelli di scavo posti a 25 metri di profondità l’uno dall’altro, e dei 1.300 minatori che lì lavoravano, con un indotto per altre 2.000 persone nel periodo d’oro.


“Buio nero assoluto, polvere, fumo, caldo, umidità, silenzio assordante: erano queste le condizioni in cui lavoravamo – ci spiega Paolo Contorni – il primo giorno? Ho avuto tanta paura durante la discesa nel pozzo Garibaldi, profondo 400 metri. Dopo quattro ore di lavoro abbiamo fatto una pausa per mangiare qualche fetta di pane e poi c’è stato il mio ‘battesimo’ con gli altri minatori che mi hanno cosparso di terra rossa. Ero diventato così uno di loro…”.

Lavorare in miniera forgia carattere, abitudini e perfino il self control. Come l’abituarsi a stare con le orecchie dritte per avvertire anche il più piccolo scricchiolio che avrebbe potuto rivelarsi un grande pericolo, il segnale di una frana, per la quale si doveva essere preparati psicologicamente e fisicamente. “Quando entravamo in miniera – racconta ancora Paolo – all’ingresso ciascuno di noi prendeva la propria medaglietta metallica con il numero di matricola, che poi si doveva lasciare all’uscita per attestare che si era concluso normalmente il turno di lavoro. Se mancava una medaglietta, scattava l’allarme e si scendeva in miniera a cercare chi non era risalito in superficie”. Si commuove Paolo quando racconta le ore trascorse in attesa di essere liberato dopo un crollo, con la speranza che prima o poi sarebbero arrivati i soccorsi.


Nell’oscurità della terra
con uno strano ascensore

Per scendere in miniera si utilizzavano le gallerie, i pozzi e le cosiddette “rimonte”, ovvero collegamenti interni, stretti tunnel obliqui, che mettevano in comunicazione i vari livelli. Per scendere attraverso un pozzo i minatori si servivano della gabbia azionata da un argano. Vi entravano con l’aiuto di un “imbocchino” (addetto al pozzo) il quale aveva anche il compito di chiudere i cancelli di sicurezza. I minatori scendevano ai livelli delle gallerie a cui erano destinati e raggiungevano a piedi il luogo in cui svolgevano la loro opera, iniziando a scavare nella zona loro assegnata. Lo stipendio era agganciato alla produttività di ogni singolo operaio.

Le miniere dell'Amiata, conosciute e sfruttate fin dai Romani e dagli Etruschi, in seguito abbandonate per diversi secoli, solo alla metà dell'Ottocento tornarono ad interessare geologi e ricercatori, ma senza successo. Vennero abbandonate e poi riprese, sino a quando, nel 1897 le nuove esplorazioni, portarono alla individuazione di un giacimento cinabrifero che si dimostrò essere il più importante della zona.

Già, scavare in miniera. Ma come e per ottenere cosa? Cinabro, abbiamo detto. Dall’antichità l'area amiatina è stata oggetto di ricerche e sfruttamento minerario, con il mercurio che da prodotto alchemico diventa un prodotto industriale, usato anche per scopi militari. Quella di Abbadia San Salvatore è stata la più grande miniera europea. Il cinabro si presenta come una brillante pietra color rosso (nell’antichità si usava per pitture e affreschi) e per estrarne il mercurio che è allo stato solido, si deve effettuare la “sublimazione” attraverso un processo di condensazione. Operazioni difficili e pericolose per chi le ha compiute. Il museo del parco minerario racconta le attività nel sottosuolo e nell'impianto metallurgico attraverso disegni, oggetti personali, strumenti e utensili (dal piccone a più raffinate tecnologie) mentre attraverso vecchie immagini si ripercorre l’evoluzione del lavoro nell’impianto metallurgico.


L’itinerario di visita è stato arricchito dalla Galleria livello VII, ovvero il primo percorso sotterraneo allestito all'interno del parco, il cui accesso avviene all'interno dell’ex officina meccanica ristrutturata con un trenino minerario. Nella galleria, rivestita in legno, sono ricostruiti vari ambienti corredati di utensili, macchinari e sono state ricreate alcune fasi di lavoro e i fronti di escavazione con terreni contenenti cinabro, in un'atmosfera suggestiva di suoni e odori. Un’esperienza da provare per capire quanto per quegli uomini e per Paolo Contorni sia stato difficile lavorare là sotto. Per rendersene conto basterà che l'accompagnatore in miniera spenga ogni luce per comprendere quale silenzio assordante vi sia là sotto, quando non si capisce più neppure dove ci si trova...

Per saperne di più
www.museominerario.it
Orario di apertura
Museo Minerario e Galleria livello VII
Dal 15 Giugno al 2 Novembre e durante tutte le Festività: Tutti i giorni (comprese festività)
9.30-12.30 / 15.30-8.30
Negli altri periodi su richiesta

 

Consorzio Terre di Toscana
tel 0577 - 778324
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www.terresiena.it

 

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