Il busto di Arianna, capolavoro della scultura etrusca

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E’ un capolavoro della scultura etrusca recuperato dall’oblio solo negli ultimi anni. Il busto di Arianna in terracotta, proveniente da Falerii e datato al III secolo avanti Cristo, può essere considerato come uno degli esempi più belli di coroplastica etrusca di età ellenistica. Dal 5 marzo al 3 luglio 2011 può essere ammirato a Cortona nell’ambito dell’eccezionale esposizione di opere etrusche del Louvre che testimonia la civiltà e la cultura dell’Etruria, tra l’Arno e il Tevere.

 

(TurismoItaliaNews) Eppure il busto di Arianna, fino a una decina d’anni fa, era conservato ancora privo di identità nei depositi del Dipartimento delle Antichità greche, etrusche e romane del Louvre. Nota ad alcuni specialisti, la scultura (alta 61 cm, in realtà si tratta del frammento – livellato in età moderna - di una statua di grandi dimensioni a tutto tondo modellata a mano e realizzata in più parti) era stata talvolta citata per confronto con le terrecotte provenienti dai Santuari di Ariccia e Ardea nel Lazio, ma solo il riscontro fatto da Françoise Gaultier con un disegno conservato presso l’Archivio di Stato di Roma ha permesso di riconoscervi una terracotta scoperta nel 1829 a Falerii Novi, località all’epoca compresa nei territori dello stato pontificio a una cinquantina di chilometri a Nord di Roma.

La qualità e l’importanza della scultura rinvenuta tra le rovine di una piccola costruzione vicina al teatro dovette apparire subito evidente, se il primo bollettino dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica la menziona come “opera d’arte di notevole qualità”, e se, dapprima scelta per le collezioni pontificie, prende la via del mercato antiquario e della prestigiosa collezione di Giovanni Pietro Campana solo a causa di trattative troppo lunghe. Una parte importante di questa collezione - una delle raccolte più rappresentative del tempo, famosa in tutta Europa - fu acquistata dal Governo francese nel 1861 dopo la condanna del banchiere collezionista per peculato e la messa in vendita del suo museo: direttore del Monte di Pietà di Roma e sempre alla ricerca di liquidità per soddisfare la sua passione per le antichità, Campana era giunto, mettendo in pegno perfino le proprie collezioni, a congelare tutti gli attivi patrimoniali del Monte.

Dopo il suo arrivo a Parigi, l’opera, che occupava un posto centrale nella sala delle terrecotte del “museo Campana”, cade presto nell’oblio e si perdono le tracce della sua origine: presenta influssi prassitelici e verosimilmente non corrisponde alla concezione degli Etruschi dell’epoca; essi sono a quel tempo più volontieri associati, a causa della loro ipotetica provenienza orientale, all’immagine che ne dà il sarcofago degli Sposi, allora chiamato “sarcofago lidio”.

I tratti dolci e i passaggi sfumati che caratterizzano il modellato del viso, la resa espressiva ma senza pathos, la naturalezza e allo stesso tempo la stilizzazione espressiva che caratterizzano il vestito, gli effetti cromatici creati dal velo che ricade sullo chignon e le numerose zone di chiaroscuro che animavano la policromia originale (rosa per il volto, marrone per i capelli, blu, giallo e porpora per le vesti) sono caratteristici del linguaggio.


 

Ma in mostra a Cortona c’è anche dell’altro da scoprire…

I Bronzi del Falterona

I quattro bronzetti esposti, rappresentanti due kouroi, una kore e un efebo, collocabili tra il V e il IV sec. a. C., fanno parte di un eccezionale deposito votivo situato lungo le sponde di un piccolo lago del Monte Falterona, lungo la via di collegamento tra l’Etruria settentrionale e gli insediamenti padani. Casualmente scoperto nel 1838, il deposito restituì una ricchissima quantità di bronzi (si è parlato all’epoca di più di seicento statuette e oltre duemila frammenti tra singole parti del corpo, armi, punte di freccia e frammenti di bronzo di carattere premonetale). In seguito al rifiuto all’acquisto da parte delle Gallerie Granducali, i materiali furono venduti a un anonimo ed esposti a Roma nel 1842 all’Istituto di Corrispondenza Archeologica; successivamente il complesso di bronzi fu smembrato attraverso una serie di vendite per poi riapparire nei più importanti musei europei, in particolare al Museo del Louvre di Parigi e al British Museum di Londra; pertanto risulta piuttosto complessa l’individuazione di tutti gli elementi che componevano il deposito. A questi vanno comunque aggiunte anche le diverse statuette rinvenute nel corso di scavi condotti nel 1972 e alcuni rinvenimenti sporadici. Il deposito votivo del Falterona testimonia di un ampio periodo di frequentazione del luogo, compreso tra il VI sec. a.C. e l’età ellenistica, probabilmente votato ad un culto di divinità guaritrici e guerriere, come si può evincere dalle numerose attestazioni di ex-voto anatomici.

Canopo chiusino

Questa urna funeraria in terracotta, databile alla seconda metà del VI sec. a.C., appartiene alla produzione dei “canopi” chiusini, contenitori cinerari prodotti tra VII e VI sec. a.C. nel territorio di Chiusi, dove il processo di antropomorfizzazione del cinerario, che trae origine dai biconici villanoviani coperti da scodella o da elmo, trova uno sviluppo del tutto particolare probabilmente all’interno di botteghe specializzate. Il nostro esemplare si compone di un contenitore di forma ovoide con anse destinate ad accogliere arti mobili e di una copertura conformata a testa femminile. La capigliatura dalle ciocche stilizzate ma ben definite e la presenza di fori ai lobi degli orecchi per l’inserimento di orecchini, oggi perduti, contribuiscono all’individuazione di un personaggio di sesso femminile, ma, così come i generici tratti del volto, non costituiscono un tentativo di ritrattistica.

Pisside in avorio

La pisside eburnea proveniente dalla necropoli di Fonte Rotella presso Chiusi, databile tra la fine del VII e l’inzio del VI sec. a.C., rappresenta uno dei prodotti tipici dell’artigianato artistico di stile orientalizzante e trova nel medesimo centro un illustre confronto nella pisside proveniente dalla Tomba della Pania. La forma cilindrica dell’oggetto, lavorato da un’unica porzione di zanna di elefante, ben si presta a disporre e ad esaltare una decorazione realizzata a basso rilievo e articolata in due registri sovrapposti dove si sviluppano teorie di figure animali reali o fantastici, cui si aggiungono delicati elementi fitomorfi; l’ispirazione è chiaramente di matrice vicino orientale e richiama nell’iconografia e negli schemi compositivi le produzioni siriane degli inizi del I millennio a.C., note anche in Grecia e in Italia attraverso lo spostamento di oggetti e maestranze. I fregi che decorano la pisside qui presentata illustrano un’ampia varietà di figure fantastiche, quali sfingi e grifoni alati, che rientrano pienamente in questo filone culturale: nel registro inferiore compaiono inoltre anche un cavaliere e un altro personaggio in lotta contro un leone. La pisside proviene dalla collezione di Alessandro Castellani e entrò a far parte dei reperti del Museo del Louvre nel 1900.

Collana con pendente a forma di testa di Acheloo

Questa collana in oro verosimilmente di provenienza chiusina, databile intorno al 480 a.C., è costituito da fili d’oro intrecciati e da un pendente rappresentante una testa di Acheloo, divinità del pantheon greco figlio di Oceano e Teti, spesso rappresentato in Etruria sotto forma di figura umana con corna taurine e orecchie a punta e impiegato come amuleto con funzione protettiva. L’esemplare è uno straordinario esempio di produzione orafa etrusca: in particolare il pendente mostra l’impiego di varie tecniche di lavorazione, dallo sbalzo per la modellazione dei volumi del volto, alla granulazione per la dettagliata resa della barba . Notevole è la decorazione a filigrana della capigliatura, finemente disegnata con sottili riccioli filiformi desinenti in un granulo centrale. Il gioiello giunge al Museo del Louvre nel 1863, poco dopo l’acquisto della collezione Campana da parte di Napoleone III.

Gruppo funerario in pietra

Edita per la prima volta nel 1851, quest’opera scultorea, che fece parte delle collezione Sozzi, prima di passare nella collezione Campana, è stata in quell’epoca ritenuta il maggiore esempio di monumento funerario a tutto tondo della produzione di Chiusi e l’uno dei migliori conservati, ma anche uno dei piu enigmatici, con le multeplici figure allora sistemate attorno al defunto rappresentato nell’atto di banchettare, un genio femminile alato, da identificare con un demone dell’oltretomba, seduto ai suoi piedi. Spogliata negli anni 1970 dagli abusivi restauri ottocenteschi per una parte documentati da documenti d’archivio, e ridotto al gruppo centrale del banchettatore e del demone infernale, l’opera s’inserisce nella vasta produzione di statue cinerarie chiusine di epoca classica. La sua datazione oscilla tra la seconda metà del V e la prima metà del IV sec. a.C.

Askos a forma d’anatra con figure rosse

Di questo askos ornitomorfo non si hanno notizie relative al contesto e al luogo di rinvenimento, ma appartiene alla produzione di ceramica a figure rosse dell’Etruria settentrionale e al “Gruppo Clusium”. E’ attribuito al pittore di Montediano e datato circa il 320 av. C. L’oggetto presenta una decorazione dipinta a figure rosse, impreziosita su entrambi i lati dalla raffigurazione di un genio femminile nudo e alato, che tiene nelle mani una tenia o un alabastron, una decorazione perfettamente adeguata all’uso dell’oggetto come contenitore per olio profumato.

Statuetta in bronzo di Menerva

Questa elegante statuetta votiva di bronzo, proveniente dalle vicinanze di Perugia, fu acquistato dal Louvre nel 1868. Rappresenta Menerva, trasposizione etrusca dell’Atena greca, qui nell’aspetto dell’Atena promachos, vestita della tipica egida squamata sopra il mantello. La dea, ormai priva della lancia e dello scudo, ha un elmo attico che allude alla sua funzione guerriera. L’immagine della divinità, che ebbe una grande fortuna nella produzione dei bronzi votivi di area estrusco-settentrionale, si colloca nel secondo quarto del V sec. a.C. (475-450 a.C.).

Vaso a forma di testa femminile

Questo piccolo recipiente bronzeo rinvenuto a Sovana, realizzato con la tecnica della cera persa e in perfetto stato di conservazione, è databile al tra la fine del III e l’inizio del II sec. a.C.; il corpo conformato a testa femminile si ispira a prototipi greci di età ellenistica, soprattutto unguentari (aryballoi) e oinochoai. Privo di fondo e con un collo chiuso da un coperchio, era destinato ad alloggiare una piccola ampolla di vetro o terracotta contenente degli unguenti. Probabilmente prodotto in un atelier orvietano o vulcente presenta un modellato delicato e una puntuale resa di particolari quali l’acconciatura, originariamente impreziosita da un diadema forse realizzato in metallo prezioso. L’iscrizione suthina incisa sulla fronte è composta dalla parola suthi, “tomba”, ed il suffisso -na, che indica l’appartenenza alla tomba stessa, come se fosse una sorta di simulacro di un vaso da toilette per ricreare l’ambiente familiare caro alla defunta; questo tipo vascolare è solitamente presente in corredi femminili. Iscrizioni analoghe sono attestate principalmente in area volsiniese. Appartenente all’antica Collezione J. Gréau, fu acquistato nel 1885 dal Museo del Louvre.

Frammenti di lamine in bronzo da Bomarzo

I tre frammenti di lamine bronzee decorate a sbalzo provengono da scavi effetuati a Bomarzo intorno al 1830; sono forse attribuibili alla decorazione di un mobile. Passati nella collezione Pourtalès, una delle più importanti collezioni francesi dell’ottocento, furono acquistati dal museo del Louvre nel 1865. In questi tre frammenti, di una notevole finezza di lavoro, si ripete diverse volte l’incontro di vari personaggi, cinque maschili e quattro femminili. Altri elementi della stessa serie, che consentono di completare lo schema decorativo, sono conservati presso il Museo Gregoriano Etrusco e il Museo di Villa Giulia. Non si hanno informazioni riguardo al contesto di rinvenimento, ma sulla base dei confronti stilistici si può proporre per datazione l’inizio del V sec. a.C.

Lebete-situla falisco a figure rosse

Questo vaso, acquistato dal Louvre nel 1947, proviene dagli scavi condotti a Bomarzo all’inizio degli anni 1830. Databile agli anni 330-310 a.C., costituisce una delle opere meglio conservate della produzione falisca a figure rosse di età tarda, il cui centro di produzione era situato nell’antica Falerii Veteres, l’odierna Civita Castellana in provincia di Viterbo. Si distingue dalla massa di questa produzione per l’eleganza e l’equilibrio della composizione pittorica; è, inoltre, uno dei rari esemplari ad avere conservato il coperchio ed integra la decorazione sia pittorica sia plastica. Quest’ultima consiste in una piccola testa di leone, plasmata sulla spalla della faccia principale e con la criniera dipinta, che funge da beccuccio per il versamento dei liquidi: da esso un rivolo d’acqua dipinto si getta in una vasca circolare, sorretta da una bassa colonna scanalata posta su base quadrangolare. Ai lati di questa fontana sono raffigurati due Eroti dalle ali parzialmente spiegate, mentre sulla faccia posteriore del vaso si vedono due satiri barbuti danzanti. Il coperchio è ornato da una scena con tre animali, due pantere colte nell’atto di ghermire un cigno, disposti in circolo attorno alla presa.

 

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